Perché non abbiamo scelta

#2/2021

Come già vi abbiamo raccontato in altre occasioni, lavorare a questa newsletter (e a Senza rossetto in generale) è un’occasione per noi per scoprire nuove cose, approfondire temi con l’aiuto di esperte che ci possano raccontare la loro esperienza, dare voce a chi nel mondo sta facendo la differenza

La newsletter che leggerete oggi è una di quelle occasioni: parliamo di cambiamento climatico, diritti umani e questione di genere con Chiara Soletti, coordinatrice della Sezione Donne Diritti e Clima di Italian Climate Network. Perché, se noi, nella nostra piccola e privilegiata realtà, proviamo a contrastare il cambiamento climatico consumando meno plastica, cercando di sprecare meno acqua, facendo la raccolta differenziata nel modo più responsabile possibile, persone come Chiara portano le battaglie nei luoghi di potere: alle Nazioni Unite, nelle negoziazioni dei trattati sul clima. Attraverso la sua voce, abbiamo scoperto quali sono gli strumenti in mano alla società civile per farsi ascoltare e per monitorare il lavoro che viene fatto in questi palazzi immensi dove si cerca di mettere d’accordo tutti i Paesi del mondo. 

«Una delle cose più sbagliate che si fa quando si parla di rispondere al cambiamento climatico è pensare che sia costoso e basta, o che sia un investimento a perdere, - racconta in un’intervista su Vanity Fair Italia, Jonathan Safran Foer, autore tra le altre cose del saggio Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Perchè il clima siamo noi, - Le soluzioni della sostenibilità invece beneficiano le economie. I Paesi che investono in energie rinnovabili, solare ed eolico, quelli che innovano nel migliore design, quelli che investono in migliori pratiche di allevamento e agricoltura, in nuovi tipi di cibo, diventeranno ricchi in modo incredibile, questo è certo, ed è il futuro».

Un futuro che esisterà solo se faremo qualcosa oggi.


P.S. Oggi la newsletter è arrivata un po’ più tardi del solito: scusateci, abbiamo avuto qualche problema tecnico!


Illustrazione di Sara Cuperlo per Senza rossetto


Di giustizia climatica

Intervista a Chiara Soletti

Qual è il collegamento tra cambiamento climatico e diritti umani e perché è importante riconoscerlo?

Per capire questo legame dobbiamo partire dal presupposto che la maggior parte di noi vive in una realtà che tende a dare per scontata; non si tratta di superficialità, ma del fatto che come esseri umani noi possiamo vivere solo nel presente. Possiamo ricordare il passato e immaginare il futuro, ma possiamo fare esperienza solo del presente, e questo determina il modo in cui vediamo e interpretiamo la realtà. Può risultare quindi difficile immaginare come fosse la vita prima che i diritti umani - che di fatto danno forma alla società, e quindi alle nostre vite - venissero esplicitati. I diritti umani sono l’interpretazione delle nostre libertà e dei nostri doveri in quanto esseri umani. Sono per esempio il diritto alla vita, alle pari opportunità, al voto alla proprietà, al lavoro, alla casa e all’istruzione. Vivendo in un paese industrializzato come l’Italia può risultare difficile capire cosa significhi essere dipendenti da un raccolto per la propria sicurezza alimentare, o quanto limitate possano essere le possibilità di vita se si appartiene a un gruppo di persone a cui per motivi socio-culturali non sono riconosciuti gli stessi diritti. Se il cambiamento climatico arriva al punto di avere un impatto sul paese Italia (come già sta avvenendo), il paese resiste perché ha le infrastrutture, le risorse, la tecnica e tutele in essere per i propri cittadini. Ci sono dei disagi, certo, ma non si muore di fame: il cibo continua ad arrivare nei supermercati e il paese non va in emergenza. Se invece lo stesso avviene in posti dove anche i diritti più basici non sono riconosciuti o implementati, cosa succede? Ѐ nel cercare di dare una risposta a questa domanda che si capisce il legame tra diritti umani e cambiamento climatico: l’emergenza climatica inasprisce le condizioni di vulnerabilità e discriminazione in cui già vivi. Ed è questo il motivo per cui è importante lavorare perché nelle politiche e nei progetti di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici siano integrati principi legati ai diritti umani. Il cambiamento climatico non è un problema meramente tecnologico e scientifico, ma è un fenomeno pervasivo che impatta ogni aspetto della nostra realtà con implicazioni sociali importanti ed estreme, come le migrazioni. Qui entra in gioco anche il concetto di giustizia climatica. Perché dovremmo integrare i diritti umani i questioni di clima? Perché se si va a studiare la storia dell’industrializzazione e quindi delle emissioni gas alteranti, si scopre senza essere particolarmente sorpresi, che i paesi industrializzati sono quelli che hanno contribuito maggiormente alla creazione del fenomeno, e allo stesso tempo sono quelli con maggiori risorse per affrontarlo e mitigarne le conseguenze. Chi paga il prezzo più alto? Le popolazioni e le nazioni che invece hanno tuttora stili di vita a bassissimo impatto climatico-ambientale e che meno hanno contribuito alla creazione del problema.

