«La verità è che non conosco il confine preciso tra scrittura e vita. Certo, è possibile che una bambina percepisca la madre lontana da sé, come se fosse sempre altrove, immersa nei suoi romanzi, ma io sento che, senza quel continuo processo di scrittura, non sarei veramente presente. Quando non scrivo, è come se non vedessi, come se non stessi attenta a ciò che ho attorno, e quindi anche all’umanità. Senza scrittura, la vita diventa per me qualcosa di amorfo».
Queste sono le parole con cui Valeria Luiselli cerca di spiegare quale valore quotidiano ha per lei la scrittura, soprattutto in relazione con le persone della nostra vita. Un tema che si intreccia fortemente con le protagoniste del suo ultimo romanzo, Principio metà fine (edito da Einaudi Stile Libero), una madre scrittrice, appunto, e una figlia dodicenne. Insieme in Sicilia, in un viaggio pensato per cercare le tracce delle proprie origini familiari e che diventa un luogo dove leccarsi le ferite dopo una separazione e la conseguente perdita di riferimenti.
Il libro di Luiselli è la prossima lettura del nostro bookclub alla libreria Verso di Milano. L’appuntamento è per mercoledì 30 settembre alle 19:00 e, come sempre, per partecipare basta acquistare in libreria questo o un altro titolo.
La citazione che avete letto è tratta l’intervista di Beatrice Sciarrillo per ilLibraio, che potete leggere qui. Mentre di seguito trovate un estratto del libro.
Buona lettura!
Veduta dell'Etna e di Catania, ca. 1840. Disegno di C. Reiss, incisione di I.G. Martini
Reinventare tutto
Estratto da Principio metà fine di Valeria Luiselli (Einaudi, 2026)
Perché gli stessi pianeti appaiono a volte più elevati, a volte più vicini.
Camminiamo in mezzo alla folla in direzione del porto. La strada conduce a un lungo viadotto in muratura per i binari del treno, a decine di metri da terra grazie a una successione di grandi archi di pietra. Passando sotto uno degli archi, arriviamo a un parco pubblico di forma circolare, nella speranza di raggiungere il porto tagliando di lì. Nel parco, lungo il tortuoso sentiero che lo attraversa, passiamo accanto a tende e barelle, dove dei migranti, probabilmente arrivati da poco, aspettano il loro turno per essere ascoltati o ignorati da un funzionario addetto alle richieste d’asilo.
Le racconto che mia nonna Nanna, la sua bisnonna, è partita a bordo di una nave da questo porto, quasi un secolo fa. Aveva ventidue anni quando ha lasciato la sua isola per non farvi più ritorno. È difficile immaginare che, soltanto un secolo fa, gli europei migrassero verso l’America Latina per sfuggire alla povertà. E difficile è anche capire che ora, trovandosi a dover accogliere i migranti, si comportino come se a loro non fosse mai successo, come se non potesse più succedergli.
Sotto un vecchio albero dai rami contorti in modo innaturale, scorgiamo la statua acefala di un vecchio re borbonico.
Dov’è la testa?, mi chiede lei.
Non ne ho la minima idea.
È fatta così, o qualcuno le ha tagliato la testa?
Non ne ho idea.
Leggi dei pianeti.
Arriviamo in fondo al parco, ma non si vede nessun porto da lì. Ci si para davanti invece un grande parcheggio che si estende verso un viale trafficato. Niente accessi diretti alla riva, e non c’è alcun modo di intravedere il mare.
Lei mi stringe forte la mano mentre torniamo indietro e passiamo di nuovo tra teloni e barelle. Proprio al centro del parco, accanto a una fontana, alcuni uomini sono raccolti intorno a due tavoli pieghevoli con sopra delle scacchiere. Si scambiano parole sparse, in siciliano, in italiano, ma per lo più restano in silenzio, concentrati sulle due partite giocate in simultanea. Mi accorgo che mia figlia sbircia con attenzione le scacchiere.
Ma’?
Sì?
Niente, non importa.
Non mi chiede, come sospettavo stesse per fare, se può fermarsi a guardare le partite. Proseguiamo invece il cammino, dirette al mercato.
Mi tiene ancora stretta la mano quando usciamo dal parco e passiamo di nuovo sotto un arco del viadotto per inoltrarci in strade tortuose, anche se entrambe, dentro di noi, veniamo sfiorate dal dubbio che forse lei è già troppo grande per andare in giro così, con la madre che la tiene per mano. Se mai dovessimo incrociare un bambino della sua età, lascerà andare la mia mano per riprenderla dopo, solo quando l’altro sarà sparito dalla vista.
Cause dei loro cambiamenti di colore.
