Tempi di crisi

#17/2019

«No, Femminis non è un nome d’arte. Viene da una vallata del Piemonte, da dove è originario mio padre». È un pomeriggio di settembre e siamo nella sede di Marcos y Marcos a Milano: una palazzina piena di libri, dove si costruiscono storie, si ospitano autori e curiosi nel Bookhostel e, a volte, si beve un infuso in compagnia di qualche scrittore. La protagonista di questa merenda (e di questa newsletter) è Doris Femminis, nata nel 1972 tra le montagne della Svizzera italiana, infermiera a domicilio in campo psichiatrico, autrice di Fuori per sempre, un romanzo che racconta di gioventù e malattia mentale.


Fuori per sempre di Doris Femminis (Marcos y Marcos, 2019)


Un luogo bianco, luminoso, pulito

Intervista a Doris Femminis

«Ho vissuto per trent’anni nel Canton Ticino ed era quello che potete immaginare, - ci racconta Doris Femminis sorseggiando il suo thè caldo, - montagna e capre. Dopo mi sono spostata in città, a Ginevra, e sono rimasta lì per dodici anni. E poi, via con un altro cambio di vita: su tra i mille e millecinquecento metri di altezza, nella Svizzera romanda, dove si parla romando, appunto. Oggi vivo in un grande altopiano dal paesaggio nordico. Foreste, pascoli, d’inverno c’è molta neve». Infermiera a domicilio, l’autrice Marcos y Marcos vive a stretto contatto con la natura, in un piccolo mondo, che ricorda l’ambientazione di Fuori per sempre, il suo secondo libro. Il paese, come dimensione sociale e giudice silenzioso, è molto importante nella narrazione: con le sue tante voci senza volto e l’omertà che si diffonde appena esplode uno scandalo. 

Fuori per sempre arriva dopo Chiara cantante e altre capraie, il primo libro di Femminis, uscito nel 2016 per la piccola casa editrice Pentagora. «Ho sempre desiderato scrivere fiction, ma non ne sono mai stata in grado, non riuscivo a distaccarmi da me stessa. La svolta è stata quando ho avuto il mio secondo figlio: ero in congedo di maternità e avevo tempo libero da occupare. Ho cominciato a scrivere, senza più riuscire a fermarmi». 

Giulia è la protagonista di questo romanzo, un personaggio che fin dal principio mette al centro la sua fuga, metaforica e fisica: fugge dalla propria famiglia, dal luogo in cui è cresciuta e, infine, da se stessa, tentando il suicidio. Femminis racconta il tempo della crisi, un momento di debolezza: questo tipo di deviazione e sofferenza è comune, può succedere a tutti, ma, talvolta, può diventare un disagio psicologico e, più raramente, psichiatrico. 

«Mi interessava soprattutto parlare del mondo della psichiatria. Anzi, tutto è nato da lì, dall’idea di fare un ritratto della psichiatria moderna, ma ovviamente era un’impresa piuttosto complessa». Delle tante pagine scritte al riguardo, racconta Femminis, non è riuscita a tenere quasi nulla, tranne la figura di Annalisa, l’altro personaggio cardine di questo romanzo: «Subito non riuscivo a trovare il tono giusto. Cercavo una storia emotivamente interessante, che potesse parlare sia dei pazienti che dei curanti, rendere l’umanità dei personaggi. Poi, in un momento di blocco creativo, ho ripreso in mano tutti i miei scritti e ho trovato Annalisa. L’avevo abbozzata in precedenza e, ora che l’avevo davanti a me, mi ha dato la chiave giusta per risolvere il libro. Ho seguito il suo filo e tutto è cambiato». 

Giulia, come dicevamo, cerca di togliersi la vita: il suo è un grido di allarme, un’azione estremamente tragica che nasconde un trauma profondo, e per questo viene rinchiusa in un ospedale psichiatrico. In questo luogo, bianco, luminoso, pulito, racconterà della misteriosa sorella Annalisa, degli abusi subiti e, forse, troverà una cura. «Esistono ancora molti pregiudizi nei confronti della psichiatria - prosegue Femminis, - è per questo che ho voluto ambientare questa storia in parte dentro una struttura di cura, in un determinato momento storico della Svizzera moderna. Lo stereotipo dipinge questi luoghi come estremamente tragici, come delle vere e proprie prigioni. Ovviamente l’ospedale psichiatrico è un luogo di sofferenza, dove le emozioni sono a mille, ma la medicina contemporanea cura, non punisce». Giulia inizialmente si oppone con forza al suo ricovero, ma, comprendendo la sua debolezza, decide di fidarsi. «L’inizio è sempre una lotta: è difficile che una persona si presenti di sua volontà. Stiamo ancora affrontando il tabù e il pregiudizio che si legano ad ambienti come gli ospedali psichiatrici. Oggi è più normale ammettere di seguire una cura, di andare dallo psicologo, ma sotto sotto resiste l’idea che ad avere questi problemi siano solo i “matti”». 