Nello specifico, come impatta il cambiamento climatico sulla vita delle donne?

Nella maggior parte delle società alle donne non sono ancora riconosciuti pari opportunità e diritti. Come abbiamo detto poco fa, essere meno tutelate dal punto di vista sociale significa essere anche più vulnerabili di fronte al cambiamento climatico. Facciamo un esempio drammatico ed estremo: siamo in una comunità di un paese in cui le donne dipendono legalmente dagli uomini per ogni aspetto della loro vita; nel momento in cui, a causa di una calamità naturale, perdono il loro tutore (nella maggior parte dei casi, il marito o un famigliare di sesso maschile) ecco che si ritrovano in una condizione di estrema vulnerabilità, che le potrebbe portare a essere vittime di sfruttamento e abuso. Ma i cambiamenti climatici non devono essere per forza improvvisi e violenti, anche fenomeni graduali come i cambiamenti del ciclo naturale dell’acqua possono creare situazioni di insicurezza alimentare che spingono intere popolazioni a migrare, esponendo donne, bambini, anziani a gravi rischi per la loro sicurezza. Non è che gli uomini non ne corrano, sia chiaro, ma nelle società patriarcali (che sono la maggioranza) l’essere maschi e adulti comporta comunque un grado di privilegio e quindi di sicurezza in più rispetto ad altre categorie. Data la gravità dell'emergenza climatica rimane fondamentale promuovere programmi e politiche ambientali ambiziosi che cerchino di ridurre le emissioni e preservare gli ecosistemi, ma non è abbastanza. Per assicurarci che le persone coinvolte in questo fenomeno non siano lasciate a loro stesse, bisogna integrare in maniera intersezionale dei principi legati ai diritti umani capaci di creare le condizioni necessarie alla loro tutela e alla loro sopravvivenza. 

Puoi farci un esempio concreto?

Prendiamo l’esempio di questo programma nazionale implementato dall’UNEP (United Nations Environment Programme) alcuni anni fa in Marocco. Ѐ un progetto che rientra a far parte del Programma Nazionale di Mitigazione e Adattamento per la comunità di El Mouddaa, una comunità montana in cui da circa vent’anni prima di questo intervento si disboscava per fare spazio all’allevamento. A un certo punto, con le modifiche del ciclo delle precipitazioni dovute al cambiamento climatico, la zona ha iniziato ad avere gravi problemi di desertificazione creando insicurezza economica e alimentare nella comunità. Gli uomini hanno cominciato a emigrare stagionalmente, in cerca di altri lavori, e a mandare avanti la comunità sono rimasti solo donne, anziani e bambini. L’UNEP cos’ha fatto? Ha detto alle donne: «Mentre gli uomini sono via aiutateci a tutelare El Moudda: riducendo l’allevamento e con un programma di rimboschimento di cui sarete responsabili avremo modo insieme di contrastare la desertificazione del vostro territorio. Vi daremo anche accesso a semplici tecnologie che possono fare la differenza nel filtrare e preservare l’acqua piovana per la stagione secca». Col tempo grazie a queste pratiche la comunità è diventata più resiliente alla siccità, permettendo a molti degli uomini di rientrare stabilmente e alle donne di guadagnarsi un ruolo sociale che ne ha aumentato la sicurezza e l'indipendenza. A quel punto, però, era diventato impossibile tenere le donne fuori dal comitato cittadino e non vederle coinvolte in ogni aspetto della vita comunitaria, inclusi ambiti a loro prima negati. Il programma rappresenta un passo avanti importante per la resilienza ambientale di una comunità tradizionale del Nord Africa e per le donne che ne fanno parte.  

Ci racconti cos’è Italian Climate Network?

