Di passi avanti e passi indietro

#2/2020

Lo scorso anno abbiamo guardato la finale di Sanremo da casa di Giulia C., a Brescia. Eravamo impegnate in uno dei nostri soliti ritiri di scrittura (quelli che hanno caratterizzato il 2019 e che ci hanno portate a scrivere il nostro primo libro) e, non senza fatica, siamo rimaste alzate fino alla proclamazione del vincitore.

Con il Festival di Sanremo la solfa è sempre più o meno la stessa: ore e ore di trasmissione, le gag comiche poco riuscite, le ospitate al limite della marchetta e dell’imbarazzo, la fine primo tempo che arriva alle 23.30. Nonostante questo, però, siamo tutti lì a guardarlo. Fino alla fine, per cinque giorni di seguito: perché?

Questa kermesse è talmente parte della nostra cultura che, forse, un po’ ci riconosciamo in quel palco, anche quando lo odiamo e ignoriamo. Dall’Ariston sono passati tutti i grandi nomi della musica italiana. Lì sono nate stelle, sono successe tragedie e scoppiate enormi polemiche. Ci sono passati i Queen, Whitney Houston e pure le Spice Girls (presentate da una giovane Valeria Marini e da un molesto Piero Chiambretti).

Insomma, era inevitabile che prima o poi avremmo parlato di Sanremo anche qui. Celebrando le grandi artiste che sono passate dall’Ariston, ma anche riflettendo sulle pressioni e i pregiudizi che accompagnano le donne coinvolte nel programma. E per fare questo viaggio, negli archivi della memoria (e della storia della televisione), abbiamo chiesto aiuto a un giornalista che di spettacolo ne sa moltissimo: Mario Manca.


Sanremo: oltre alle gambe c’è di più

di Mario Manca

Mina a Sanremo nel 1961

Le luci si spengono, il sipario si alza e il conduttore annuncia che tu, proprio tu, sarai il prossimo artista a salire sul palco. Allora un senso di terrore ti paralizza, le gambe sono come informicolate e l’unico pensiero che ti tormenta è che, se vincerai, da domani sarà tutto ostriche e champagne. Altrimenti pazienza. Vorrà dire che ci hai provato e che ti iscriverai a quel concorso pubblico che ti aveva segnalato tuo padre quando gli avevi detto che avresti sfondato come cantante. Da quando esiste, è come se il Festival di Sanremo rappresentasse quell’unica occasione per riuscire o fallire, per togliersi il capriccio o morire nel tentativo. Non ci sono mezze misure, sfumature che possano nascondere un futuro migliore o un sentiero tortuoso che conduca dritto al dimenticatoio: mentre le onde del mare sciabordano e le fronde delle palme del Casinò stormiscono, il Teatro Ariston non perdona, o sei dentro o sei fuori. Un discorso che vale per tutti ma, in modo particolare, per le donne, perché, si sa, alle donne non viene perdonato niente. Tanto più se sbagliano una nota o non azzeccano il vestito. Successe anche a Mina che, appena ventenne, scoppiò a piangere quando, alla seconda serata dell’edizione del 1961, a un certo punto le si spezzò la voce mentre cantava “Io amo, tu ami”: delusa e amareggiata al punto da abbandonare il palco senza aver finito la canzone, promise che non avrebbe mai più partecipato a un Festival. Cosa che, alla fine, non scalfì neanche lontanamente la sua carriera, ma Mina è Mina, mica a tutte è andata bene come lei.

E pensare che, prima ancora che il Festival della Canzone Italiana diventasse il fenomeno pop che tutti conosciamo, il nostro Super Bowl, la prima a trionfare fu proprio una signora: era il 29 gennaio del 1951 e a vincere fu Nilla Pizzi che, bardata in un abito bianco che sembrava uscito da Via col vento, convinse i votanti con la canzone “Grazie dei fior”. Può darsi che a quel tempo la Pizzi l’ansia non la sentì neanche, perché all’epoca l’attenzione dedicata all’evento non era minimamente paragonabile a quella di oggi: il Festival, dopotutto, nacque un po’ per caso per far sì che la città di Sanremo si accendesse anche in inverno, nella cosiddetta “stagione morta” che teneva alla larga i turisti svuotando gli alberghi e i ristoranti. Un’intuizione che riuscì non solo a rimpinguare le casse del Comune, ma anche a portarsi a casa i primi risultati: quattro anni più tardi il Festival, infatti, fu promosso alla diretta nazionale e i cantanti cominciarono ad avvicinarsi alla manifestazione con il timore reverenziale dei grandi palchi, dei treni che passano una volta sola. La stessa Pizzi, d’altronde, a Sanremo ci tornò quasi sessant’anni dopo e quella volta un po’ di emozione c’era, eccome se c’era: scortata da cinque valletti che le tiravano su lo strascico ricamato, cantò “Vola Colomba”, canzone grazie alla quale vinse la seconda edizione, con la voce tremante e il foglio stretto fra le mani per paura di dimenticare le parole.

