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#9/2020
Uno dei più grandi cambiamenti che stiamo vivendo in questo periodo riguarda il nostro lavoro. Tra chi è in smart working, chi in cassa integrazione, chi è disoccupato e chi per guadagnare qualcosa si improvvisa rider, chi lotta per non pagar più l’affitto e chi deve badare pure ai figli a casa da scuola. La mia quotidianità, a parlare è Giulia P, è cambiata il 24 febbraio, quando improvvisamente ho smesso di andare in ufficio. Niente più metropolitana, niente più pranzi nei costosi bar di piazzale Cadorna. Tutto si è trasferito su Hangouts, Zoom, WhatsApp. Gli eventi si sono trasformati in dirette Instagram e i flirt in chat infinite su Messenger.
Maggio viene ardito e bello
con un garofano all’occhiello
con tante bandiere nel cielo d’oro
per la festa del lavoro
Scriveva Gianni Rodari. In queste giornate di sole che hanno preceduto il primo maggio ci siamo interrogate molto su come celebrarlo. E così, abbiamo riunito cinque amiche per farci raccontare come stesse andando la loro vita professionale. Sono cinque lavoratrici - chi freelance, chi dipendente, chi imprenditrice - alle prese con il lockdown. Alice, Cristina, Silvia, Eugenia e Chicca sono specchio della cultura italiana. E noi vogliamo celebrare.
Buon primo maggio!

Alice Orrù è copywriter e traduttrice specializzata in linguaggio inclusivo, customer service e WordPress. Vive a Barcellona. Su Instagram la trovate come @alicetrentaequalcosa
In Spagna lo stato di allarme è iniziato il 14 marzo e ha imposto restrizioni simili a quelle italiane. In realtà io, come molti altri italiani all’estero, ho iniziato il lockdown qualche giorno prima della dichiarazione ufficiale: un isolamento che mi sono auto-imposta vedendo quello che stava succedendo in Italia. Se non dovessi considerare la nostalgia della vita sociale, potrei dire che queste settimane di confinamento non sono poi così diverse dalla mia quotidianità “di prima”. Sono abituata al lavoro da remoto: lo faccio dal 2015, anno in cui sono diventata autónoma con partita IVA spagnola e ho iniziato a lavorare come copywriter e traduttrice in ambito tech. In questo periodo complicato, scrivere di tecnologia — io mi occupo soprattutto di siti WordPress — credo sia un bel vantaggio. Il lockdown sta portando molte persone che hanno un’attività sul web a consolidare la loro presenza online, a cercare nuovi modi di comunicare con potenziali clienti. Questo cambio repentino mi ha dato molto da fare, in particolare nella seconda metà di marzo, quando il lockdown si è esteso anche agli Stati Uniti, mercato con cui lavoro di più. Ho rimesso mano ai calendari editoriali e ripensato la scelta delle parole per testi già scritti ma non ancora pubblicati. Ho dovuto curare nuovi contenuti guardandoli da una prospettiva diversa, tenendo sempre a mente la necessità di un linguaggio empatico e inclusivo. Continuare a scrivere e a produrre buoni testi in un contesto così destabilizzante è difficile, ma ora va meglio. Superato lo shock iniziale, continuo a lavorare in modo simile a prima. Qualche cliente ha ridotto un po’ la frequenza delle consegne ma nel complesso non ho vissuto grossi scossoni. Mi sento molto fortunata. C’è però un elemento nuovo nel mio modo di lavorare, introdotto da questo lockdown: una sana lentezza. È come se, complice il rallentamento globale, mi sentissi più libera di occuparmi di una cosa alla volta, con più tranquillità. Non so quanto durerà questo stato mentale ma spero mi accompagni anche nel futuro, mi sta facendo bene.

Cristina Portolano è fumettista e illustratrice. Vive a Bologna. Potete seguirla su cristinaportolano.com, su Youtube o su Instagram
Io ero una di quelle che diceva: “Il virus prende solo i vecchi, tranquilli!” ma era per non preoccuparmi troppo. Mi sono messa in quarantena dal 5 marzo, appena tornata da Roma a Bologna, dopo una presentazione con Francesco Pacifico da Risma bookshop. All’inizio la quarantena non è stata pesante perché il mio ragazzo ha continuato a lavorare e io, essendo da sola in casa, me la gestivo abbastanza bene. Poi quando anche lui è stato messo in smart working abbiamo cercato un equilibrio tra il cucinare, turni di pulizie e altro. Per quanto riguarda il lavoro le prime settimane le ho passate annichilita pensando al “futuro”. Era un periodo in cui stavo ritrovando la fiducia in me stessa nel proporre progetti nuovi e invece tutto si è fermato di botto. A livello logistico sono tornata alla scrivania nella mia camera. Mi manca molto recarmi allo studio che condividevo con altri fumettisti e illustratori in centro (Studio Urca). Ma dopo due settimane mi sono dovuta dare una mossa perché ho iniziato a insegnare illustrazione allo IAAD di Bologna, ovviamente da remoto. Ogni settimana preparo le lezioni, correggo i compiti, e farlo mi è di grande stimolo in questo periodo. Non è male anche se manca molto il contatto fisico e mi dispiace che questi studenti abbiano visto alcuni professori soltanto via webcam. I miei desideri per il futuro sono semplici. Desidero che non muoiano troppe persone a me care e i cari delle persone a me care. Desidero tanto che i danni economici non siano troppi, soprattutto nel settore dell’editoria, e che i festival di settore trovino altri modi alternativi per aggregare e far mantenere vivo l’interesse nei frequentatori. Il fatto, diciamo, positivo di tutto ciò è che avevo bisogno di fermarmi. Ero in burnout. Volevo aggiornare il mio sito da 1 anno e mezzo e ora l’ho fatto. Ma purtroppo, o per fortuna, sono un animale sociale e ho bisogno delle persone. Stare isolata è molto frustrante. Desidero andare a bere con gli amici o a una presentazione o in mezzo a qualche festival all’estero, rivedere la mia famiglia.