Italian Climate Network è nata nel 2011 come organizzazione ONLUS di empowerment giovanile, nonostante al suo interno ci siano anche dei membri adulti (tra cui i nostri fondatori, che fanno parte del nostro Comitato Scientifico e che sono professori universitari, tipo Stefano Caserini e Sergio Castellari). Lo zoccolo duro però è di giovani volontari, che si impegnano quotidianamente per fare sentire la voce della loro generazione in materia di cambiamento climatico. Facciamo attività di educazione, divulgazione e advocacy con l’obiettivo di arrivare a un pubblico più ampio possibile senza rinunciare al rigore scientifico. Una delle nostre attività più importanti è la partecipazione alla Conferenza delle Parti (COP) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). Organizziamo una delegazione giovanile di volontari che partecipano come osservatori della società civile, seguendo i negoziati, riportandone gli sviluppi e partecipando al lavoro di advocacy delle costituenti Youngo, gruppo che riunisce le associazioni giovanili del clima accreditate ai negoziati, e alla Women and Gender Constituency, la costituente dedicata alle organizzazioni impegnate nell'integrazione dei diritti delle donne e delle questioni di genere. Questi gruppi esistono per permettere a entità che non si siedono direttamente al tavolo negoziale di unire le proprie forze e fare lobbying all’interno dell’immenso processo multilaterale dei negoziati sul clima. Per cosa ci battiamo tutti insieme? Per una maggiore ambizione nell’azione climatica e per l’integrazione di principi legati ai diritti umani per tutelare i gruppi vulnerabili. Uno degli obiettivi più importanti raggiunti in questi anni è stato riuscire a inserire il Principio di Equità Intergenerazionale nel preambolo del Paris Agreement, ovvero quel principio per cui una generazione dovrebbe lasciare il pianeta in condizioni uguali o migliori alla generazione successiva. È stato un lavoro enorme a cui abbiamo contribuito in collaborazione con YOUNGO. 

Oltre a questo, dal 2015 sono la Coordinatrice delle Sezione Diritti Umani e Clima dell’organizzazione, e responsabile per il lavoro di monitoraggio sull’integrazione di principi legati ai diritti umani all’interno dei testi discussi ai negoziati UNFCCC, con un focus particolare sulle questioni di genere. 

Siamo tutti volontari e cerchiamo sempre fondi per finanziare la nostra partecipazione, ma purtroppo non sempre ci riusciamo. Ciononostante la passione e l'impegno delle ragazze e dei ragazzi parte dell’associazione li porta spesso ad autofinanziarsi pur di poter partecipare, apprendere e contribuire a questa causa. Anche per me è stata un'opportunità unica: dopo la laurea in Scienze Politiche volevo diventare una advocate per i diritti umani ma ho presto realizzato proteggere i diritti umani non può prescindere dalla tutela ambientale e climatica. Se non abbiamo un mondo in cui vivere, per quali diritti lottiamo?

Un’ultima domanda: sei ottimista per il futuro?

Bisogna essere ottimisti, non abbiamo scelta. Come abbiamo detto all’inizio, in quanto esseri umani noi sperimentiamo solo il presente, non sappiamo che senso abbia la vita. Forse un senso ce lo diamo noi. E la risposta che io mi sono data è che non abbiamo scelta se non vivere in modo solidaristico, facendo meno danno possibile agli altri. Vado avanti perché non ho altra scelta e mi piace pensare che l’umanità continuerà a farlo. Non mi piace il mondo com’è e non mi piace la direzione che sta prendendo, ma non voglio restare indifferente. Una cosa che mi dà speranza è vedere le migliaia di ragazzi che scendono in piazza, che si autofinanziano e si sbattono, che hanno capito molto prima di me l’importanza di far sentire la propria voce per cambiare le cose e che sentono l’imperativo morale di provare a farlo. Nella storia ogni cambiamento è avvenuto solo grazie a uno sforzo collettivo, non dobbiamo smettere di crederlo possibile


Chiara Soletti è la coordinatrice della sezione Donne Diritti e Clima di Italian Climate Network. Partecipa come osservatore alle Conferenze delle Parti (COP) della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) e contribuisce al lavoro della Women and Gender Constituency, promuovendo l'integrazione di una prospettiva di genere nell’implementazione dell’Accordo di Parigi. Vive a Londra dove lavora per l'EIT Climate-KIC come responsabile progetti per il Programma d'Innovazione Regionale.


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