Compiti delle vacanze

#14/2019

L’estate è iniziata ed è arrivato il momento di andare in vacanza anche per noi.

Questi primi mesi del 2019 sono stati mesi di fuoco qui a Senza rossetto. Forse non ve ne siete accorti, ma dietro le quinte abbiamo lavorato sodo a dei bei progetti che prenderanno forma nei prossimi mesi (e che potremo svelarvi solo in autunno, ma abbiate fiducia). Intanto ne approfittiamo per ringraziarvi del sostegno e dell’interesse che ci dimostrate ogni giorno e ci prendiamo una pausa fino a settembre, per ripartire ancora più cariche.

Vi lasciamo con la temuta lista dei compiti delle vacanze: cose da leggere, vedere, fare, ascoltare in queste settimane che ci terranno lontani. Per compilarla abbiamo chiesto aiuto a due amiche che, come noi, consumano una quantità sconsiderata di prodotti culturali a tema femmine, diritti civili, parità di genere eccetera eccetera: Elena e Florencia di Ordinary Girls.

Finalmente affiggiamo il cartello CHIUSO PER FERIE ma, inutile dirlo, ci mancherete!


Illustrazione di Cinzia Franceschini per Senza rossetto


Da leggere

  • Persone normali di Sally Rooney (Einaudi, 2019)

    Consigliato da Elena

    Persone normali è il secondo libro di Sally Rooney, classe 1990, residente a Dublino, città che torna anche in questa nuova storia che racconta la relazione tra Connell e Marianne. Lui belloccio, intelligente, giocatore di calcio e amatissimo dai suoi compagni del liceo. Lei intellettuale, un carattere respingente, opinioni forti e una bellezza di quelle che vengono percepite tali solo dopo l’adolescenza. E fin qui potrebbero sembrare i protagonisti di The O.C, se non fosse che qui i conflitti non si risolvono con degli sguardi lanciati sopra un pezzo dei Death Cab for Cutie. Anzi, qui proprio i conflitti non si risolvono mai. I due riescono a passare dallo stato di amanti a estranei a seconda del contesto. Ogni volta che entrano in una stanza non sono mai uguali a come erano l’ultima volta che sono entrati insieme. In un’estate dominata dalle relazioni amorose dei bulli e delle pupe di Temptation Island, dove bastano 24 ore per raccontarsi in maniera intima a uno sconosciuto e altre 48 per dirgli frasi come “voglio viverti”, Persone normali riporta l’attenzione su una relazione difficile e quindi per questo vera e reale. Non so dirvi se questa storia parla anche di voi, ma potrebbe.

  • L’America non è casa di Elaine Castillo (Solferino, 2019)

    Consigliato da Florencia

    La storia (in parte autobiografica) di una ragazza rifugiata politica filippina queer negli Stati Uniti, una storia d’amore e politica che racconta sapientemente alcune delle minoranze di un’area del mondo ricca di contraddizioni. Ho avuto la fortuna di intervistare Elaine in radio a proposito del libro, il podcast è qui

  • Resoconto di Rachel Cusk (Einaudi, 2018)

    Consigliato da Giulia P.

    Il libro perfetto per questa stagione: siamo ad Atene, con il caldo che cresce e il tempo che rallenta. Il primo titolo che dà il via alla trilogia (seguono Transiti, sempre Einaudi, e Kudos, ancora inedito in Italia) regala per ogni capitolo il quadro di un personaggio o di una situazione. Raccogliamo i dettagli sulla protagonista alla spicciolata, mentre lei si interessa alla vita degli altri personaggi. Nelle pieghe delle conversazioni ricerchiamo il senso delle relazioni e degli affetti. Una bella intervista all’autrice per lasciarsi convincere. 

  • Desiderio di cose leggere di Antonia Pozzi (Salani, 2018)

    Consigliato da Giulia C.

    Antonia Pozzi è una delle poetesse più importanti della letteratura italiana del Novecento. Morta suicida a 26 anni, ha lasciato un grande numero di componimenti, pubblicati soltanto postumi. Questa è un’antologia del meglio della sua poetica pubblicata a ottant’anni dalla sua morte. Di leggero c’è poco e niente, Pozzi ha una profondità struggente per essere una scrittrice così giovane, ma va letta. Anche se non siete esperti di poesia (tipo me). In più c’è una copertina bella di Olimpia Zagnoli.