Silvia Ranzetti, ha 35 anni e vive a Cremona. Da una decina d'anni è libraia, prima a Milano e ora alla Nuova Libreria Rinascita di Brescia
L'ultimo giorno in cui ho lavorato a libreria aperta è stato il 6 marzo. Da lì a poco sarebbe iniziato il lockdown. Le prime settimane a casa sono state simili a quelle della maternità ma ancora più dure: sospensione del reale, confusione sul cosa poter fare per la libreria e frustrazione dovuta al fatto che con un figlio di 2 anni non procedono regolarmente nemmeno la lettura delle mail e le videochiamate, figuriamoci tutto il resto. Le consegne a domicilio sono partite solo a inizio aprile, quando finalmente a livello regionale sono arrivate autorizzazioni e chiarimenti. Si è parlato molto di librerie durante il lockdown. Aprite le librerie, chiudete le librerie, i libri sono essenziali, i libri non sono essenziali. I soliti slogan e i soliti schieramenti. A sconsolarmi è stata, di nuovo, la visione distorta che si ha di questo lavoro. Su Twitter ho letto un thread che centra in pieno la questione, lo ha scritto Gaia Tarini (@scazzottate). Ad un certo punto dice: "I libri non sono portacipria e bon bon, sono bulloni, sono martelli, sono lampadine. Se la leggi così vedi quanti si disamorano". Le romanticherie e sdolcinatezze che ruotano attorno al mondo del libro non ci proteggeranno dal fallimento. Non ci sono missioni sacre da portare a termine, ci sono piuttosto ritardi e rinnovamenti mancati su cui iniziare a lavorare adesso: davvero dovevamo aspettare questo momento per accorgerci dell'importanza di un catalogo online? A quanto pare sì. E gli ebook? Le vendite sarebbero state marginali certo, ma se avessimo smesso subito (meglio, se non avessimo mai iniziato) di associare gli ebook all'apocalisse dell'editoria, se avessimo iniziato a venderli anche noi, non avremmo avuto una carta in più da giocarci? Le librerie sono aziende: chiamare le cose col loro nome, per poterne capire meglio i bisogni, questa è la prima lezione che voglio portare con me.

Eugenia Brini è graphic & visual designer, Canva Certified Creative (aka Canva Ambassador) e docente di cucina naturale. Seguitela su eugeniabrini.com
Mi chiamo Eugenia Brini e sono una freelance da 6 anni. Vivo a Vercelli da 10 anni con il mio compagno e il nostro Diego di 4 anni. Dal 25 febbraio la nostra vita è cambiata. Ci siamo adattati ad un nuovo modo di lavorare e di stare insieme come famiglia. Non senza qualche difficoltà. La routine si è riempita di attività e di regole nuove per cercare di scandire le giornate di un infante che prima andava all’asilo dalle 8:30 alle 16:30 e poi stava con i nonni o con la mamma a giocare fino all’ora di cena. La mattina il mio compagno (disegnatore tecnico dipendente in una ditta privata), lavora nella stanza del piccolo, l’unica a prova di bomba e con un tavolo grande per lavorare al computer. Io mi sveglio presto, mi prendo cura di me con un po' di yoga. Preparo la colazione. Poi, se il bimbo non si sveglia da solo, lo sveglio e la nostra mattinata vola tra attività divertenti in un salotto - che è diventato un parco giochi - la cura della piantine aromatiche e del lievito madre e molto altro. Il pomeriggio alterno lezioni in diretta con i miei allievi adulti disoccupati o ragazzi dell’obbligo formativo o workshop online su Canva, il programma che insegno come Canva Ambassador e i lavori per i miei clienti. Alcuni giorni riesco a seguire corsi di formazione o dirette su tematiche che mi interessano o sento colleghi con Skype o Zoom. La tecnologia mi sta aiutando a vivere serenamente questo momento non facile. Sicuramente mi manca la libertà di uscire, della mia postazione in Bottega Miller e dei miei compagni di avventura. Ma la flessibilità del lavoro che mi sono creata mi ha aiuta a non impazzire e a trovare i miei spazi e tempi.