Gigliola Cinquetti a Sanremo nel 1964

Le carriere, grazie a Sanremo, volano o si schiantano al suolo: nel 1964 Gigliola Cinquetti fu una di quelle che ce la fece. Grazie a “Non ho l’età (per amarti)” non solo vinse il Festival, ma anche l’Eurovision Song Contest, prima italiana a trionfare alla manifestazione che, pochi lo sanno, nacque proprio per replicare il successo di Sanremo nel resto d’Europa. Chi si schianta, però, lo fa rovinosamente, e non solo per via di un posto ingeneroso in classifica. Nel 1967 Luigi Tenco, che aveva la pressione di presentare sul palco una canzone insieme a Dalida, la cantante francese più famosa del momento, non resse e si tolse la vita: «Faccio questo come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io, tu e le rose” in finale e una commissione che seleziona “La rivoluzione”» scrisse nel biglietto autografo ritrovato nella sua stanza d’albergo proprio da Dalida, che a Tenco era anche legata sentimentalmente.

Nada e Nicola Di Bari a Sanremo nel 1971

È a quel punto che Sanremo diventa qualcos’altro: non solo la musica da ascoltare, ma anche lo scandalo da svelare, il torbido che si affaccia dal chiavistello e che spinge tutti a ruotare il pomolo per vedere cosa c’è dietro. La gara passa in secondo piano. Che quell’anno avrebbe vinto “Non pensare a me” di Claudio Villa non importava più a nessuno: tutti sembravano concentrati su Dalida, sulle lacrime che avrebbe versato e sugli scatti rubati che l’avrebbero ritratta distrutta e abbandonata, sola e plorante, per la morte di Tenco. L’immagine più forte che il Festival avesse mai offerto non si consumava più sul palco, ma dietro le quinte. Ora a colpire è chi rompe il velo della tradizione e regala un’emozione in più, qualcosa che prima non si sapeva: un po’ come Nada che, nel 1971, era una ragazzina di diciassette anni vestita come una fanciulla alla prima comunione che abbracciava il conduttore Carlo Giuffré perché troppo emozionata. “È molto commossa, forse si scaricherà salutando sua nonna, vero Nada?” le domandò lui mentre Nada era talmente imbalsamata, con i piedi piantumati sul palco, che si avvicinò al microfono per dire rapidamente “ciao nonna” e tornare a rifugiarsi nella foggia della giacca di Giuffré. Poi la musica partì, lei cantò “Il cuore è uno zingaro” e il pubblico che un attimo prima tratteneva la risatina - avremmo voluto vedere loro in diretta nazionale - si alzò in piedi e l’applaudì convinto di aver assistito alla nascita di una nuova stella.

Anna Oxa a Sanremo nel 1978

In generale gli anni Settanta del Festival furono tumultuosi: l’Italia era scossa dagli attentati e dalla violenza e non c’era più tempo per le canzonette, come le chiamava qualcuno. Certo, c’era Marcella Bella che cantava “Montagne Verdi”, Iva Zanicchi che vinceva per “Ciao cara come stai?” e Gilda che proponeva la sua “Ragazza del Sud” con mandolini e tamburelli al seguito, ma la sensazione era che il Paese e la stessa Rai stessero valutando Sanremo come un evento collaterale, en passant. Dal 1977, quando la manifestazione si spostò dal Casinò al Teatro Ariston, qualcosa, però, iniziò a muoversi: Donatella Rettore prese un pugno di caramelle gialle e le lanciò addosso al pubblico (non erano “avvelenate” come quelle della sua canzone, “Oh Carmela”, però) e Anna Oxa cominciò a gridare al mondo che i tempi delle tuniche che sembravano carta da zucchero erano ormai finiti. Nel 1978, su consiglio del suo scopritore Ivan Cattaneo, la Oxa salì sul palco vestita da uomo, con la cravatta, i capelli leccati indietro come uno yuppie e un trucco smokey eyes che fece scandalo: fu l’anno di “Un’emozione da poco”, canzone che arriverà seconda ma che costerà alla Oxa titoli violentissimi. Qualcuno la elesse simbolo di una gioventù traumatizzata da una società decadente, mentre Alberto Bevilacqua si spinse ancora più oltre paragonandola a una macchietta stereotipata e neppure tanto dotata. Forse la colpa della Oxa fu quella di arrivare prima degli altri, ma da allora le cose cambiarono per sempre.