Il mercato si estende all’ombra di una cattedrale dedicata a sant’Agata. Entriamo per rendere un breve omaggio, sebbene nessuna delle due sia una buona cattolica. Le dico che Saint Agatha era anche il nome della nave su cui la sua bisnonna si è imbarcata a Catania. Un testo sul muro della chiesa racconta che sant’Agata era una vergine martire che ha rifiutato le avance di Quinziano, il prefetto di Catania, e che per questo è stata interrogata, torturata, imprigionata e mutilata: le hanno strappato i seni con le tenaglie. In un dipinto seicentesco di Zurbarán, appeso sopra il quinto altare della navata sinistra, tiene in mano un vassoio su cui offre i suoi due seni mozzati e pieni. La sua offerta, una resistenza o una restituzione di ciò che le è stato tolto. Sant’Agata viene invocata a protezione contro alluvioni, eruzioni vulcaniche, terremoti e incendi. È la patrona delle vittime di stupro, dei malati di cancro al seno e delle balie. Ed è anche, aspetto in apparenza non collegato ma forse non privo di una rilevanza ellittica, la santa dei fonditori di campane, che le modellano col ferro, campane che pendono nei campanili delle chiese, campane che di tanto in tanto, di ora in ora, rintoccano, una grande perturbazione dell’aria, la lingua di ghisa che oscilla avanti e indietro e colpisce la cupola, onde sonore che si propagano all’esterno segnando il tempo, dicendoci che è tempo, dicendoci che è mezzogiorno, e solo ora mi viene in mente, mentre alzo lo sguardo: la forma di una campana ricorda quella di un seno, col capezzolo rivolto a cieli implacabili che, dalle loro altezze solitarie, forse dettano o forse no il nostro destino terreno.
Moto del sole.
I pescatori montano i banchi prima dell’alba, ciascuno con un telo di plastica a fare da tetto contro il forte sole estivo. Sotto un telo azzurro vediamo un uomo che taglia la testa a un pesce spada, una bestia enorme e potente, il rostro d’argento lungo, affilato e robusto. Un sol colpo netto e la testa viene recisa, il rostro serrato si schiude leggermente all’impatto del coltello.
Mia figlia mi stringe la mano mentre ci avviciniamo al banco del pesce. Comincio una trattativa:
Quanto per la testa?
Cinquanta, dice.
Venti?, propongo.
Dice che una testa di quelle dimensioni, lunga quasi un metro, di solito costerebbe almeno cinquanta euro, c’è molta carne attorno al collo. Ma la mattina avanza spedita verso il pomeriggio, il sole nel suo corso ha raggiunto lo zenit e probabilmente sono una degli ultimi clienti, così ne accetta trenta. Mentre incarta la testa come un mazzo di fiori, in un foglio di giornale arrotolato a imbuto, noto un cartello di cartone appeso al suo banco. C’è scritto:
Cu nasci tunnu un po’ moriri pisci spata.
Gli chiedo che cosa significhi, e lui traduce dal siciliano all’italiano:
Chi nasce tonno non può morire pesce spada.
Sorrido, un sorriso vago, a labbra strette. Il suo, invece, è un sorriso gentile. Mia figlia osserva l’intera scena con lieve disapprovazione mentre do i soldi all’uomo, anche se ho l’impressione di cogliere in lei la scintilla di una canaglia, uno sfarfallio meteorico nello sguardo.
Cause della disuguaglianza fra i giorni.
La testa del pesce spada: troppo lunga, troppo pesante. Impossibile farla entrare tutta nello zaino, per cui il resto della passeggiata deve essere lento e prudente: un esercizio di equilibrio. Mia figlia deve aiutarmi a sostenere il lungo rostro, che sporge dallo zaino come lo strano corno di una bestia immaginaria, o forse una vecchia antenna televisiva. La parola inglese per «inizio, principio», beginning, viene dal germanico occidentale onginnan, che significava «aprire». E nell’alto tedesco antico in-ginnan voleva dire «sezionare, recidere».
Distanze delle stelle.
Passiamo davanti a un piccolo banco di verdura in fondo al mercato. Per prima cosa prendo sette pomodori, sette patate gialle, un cespo di lattuga, cinque carote, mezzo chilo di funghi, un chilo di riso, due pacchi di pasta. Poi rimetto a posto quattro pomodori e tre patate: calcolare le quantità per due anziché per quattro è molto più difficile. Reinventare, ricominciare da capo, ricreare tutto da capo: questo pensavo di dover fare. Reinventare tutto, la spesa e il modo di fare colazione, il modo di sfidare i pomeriggi di pioggia, le storie d’amore che io avrei potuto avere, le faccende domestiche di cui lei si sarebbe fatta carico, il nuovo dettaglio delle spese detraibili che avrei gestito da sola, i significati nuovi impressi su cose vecchie.
Cosa voleva dire, ma’?
Cosa voleva dire cosa?
L’uomo, cosa ha detto?
Sì, quello.
Che se nasci una certa cosa non puoi diventarne un’altra.
Perché?
Perché le persone non possono cambiare la loro natura, credo sia questo il senso. Se nasci in un certo modo, resterai sempre così, e via dicendo.
Ed è vero?
Non lo so.
Ma perché ha sorriso come se lo diceva a te, come se era di te che parlava?
Non parlava di me. Hai avuto questa impressione?
Sì.
Non lo so.
© 2026 by Valeria Luiselli
© 2026 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Valeria Luiselli è nata a Città del Messico e vive a New York. Autrice di romanzi e saggi, è tradotta in oltre trenta lingue. Con le sue opere ha vinto il Premio Letterario Internazionale Mondello 2025, l'American Book Award, il Folio Prize, l'International Dublin Literary Award e per due volte il Los Angeles Times Book Prize. Per Einaudi ha pubblicato Principio metà fine (2026).
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