Pessime amiche
#18/2025
«L’amicizia è unica tra le nostre relazioni strette. Il matrimonio e la famiglia sono istituzionali, garantiti da giuramenti e obblighi, denaro e leggi. Altre relazioni, come quelle tra studenti e insegnanti, o tra capi e dipendenti, hanno schemi e regole condivisi all’interno di una cultura. L’amicizia non è così. Gli obblighi sono poco chiari, le responsabilità non sono definite. Ogni amicizia è così unica che ogni volta bisogna inventarla».
Tiffany Watt Smith è una storica culturale. Fa parte del comitato direttivo del Centre for the History of the Emotions e insegna alla Queen Mary University di Londra. Dopo l’enorme successo ottenuto nel 2017 con il suo Atlante delle emozioni umane (Utet), torna in libreria con un nuovo saggio in cui affronta un altro tema fondante della nostra società: l’amicizia e, in particolare, l’amicizia tra donne.
Pessima amica. Storia e mito dell’amicizia femminile (edito da Utet e disponibile dall’11 novembre) è un saggio che mette in discussione miti e idealizzazioni dei legami femminili: si parte da lontano, da Montaigne che considerava le donne incapaci di essere amiche, considerando questa affinità prettamente maschile; fino alla sua mitizzazione avvenuta nel XX secolo, con prodotti culturali che hanno iniziato a raccontare questo rapporto in tutt’altro modo (pensiamo a serie tv come Sex And The City). Nel mezzo, c’è un lavoro di ricerca complesso, che si intreccia con la vita personale della stessa Tiffany Watt Smith.
Abbiamo avuto l’occasione di intervistare la storica britannica in un pomeriggio soleggiato di ottobre e quello che trovate nella newsletter di oggi è il resoconto di quella chiacchierata.
Buona lettura!
Goldie Hawn, Diane Keaton e Bette Midler in una scena del film Il club delle prime mogli (1996)
Studiare l’amicizia femminile
Intervista a Tiffany Watt Smith
Il suo saggio comincia da una esperienza personale: la fine di un’amicizia. Cosa l’ha spinta a trasformare quel momento privato in un’indagine storica?
«È la mia formazione. Sono una storica delle emozioni e mi interessa capire da dove nascono le idee e le narrazioni che abbiamo sui sentimenti — da dove arrivano le nostre ossessioni attuali e come abbiamo imparato a pensare la nostra vita emotiva. L’amicizia rientra perfettamente in questo campo. Stavo riflettendo su esperienze molto private, complicate, forse anche vergognose, e volevo capire perché facessi così fatica ad affrontarle: quali storie avevo interiorizzato sull’amicizia, da dove venivano, e cosa significasse lasciarle andare. Una volta che comprendi le narrazioni e le aspettative culturali, puoi liberartene».
Come ha lavorato alla ricerca? Quanto tempo le è servito per scrivere questo libro?
«Circa cinque anni, che alla fine mi sono sembrati tanti. All’inizio non sapevo nemmeno come studiare l’amicizia. Le persone raramente scrivono delle proprie amicizie, e non volevo limitarmi a donne colte e alfabetizzate, di cui pure restano diari e lettere: cercavo una varietà più ampia. Così ho usato fonti di ogni tipo. Non mi aspettavo, per esempio, che i registri fiscali e i censimenti potessero essere rilevanti, ma dicono molto sulle comunità femminili. Gli storici hanno scoperto che nella Parigi del XIII secolo esistevano intere strade di donne single che vivevano e lavoravano insieme — spesso nell’industria della seta — pagavano le tasse, si davano lavoro a vicenda e lasciavano denaro alle amiche nei testamenti. Erano vere e proprie famiglie.
Poi, passando al XX secolo, ho analizzato riviste, manuali di autoaiuto, pubblicità, film e programmi TV per capire come si costruivano i racconti e le aspettative sull’amicizia. Ho confrontato quelle narrazioni culturali con storie reali trovate negli archivi: lettere, memorie, interviste. Scrivere una storia femminista significa spesso inventarsi un metodo, mettere insieme frammenti e sussurri. Molte di queste donne — prigioniere, operaie, non sposate, donne nere — sono state escluse dagli archivi tradizionali, quindi ho dovuto essere creativa».