Da vedere

  • When they see us (Netflix)

    Consigliato da Elena

    La prima cosa da dire su questa serie che potete trovare su Netflix è che tratta di una storia vera. Ed è successa nel 1989 a New York, quando la polizia ha accusato cinque adolescenti afroamericani di aver picchiato e stuprato una giovane donna nel parco di Central Park. Raymond Santana, Kevin Richardson, Antron McCray, Yusef Salaam e Kharey Wise, che nel corso del caso vennero soprannominati Central Park Five, vennero condannati nel 1990 e rilasciati solo nel 2002 quando il vero responsabile dello stupro si fece avanti. Questa miniserie di 4 puntate non deve essere guardata per la sua conclusione, per l’abbraccio tra i cinque (ormai diventati uomini) e le loro famiglie, ma va vista per quello che succede nel mezzo della narrazione. When They See Us, sceneggiata e diretta da  Ava DuVernay e prodotta da Oprah Winfrey, è un pugno allo stomaco. La guarderete in silenzio e sempre con una sensazione di errore addosso, ed è giusto così. Poi penserete alle cose che contano davvero e alle ingiustizie che ci circondano. Perché è vero che l’Italia non è l’America, però non possiamo essere quelli che la sera piangono davanti al 13 pollici per una serie e poi l’indomani non essere pronti a schierarci contro quello che ci fa schifo.

  • Dix pour cent, in Italia Chiami il mio agente! (disponibile su Netflix)

    Consigliato da Florencia

    Dramedy francese che sta diventando di culto presso gli insider della tv e del cinema. In Dix pour cent si racconta quello che succede in un’agenzia parigina che rappresenta i più celebri attori francesi, e i protagonisti devono destreggiarsi tra le proprie vite personali e i capricci delle star che rappresentano. La particolarità è che gli attori che interpretano i clienti sono effettivamente stelle del cinema e della tv francese che interpretano (la peggior versione di) sé stessi! Serie scritta magistralmente, vi segnalo in particolare il personaggio di Andréa Martel, interpretato da una bravissima Camille Cottin, di una profondità enorme e dalla linea narrativa imprevedibile e sorprendente.

  • One day at a time, in Italia Giorno per giorno (disponibile su Netflix)

    Consigliato da Giulia P.

    Quando Netflix ha annunciato di voler cancellare questa serie (ormai alla terza stagione) sono stati in molti i fan sparsi per il mondo a scrivere in sua difesa. Ora però sembra che questo piccolo gioiello comedy sia salvo e che ci sarà una quarta stagione su Pop TV. Per chi ancora non lo conoscesse si parla di una famiglia di origine cubana in America: la madre single è una veterana di guerra con due figli adolescenti, una madre (interpretata da una pazzesca Rita Moreno) e un vicino di casa, ricco canadese. Tra molte risate (e qualche lacrima) si affrontano temi impegnativi come il razzismo, il sessismo, l’omofobia, la depressione e le dipendenze. 

  • When Harry met Sally, in Italia Harry ti presento Sally

    Consigliato da Giulia C.

    Più che altro da rivedere. Harry ti presento Sally usciva negli Stati Uniti proprio oggi trent’anni fa, il 12 luglio del 1989, dopo una gestazione molto lunga. Destinato a diventare una delle commedie romantiche più famose di tutti i tempi, resta uno dei film più riusciti di una delle migliori sceneggiatrici di Hollywood: Nora Ephron. Anche i film invecchiano e trent’anni sono tanti, ma nonostante tutto Harry ti presento Sally resta un film che parla di relazioni in modo onesto, mettendo sul piatto temi come il sesso, il desiderio, l’orgasmo femminile, il modo diverso in cui uomini e donne sono abituati a guardare il mondo. Ed è sempre delizioso.

Da ascoltare

  • Rosalía

    Consigliata da Elena

    Se c’è qualcuno che ha aperto i porti in questi ultimi anni è stato proprio il pop. Questo genere musicale, mai uguale a se stesso, ha fatto il giro di tutto il mondo, ha visitato le nostre case, ha rubato qualcosa della nostra tradizione, lo ha mixato a un elemento esterno e lo ha servito con un ombrellino. Ed a cui che scopriamo Rosalía, la popstar del momento. Nata e cresciuta a pochi chilometri da Barcellona, Rosalía ha preso il flamenco andaluso e l’ha portato in vacanza nel contemporaneo, mischiandolo con beat caraibici, con batterie elettroniche, hip hop e sonorità sognanti. Lunghi capelli neri, tratti mediterranei e una voce che sa essere piuma o ferro. Quest’ultimo non è un detto spagnolo, ma si adatta bene.

  • Brol di Angèle

    Consigliato da Florencia

    A 21 anni, col singolo d’esordio La Loi de Murphy, Angèle Van Laeken è diventata uno dei fenomeni del pop francofono. Mi piacciono moltissimo le sue sonorità, a metà tra la chanson tradizionale francese e il pop internazionale, e il livello di maturità dei testi che ha raggiunto - ha destato scalpore con il singolo Balance ton Quoi sulla mascolinità tossica, corredato da video in cui istituisce la Anti-Sexism Academy per educare i ragazzi al consenso. Se vi piacciono le cantautrici pop bubblegum ma impegnate come Lily Allen, Angèle è ciò che fa per voi.