Chicca Vancini nel 2015 ha inventato Da Emilia, uno spazio di concerti, vino e tigelle in centro a Torino. Sempre qui nel 2019, dopo aver preso il diploma di Sake Sommelier, ha aperto anche un sake bar - Uovo.
La prima volta che ho sentito parlare del Covid19 ero sul treno che da Yamagata mi stava portando a Tokyo e non ero affatto preoccupata, come del resto nessuno intorno a me, era il 7 febbraio. Ho 39 anni, due attività di somministrazione, un cane selvaggio, pochi rimpianti, molte soddisfazioni e tante idee che non basterebbero dieci vite per realizzarle tutte. Passo il 70% delle mie giornate a contatto con le persone -persone non gente - il restante 30% si divide tra sonno, musica, libri e film. L'8 marzo ho associato la parola Covid19 a lockdown, la mia nazione è una red zone nel giro di pochi giorni. Quattro soci, nove dipendenti, due locali chiusi. I primi momenti sono stati sospesi nell'attesa di capire cosa stava succedendo, poi col passare dei giorni mi sono resa conto che non posso permettermi di fermare i pensieri, che non ho la libertà di togliermi la divisa del problem solving, che devo tenere alto il mio umore, mantenere la concentrazione, fare le giuste scelte per le società e i dipendenti, non farmi prendere dal panico. E invece in panico ci sono andata eccome, a causa dell'incapacità di immaginarmi come sarà il dopo, per trovare soluzioni appropriate che attualmente hanno un indirizzo a me sconosciuto e che quindi non riesco a rintracciare. Penso al concetto di vivere alla giornata, un'idea che tra la mia generazione è oramai diventata uno status. Non avevamo idea di cosa volesse dire realmente vivere alla giornata ma il Covid19 ce lo sta insegnando. Vivere alla giornata, essere qui ed ora senza sapere cosa sarà domani perché non si ha la minima aspettativa verso il futuro. Non so come pagherò i miei fornitori, affitti, buste paga, utenze, tasse, soprattutto le tasse. Non posso progettare nulla per riparare a questo fermo immagine che stiamo vivendo. Mi sono affidata a società che danno il servizio di delivery: Justeat, Ubereats. Chiedono un ingresso (sui 300€) prendono su ogni ordine il 30% + 1% (per i pagamenti con carta di credito) + 22% di iva. Su un prodotto venduto a 7€ togliete il 53%, a quello che resta - 3,29€ - va ancora tolto il costo della materia prima. Il delivery non è e non sarà la soluzione se hai sempre lavorato sulla qualità e su prodotti che rispettano l'ambiente che ci circonda e soprattutto non sostituirà mai le persone e l'atmosfera di un luogo. Quindi sono quasi immobile, aspettando non so cosa. Nel frattempo tengo un diario della RedZone su Instagram e cerco di conservare energie in splendidi barattoli dorati che aprirò quando ce ne sarà bisogno.

Quanto ne sappiamo di mestruazioni?
Sono tante le prime volte che stiamo sperimentando in questo strano 2020: tra queste c’è diventare co-relatrici di una tesi di laurea. Martina Ghedini è una giovane graphic designer bolognese e sta sviluppando un progetto di cui vi parleremo presto. Per realizzarlo ha prima di tutto bisogno di una mano: vi chiediamo due minuti del vostro tempo per rispondere a un breve questionario. Per chi ha un ciclo mestruale, questo è il link. Se invece non avete un utero il link è quest’altro. Grazie per il tempo che le dedicherete!
Cose belle che abbiamo letto in giro!
Ancora su smart working, maternità e produttività. E sulla grande questione delle scuole che non riaprono.
Il lockdown sta diventando un problema di femminicidi e violenza domestica anche in Spagna. In Giappone, invece, si cerca di aiutare le sex worker colpite dalla crisi economica.
Il femminismo è la risposta giusta per la ripresa dell’economia? Alle Hawaii pensano di sì.
Congiunti, affetti stabili, parenti: una riflessione sulle relazioni in quarantena.
Margaret Atwood e Tracey Thorn che raccontano questi tempi sospesi. E qualche bel consiglio di lettura.
Anche voi vi state trasformando in Mrs. Dalloway?
Una nuova onda di crime fiction californiana sta riscrivendo i rapporti tra genere, razza, classe e comunità.
Tutto quello che volete sapere (o avreste voluto sapere) sul perdere la verginità.
Dagli USA: cosa ci ha insegnato il processo Weinstein in questi tempi complicati e una riflessione sul #MeToo, che è più importante di una campagna elettorale.
È uscita la serie tratta da Normal People di Sally Rooney, se ne parla un gran bene. E poi, grande hype per la nuova stagione di Skam, che arriva su Netflix il 15 maggio.
A presto!

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