Nel piccolo paese di Fuori per sempre, tra le sue casette ordinate e i fitti boschi, si nasconde una sorta di orco, un personaggio che conosciamo attraverso il racconto di Giulia, colpevole di aver abusato su alcuni minori. È uno scandalo che investe questa comunità e che ne svela i contorni più foschi: «Ho deciso di affrontare il tema degli abusi perché credo sia un argomento importante di cui parlare: quella intorno a noi è ormai un’epidemia. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità una donna cinque e un uomo su dieci, sono stati abusati nella loro vita. Bisogna parlarne e, secondo me, siamo pronti a farlo. L’omertà del paese non è dettata, almeno non del tutto, da cattiveria: si tratta anche del fatto di non avere strumenti per affrontare un discorso così complesso e doloroso». E a questo proposito, nel 1997 la violenza sui minori è stata dichiarata dall’OMS problema prioritario di salute pubblica, ma l'Italia non ha ancora istituito un registro nazionale. Questo trauma, nel romanzo di Femminis, diventa parte anche del racconto psicanalitico di Giulia: «La sua è una psiche sana, che per evitare di elaborare un evento traumatico, ha deciso di creare una realtà parallela. Di mettere da parte il problema. E così è nato lo sdoppiamento della personalità, che invece di essere la malattia, diventa il sintomo della presenza dell’abuso». 

Natura, scandalo, psiche e provincialismo: gli elementi per descrivere il libro di Doris Femminis ci sono tutti. E alla domanda finale su quali autori ama e rilegge ci risponde: «Imre Kertész, scrittore ungherese, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti e Premio Nobel per la letteratura nel 2002, ed Elsa Morante, una delle più grandi voci del ‘900».


Doris Femminis è nata nel 1972 tra le montagne della Svizzera italiana. Partendo dalla sua esperienza personale di infermiera psichiatrica, nei suoi romanzi scrive di amore, cura, femminismo e salute mentale. Fuori per sempre (Marcos y Marcos, 2019) è il suo ultimo romanzo.


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Cose belle che abbiamo letto in giro!

Oggi è la Giornata Mondiale del Coming Out, per l’occasione vi riproponiamo la newsletter che Alessandro Bianchi (aka Zuccherosinattico) aveva scritto per noi qualche mese fa, in occasione del Pride Month 2019.

Dopo che era stato sospeso in seguito a uno scandalo sessuale, è stato assegnato il Nobel per la Letteratura 2018: l’ha vinto una donna (la 15esima in tutta la storia del premio), la scrittrice polacca Olga Tokarczuk.

Questo weekend a Roma c’è uno dei nostri appuntamenti preferiti della stagione (che purtroppo quest’anno ci perdiamo). Nel cuore del Pigneto da oggi fino a domenica vi aspetta InQuiete, festival di scrittrici!

Sempre a Roma, una bella mostra fotografica ispirata alla storia di Elisa e Marcela, le prime donne nella storia a sposarsi nel 1901.

Maaza Mengiste su genere, guerra e il corpo delle donne nell’Etiopia coloniale. E una nuova generazione di scrittrici africane che sta riscrivendo la fiction storica da una nuova prospettiva.

L’avete vista Unbelievable, la serie tv sulla violenza più delicata e più esatta che ci sia in circolazione?

Tutto quello che nessuno vi ha mai detto sull’uscire con un uomo più giovane. Ma anche tutte le bugie che dicono gli uomini di potere.

Una storia culturale della giovane detective Nancy Drew e varie (più di 50) interpretazioni di Jane Eyre.

Nei cinema italiani è arrivato La scomparsa di mia madre, il documentario su Benedetta Barzini. Qui una bella intervista al figlio e regista Beniamino Barrese.


A presto!


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