Loretta Goggi conduce Sanremo 1986

Tre anni dopo Loretta Goggi, che prima di allora era inquadrata come una showgirl e una imitatrice di grande talento, stupì tutti conquistando il secondo posto per “Maledetta primavera” avvolta da una tuta verde disegnata per lei da Gianni Versace, che iniziava a farsi un nome proprio in quegli anni. Nel 1986 Loretta fu anche la prima donna a condurre, in solitaria, il Festival: un altro grande passo delle fanciulle che a Sanremo dimostravano non solo di avere grinta, ma anche la voglia di stupire e di fare le cose a modo proprio. Esattamente come Loredana Bertè che, quello stesso anno, scrisse un capitolo della storia non solo di Sanremo, ma del costume italiano: per cantare “Re”, si presentò sul palco con un miniabito nero e una pancia finta che simulava una gravidanza inoltrata. Uno schiaffo alle madri, alle benpensanti e al buoncostume che recitava che una donna incinta dovesse comportarsi in un certo modo, appendere la giostrina sopra al lettino e non certo ballare con un vestitino in pelle. Un’altra prova dell’evidenza del nuovo corso delle donne fu suggerita l’anno dopo da Fiorella Mannoia: “Siamo così, dolcemente complicate” diventò un manifesto più che una canzone vera e propria. Esattamente come il “Siamo Donne” che Jo Squillo e Sabrina Salerno proposero nel 1991: un tormentone che a Sanremo venne accolto tiepidamente, ma che i risultati delle vendite premiarono dimostrando davvero che “oltre le gambe c’era di più”.

Mia Martini a Sanremo nel 1989

A Sanremo, però, le donne non vanno solo per provocare, ma anche per riscattarsi. Nel 1989 fu Mia Martini a far parlare di sé: “Almeno tu nell’universo” arrivò solo nona, ma per lei fu l’occasione per mettere a tacere anni di dolore e di malelingue salendo sul palco dove tutto è iniziato. Intorno a lei si creò la paura dell’imprevisto e pare che Renato Zero fosse stato arruolato dalla sua casa discografica allo scopo di fungere da “garante” per l’incolumità di tutto il pubblico presente all’Ariston, fosse mai che la sfiga, di fronte a un cantante famoso, avrebbe risparmiato la sala. Discorsi che oggi fanno rabbrividire, ma che regalarono a Mimì l’occasione che aspettava, la riabilitazione che, nel suo caso, arrivò comunque troppo tardi.

Insomma di strada, a Sanremo, le donne ne hanno fatta tanta. Eppure leggere le polemiche che hanno accompagnato l’inizio di questa settantesima edizione sembra suggerirci che il sistema non sia ancora così oliato come ci saremmo aspettati. La decisione di portare sul palco dieci donne provenienti non solo dal mondo dello spettacolo, ma anche da quello del giornalismo, sembrava sulla carta un’idea vincente che, alla fine, si è accartocciata per via di un aggettivo (“bellissima”) e di un’osservazione (“un passo indietro”) che è rimbombata un po’ ovunque fino ad arrivare ai vetri piombati del Parlamento. Forse, a questo punto, è giusto che a parlare siano le donne. Che siano loro a mostrarci, su quel palco dove sono nate e si sono spente tante stelle, dove si sono riscattate e hanno provocato tante artiste, che il Festival può ancora una volta rompere gli schemi e sorprenderci. Perché Sanremo è Sanremo.


Mario Manca, barese di nascita e milanese d'adozione, scrive di Spettacolo sul sito di Vanity Fair, dove si occupa sopratutto di cinema e tv. Sarà per questo che per lui Sanremo è un po' come la Settimana Santa.


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Cose belle che abbiamo letto in giro!

In queste settimane grandi polemiche su Sanremo, ma anche sugli Oscar: anche quest’anno non c’è nemmeno una donna candidata alla miglior regia. Era il momento di aprire una pagina L’ha diretto una femmina, l’ha fatto Maria Laura Ramello, seguitela.

Una storia che spiega un po’ da dove viene questa idea che noi donne possiamo essere pagate meno degli uomini.

C’è una donna a capo della Grecia, e per la prima volta una donna italiana a dirigere la Biennale d’Arte di Venezia.

Otto nuovi “tipi da appuntamento” e il primo trailer di Normal People, la serie tv tratta dal romanzo di Sally Rooney. Una nuova docuserie di Netflix racconta il dietro le quinte del mondo del cheerleading, ma noi non riusciamo a smettere di pensare a Midge Maisel.

Un’intervista a Peggy Orenstein, autrice di Boys & Sex: Young Men on Hookups, Love, Porn, Consent, and Navigating the New Masculinity , un libro che analizza la nostra idea di mascolinità. Che va ripensata, lo dice anche Gucci.

Perché dovremmo rivalutare Anne Brontë.

Avete visto il Piccole donne di Greta Gerwig? E tra le quattro sorelle March, volete ancora essere Jo? Del film e del libro parliamo insieme lunedì 3 febbraio dalle 19:00 alla libreria Colibrì di Milano per un appuntamento speciale del Bestiario letterario di Michela Procaccianti. Venite?

A presto!


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