Le parti rosse
#3/2026
Denton, Michigan, 1969. La studentessa di giurisprudenza di ventitré anni Jane Mixer viene assassinata e il suo caso resta irrisolto. Trentacinque anni dopo un indizio genetico porta all’apertura di un processo e alla condanna di Gary Earl Leiterman, infermiere in pensione.
Nel 2004, appena prima della riapertura del caso, Maggie Nelson — poeta e nipote della vittima — sta per pubblicare Jane: a Murder, una raccolta poetica inframmezzata da alcune pagine di diario della zia che non ha mai conosciuto.
Nelson si ritrova in aula, insieme a sua madre, a fare i conti con l’orrore che ha segnato per decenni la sua famiglia e la sua stessa infanzia. Nasce così Le parti rosse. Autobiografia di un processo, che Nottetempo porta oggi in libreria nella traduzione di Alessandra Castellazzi. Non solo un memoir o il resoconto di un processo, ma un’opera che si muove tra true crime e riflessione filosofica, mettendo in discussione la nostra ossessione per la violenza, il modo in cui la raccontiamo e i ruoli che attribuiamo alle vittime, in particolare alle donne.
Lungo queste pagine, Nelson esplora il proprio rapporto con il dolore, la giustizia e la scrittura stessa, interrogando il lettore su cosa significhi davvero comprendere e restituire l’esperienza traumatica.
Su gentile concessione dell’editore Nottetempo, oggi nella newsletter ne pubblichiamo un estratto.
La scrittrice Maggie Nelson. Foto: Graeme Mitchell
Assassino mostra compassione
Estratto da Le parti rosse. Autobiografia di un processo di Maggie Nelson (nottetempo, 2026)
Come si intuisce dai dettagli minimi dell’uccisione di Dawn Basom, l’omicidio di Jane era stato il meno brutale della serie. Sembrava fosse stata una morte veloce ed era l’unica a non essere stata stuprata. L’accusa vuole rimarcare la differenza, perché fa pensare che non sia Collins l’assassino. Il figlio di Nancy Grow è chiamato a testimoniare al processo per sottolineare che la borsa macchiata di sangue di Jane sembrava “sistemata” apposta sul lato della strada, come un segnale per arrivare al suo corpo, mentre un poliziotto in pensione che lavorava ai Michigan Murders dichiara che i corpi delle altre ragazze erano stati gettati sul bordo della strada o nei crepacci come immondizia. Chiunque avesse ucciso le ragazze (presumibilmente Collins) era tornato a infierire sui loro corpi per infliggere ulteriori danni – per esempio, le mani e i piedi della prima vittima, una diciannovenne di nome Mary Fleszar, a quanto pare erano stati tagliati giorni dopo la sua morte.
Il primo poliziotto arrivato sulla scena del crimine di Jane ricompare sul banco dei testimoni per raccontare che la valigia e la copia di Comma 22 erano appoggiate al suo fianco; le scarpe, la borsa e l’asciugamano a strisce bianche e gialle erano tra le gambe; il suo corpo era stato coperto in maniera elaborata – prima avvolto nei vestiti appesi alle grucce, poi nel cappotto di lana e infine, steso sopra, l’impermeabile, come a proteggere il tutto dalle intemperie. Quando gli chiedono di confrontare questo trattamento con quello riservato a Mary Fleszar, lo stesso poliziotto – ora un uomo anziano – si limita a scuotere la testa. “La prima ragazza era in una condizione…” Hiller deve spronarlo a continuare. “La prima ragazza era ridotta a pelle e ossa. Picchiata dappertutto con una cintura. La sua pelle,” dice, mentre la voce si spezza e scuote di nuovo la testa, “la sua pelle era come cuoio”.
Earl James lo riassume così sul banco dei testimoni: “È come se il perpetratore dell’omicidio [di Jane] avesse mostrato compassione per la vittima”.
Alla stampa piace la formula e ASSASSINO MOSTRA COMPASSIONE diventa il titolo del giorno successivo negli articoli dei quotidiani locali e nazionali che coprono il caso. Court TV ricama sul tema, sostenendo che “la disposizione meticolosa del suo corpo mostrava tenerezza”.
Nel primo interrogatorio di Leiterman, a novembre, anche Schroeder ha rimarcato i gesti di cura. Gli ha detto: “Sono tanti anni che lavoro nella Omicidi e ho visto cose fatte da mostri assoluti. Questo crimine non è stato commesso da un mostro. Chiunque l’abbia commesso non è un mostro”. Dice che a questa frase Leiterman è quasi crollato.