Scrive che le donne hanno interiorizzato standard molto alti su cosa significhi essere una “buona amica”. Qual è, secondo lei, la trappola più sottile in questo ideale?
«Ce ne sono molte. Mi sono concentrata sul XX secolo perché è il momento in cui nasce l’idea che le donne siano “naturalmente brave” nell’amicizia. Prima non era affatto così: l’amicizia femminile non era celebrata, mentre quella maschile sì. Nel Novecento questa visione si ribalta, ma insieme porta nuove aspettative: quanto intima o romantica dev’essere un’amicizia, quanto collaborativa, quanto utile alla comunità. Ogni fase della vita di una donna si riempie di regole su come dovrebbe comportarsi come amica. Le donne che infrangono queste regole possono essere penalizzate — ed è proprio questo che mi interessa. Persino le donne anziane, negli anni Settanta o Ottanta, che vogliono vivere con le amiche invece che con la famiglia incontrano ostilità. La gente non riesce a immaginare cosa possano “fare insieme delle vecchie signore”. Mostra quanto siano radicati questi copioni sociali».
C’è stato un momento storico che ha cambiato o messo in discussione il suo modo di pensare l’amicizia tra donne?
«Una sorpresa è stata scoprire le tradizioni di “amicizie contrattuali” in varie culture: rituali formali in cui si prometteva amicizia per la vita. Ne cito esempi in India e in Africa. Oggi alcuni giuristi si chiedono se servano forme simili — veri e propri “contratti d’amicizia” legali, non per le relazioni occasionali ma per le persone che diventano il principale punto di riferimento l’una dell’altra. Continuiamo a costruire la vita intorno alla famiglia nucleare, dando per scontato che le relazioni romantiche offrano cura, casa, stabilità economica. Ma perché non potrebbe farlo anche l’amicizia? Per le donne, in particolare, apre possibilità nuove: mette l’amicizia sullo stesso piano dell’amore romantico e permette di immaginare altri modi di vivere che potrebbero adattarsi meglio a ciascuna».
Quindi l’amicizia può essere anche uno spazio politico, di solidarietà?
«Sì, e darle più visibilità — persino un riconoscimento legale — è un modo per valorizzarla. Che sia o meno la strada giusta, è un’ipotesi interessante. Le persone hanno bisogno di amici e di comunità. Ma è facile lasciare svanire le amicizie, sotto la pressione del lavoro, dei traslochi, dell’enfasi culturale sul romanticismo. L’amicizia richiede una certa costanza, un tempo condiviso. Senza quello, è difficile orientarsi nella vita. Tutti, a un certo punto, abbiamo bisogno d’aiuto — e sono le amiche a offrirlo».
Che ruolo ha oggi il mondo digitale nell’amicizia?
«Può essere molto potente. Internet, all’inizio, ha unito donne marginalizzate — come le donne trans — che altrimenti si sarebbero sentite isolate. Negli anni Ottanta e Novanta nascono online legami profondi tra persone che non si sono mai incontrate né conoscevano i rispettivi nomi. Ma, naturalmente, il digitale può anche ridurre l’intimità. La comunicazione diventa frammentata, asincrona; smettiamo di condividere lo stesso spazio fisico, e questo influisce sull’empatia. Ora siamo anche alla soglia delle “amicizie con l’intelligenza artificiale”. Posso immaginarne un ruolo limitato — come un animale domestico o un oggetto di conforto — ma non può sostituire un’amicizia reale. L’AI ci dà sempre ragione, non ci contraddice, non ci costringe all’empatia. Non è un buon allenamento per la vita relazionale».
Se potesse scegliere una sola “pessima amica” della storia o della letteratura in cui rivede qualcosa di sé, chi sarebbe?