Posso accettare un simile approccio come strategia in un interrogatorio. Ma quando io e mia madre leggiamo il titolo ASSASSINO MOSTRA COMPASSIONE da Starbucks la mattina dopo, prima di andare in tribunale, lanciamo via il giornale, disgustate. Avvolgere il corpo di una donna come per proteggerlo dal freddo dopo averle sparato e averla strangolata e averle abbassato le mutande in un ultimo tocco di depravazione, sistemando attentamente gli arti e gli averi di una persona che non avrebbe più potuto usarli… insieme concordiamo: questi gesti non possono essere classificati come “teneri”.
Io e Schroeder abbiamo affrontato il problema mesi prima al telefono. Gli ho detto che malgrado questi gesti di “cura”, il feroce strangolamento post mortem di Jane (o quasi post mortem) non mi sembrava affatto indicare rimorso o premura per il suo corpo.
“Be’, è un po’ complicato,” ha detto.
Mi ha spiegato che dopo aver riesaminato la posizione dei collant, la natura del nodo, eccetera, avevano iniziato a sospettare che fossero stati usati come una specie di laccio emostatico, un perverso tentativo medico di fermare l’emorragia delle ferite di pistola alla testa. Non riuscivo a capire se Schroeder suggerisse che l’assassino aveva legato il laccio emostatico in una fitta di senso di colpa o di rimorso, o se stesse cercando di ridurre il sanguinamento per altri motivi – per non sporcare la tappezzeria della macchina, per esempio. Ma non ho fatto altre domande.
Perché Schroeder si apprestava a riferirmi un’altra ipotesi inquietante. Prima di entrare nel corpo di polizia, Schroeder era stato un marine. Un giorno, all’inizio delle indagini sul caso di Jane, stava raccontando alcuni dettagli della scena del crimine a un altro ex marine – in particolare, il modo in cui i vestiti di Jane erano stati impilati e la disposizione degli averi. L’amico si era voltato verso di lui e gli aveva detto: “Schroeder, sei il più stupido ex marine che abbia mai conosciuto. Non lo vedi che questo tizio le stava dando una sepoltura da campo di battaglia?”
Quando un commilitone muore in combattimento e i suoi compagni non sono in grado di rimuovere il corpo dal campo di battaglia, devono piegare i suoi averi e posizionarglieli in mezzo alle gambe, così che in un secondo momento possano essere raccolti con la massima rapidità ed efficienza insieme al cadavere. Schroeder era convinto che stessero cercando una persona che aveva prestato servizio nell’esercito. Collins non l’aveva fatto. Leiterman sì.
E per oltre vent’anni da quando aveva prestato servizio (in America del Sud e in Messico, non in Vietnam), Leiterman aveva lavorato come infermiere al Borgess Medical Center.
In quel periodo, molto probabilmente Leiterman aveva fornito cure vitali ai pazienti, forse persino conforto vitale, insieme a chissà cos’altro. Se aveva ucciso Jane, che fine facevano la cura e il conforto? Si azzeravano, si annullavano retroattivamente?
Al processo di luglio, Leiterman non assomiglia più all’uomo inebetito, trasandato, in tuta verde da detenuto che avevamo visto a gennaio. Ha un taglio di capelli fresco, indossa un completo e una cravatta e pare più a fuoco. Le manette alle caviglie sono visibili solo quando l’ufficiale giudiziario lo accompagna dentro e fuori dall’aula di tribunale, e ogni volta lui saluta la sua famiglia, in certi casi persino con un accenno di sorriso.
Dopo un primo sguardo al nuovo Leiterman, tuttavia, io e mia madre non lo vediamo più. Per avere una visuale sul grande schermo, sulle prove mostrate alla giuria e sui testimoni, dobbiamo spostarci in un punto della panca da cui lui non è più visibile. Non prende mai la parola, il che non è insolito nei casi di pena capitale, ci spiega Hiller, in cui la posta in gioco è così alta. Non sentiremo mai la sua voce. Sul banco dei testimoni tutti parleranno di ciò che “è stato fatto” al corpo di Jane, non quello che si presume lui abbia o non abbia fatto, nemmeno quello che “l’assassino ha fatto”. Leiterman uscirà dalla vista, dalla mente, dal linguaggio. Persino adesso devo fare uno sforzo di concentrazione per ricordarlo.
Ho provato a scoprire di più sul conto di Leiterman prima del processo, soprattutto nel modo pigro, alienante, tipico del Ventunesimo secolo. L’ho googlato.
© 2026 nottetempo srl
Maggie Nelson (San Francisco, 1973) è autrice di diversi libri di poesia e prosa, tra cui Gli Argonauti (il Saggiatore, 2016), Sulla libertà (il Saggiatore, 2021), Bluets (nottetempo, 2023) e Pathemata. O, la storia della mia bocca (nottetempo, 2025). Per il suo lavoro ha ricevuto numerosi riconoscimenti negli Stati Uniti e all’estero.
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