«Una poetessa chiamata Katherine Philips, conosciuta con lo pseudonimo Orinda. Visse nel XVII secolo al confine con il Galles e creò una “società dell’amicizia” tra donne, ispirandosi ai poeti uomini che celebravano i loro legami. Ebbe relazioni intense, romantiche, con altre donne. Quando la sua amica più cara decise di risposarsi e trasferirsi in Irlanda, lei fu devastata: scrisse persino che “il matrimonio è il funerale dell’amicizia”. Poi cercò di farla ingelosire vantandosi di nuove amiche. È tutto molto caotico, e riconosco quella sensazione — la gelosia, il senso di tradimento — nella me più giovane. Ho intervistato donne dai tredici agli ottantacinque anni, e tutte riconoscevano quella dinamica: quando un’amica sceglie qualcun altro, o si allontana, rompendo il patto che pensavi fosse inviolabile».
Questo si collega all’idea che le donne spesso sentano di dover restare “le stesse” per mantenere viva un’amicizia.
«Esatto. La psicoterapeuta Susie Orbach lo definisce bonding without cloning, “legarsi senza clonarsi”. Le donne devono imparare a stare insieme senza essere identiche, ad accettare la differenza dentro l’amicizia. In passato le amiche conducevano vite simili nello stesso villaggio. Oggi viviamo molte vite in una sola — ci spostiamo, cambiamo idee, relazioni, paesi. L’amicizia deve sapersi adattare, tollerare la diversità. Da giovane faticavo a capirlo. Ora mi viene più facile. Il mito secondo cui l’amicizia resta sempre uguale è ingiusto. Le amicizie evolvono: l’intensità cambia, alcune si raffreddano, altre ritornano. Accettarlo ci aiuta a conservarle. Se pretendiamo che un’amica non cambi mai, rischiamo di perderla del tutto».
Tiffany Watt Smith, storica culturale, fa parte del comitato direttivo del Centre for the History of the Emotions, e insegna presso la Queen Mary University di Londra. Il suo Atlante delle emozioni umane. 156 emozioni che hai provato, che non sai di aver provato, che non proverai mai (Utet 2017) è stato un successo internazionale, tradotto in tutto il mondo. Ha collaborato con “BBC Magazine”, “The Guardian”, “The New Scientist” e “BBC Radio”. Nel 2014 è stata inclusa dalla BBC tra i New Generation Thinkers, e nel 2018 le è stato assegnato il Philip Leverhulme Prize, uno dei più importanti riconoscimenti britannici alla ricerca scientifica.
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Due uscite da non perdere in libreria: Ragazze che scrivono poesie di Alba Donati (Einaudi) e Per sempre tua. Il mondo infinito di Jane Austen di Carolina Capria (Gribaudo).
E poi qualche appuntamento delle prossime settimane:
Mercoledì 12 novembre alle 18:00, ospiti della libreria La Scatola Lilla di Milano, presentiamo Contro il matrimonio di Laura Gramuglia (EDT) all’interno di BookCity (qui i dettagli).
Domenica 16 novembre alle 15:00 parliamo di icone pop con Giulio Mazzoleni e Stefano Mastropaolo all’interno del PopFest di Cologno Monzese. Maggiori informazioni qui.
Martedì 25 novembre alle 19:00 ci vediamo da Verso Libri a Milano per parlare di Le chiavi magiche (Utet), il libro di Ludovica Lugli dedicato alla lettura delle opere di Elsa Morante.
Giovedì 27 novembre alle 18.30 la nostra Giulia P. presenta La ragazza di Savannah di Romana Petri insieme all’autrice alla Biblioteca Civica di Biella.
Per finire, martedì 2 dicembre sempre da Verso e sempre alle 19:00, un nuovo incontro del nostro bookclub in cui parleremo di La chiamata di Leila Guerriero (Sur).
A presto,
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Super interessante la domanda che si è posta l'autrice per sviluppare la ricerca. Un ottimo consiglio di lettura!