  • When we all fall asleep, where do we go? di Billie Eilish

    Consigliato da Giulia P.

    In un bellissimo video di Vanity Fair America del 2018, l’allora 15enne Billie Eilish risponde a una serie di domande sulla sua carriera. Tra queste le si chiede quanti follower avesse su Instagram in quel momento: «257mila», risponde. Nello stesso video, però, si vede la stessa risposta esattamente un anno dopo, quando ormai il suo successo è esploso e il numero dei follower ha raggiunto 6,3 milioni (oggi è arrivata a 30 milioni). Voce sussurrata, cassa dritta, ritmo dance o beat frammentati: Billie Eilish è tutto questo e molto altro. È un fenomeno che sta cambiando i connotati della pop music in un modo assolutamente originale.

  • When I get home di Solange  

    Consigliato da Giulia C.

    Dopo il successo di A seat at the table, Solange Knowles torna con il suo quarto album in studio. Una lettera d’amore alla sua città, Houston, come l’ha definito lei stessa durante il lancio del disco lo scorso marzo. Un ritorno a casa, appunto. Testi ermetici che parlano dell’essere una donna nera nell’America contemporanea, collaborazioni stellari (da Pharrell a Tyler, The Creator), videoclip curati nei minimi particolari: è un disco un po’ criptico, non sempre facile, ma molto bello. Io lo dico, non me ne vogliate, ma per me Solange > Beyonce.

Un consiglio spassionato

  • Conoscere Jameela Jamil

    Consigliato da Elena

    Se fossimo su un magazine generalista diremmo che Jameela Jamil è la fidanzata del più famoso James Blake. Grazie al cielo siamo su Senza Rossetto. Nata a Londra da genitori di origini pakistane, Jameela si è fatta notare in patria come conduttrice della BBC Radio 1 per poi prendere il volo come attrice, oggi possiamo vederla nella serie comedy The Good Place. C’è di più: è un’attivista del body positive e fondatrice di I Weigh, una piattaforma (la trovate anche su Instagram) dedicata alla celebrazione di tutte le donne e alla rottura di tutti gli stereotipi lanciati dai media. Avete googlato il suo nome? Ottimo. Perché una bellona del genere vuole essere anche una impegnata? Da adolescente ha sofferto di anoressia nervosa, poi per colpa di una cura di farmaci è ingrassata e ha subito fat shaming dai media. Sa di essere una privilegiata, lo sa che se oggi qualcuno l’ascolta è anche perché è una bellissima donna di successo. Ed è questo che mi piace di lei: non ci guarda dall’alto al basso, anzi. Ci invita a crescere e alzare la testa tutte insieme. 

  • Vedere Janelle Monae e Billie Eilish in concerto

    Consigliato da Florencia

    Due concerti imperdibili: 18 Luglio, Janelle Monae in concerto al Lucca Summer Festival e 31 agosto, Billie Eilish al Milano Rocks. Dopo aver rosicato come una pazza ascoltando i racconti di chi l’ha vista sul palco del Primavera Sound, e dopo essermi drogata di video su YouTube della sua performance al Glastonbury, ho deciso che non voglio e non posso perdermi l’unica data italiana di Janelle Monae, in scena al Lucca Summer Festival la sera del 18 luglio. Una cantante fantastica, un’attrice bravissima ma soprattutto una performer incredibile che porta con sé sul palco il suo essere donna, nera e femminista: non vedo l’ora! Così come non vedo l’ora di vedere Billie Eilish, ovvero colei che in pochi mesi è diventata la mia ossessione, esibirsi a Milano sul palco del Milano Rocks: un disco d’esordio onirico, cupo e contemporaneamente brillante, del quale Giulia P. ha scritto qui sopra, che sono curiosissima di ascoltare dal vivo e soprattutto sono impaziente di scoprire come saranno in grado di rendere le stesse atmosfere anche nel live.

  • Andare a Berlino

    Consigliato da Giulia P.

    Arrivo in ritardo su tutta la linea, ma andare a Berlino era uno dei miei buoni propositi per il 2019. Potete andare a Thai Park o farvi una biciclettata lungo lo Sprea, ma anche godervi tutte le mete femministe che questa incredibile città vi può offrire. Ne avevamo parlato in una newsletter dell’anno scorso che forse vale la pena rileggere.

  • Visitare la Biennale d’Arte di Venezia

    Consigliato da Giulia C.

    May you live in interesting times è il titolo scelto dal curatore Ralph Rugoff per la 58esima Biennale d’Arte di Venezia. A quanto pare, sono le donne a rendere questi tempi interessanti: quella in corso, infatti, è la prima Biennale in cui le donne chiamate a esporre superano gli uomini. Anche l’ambito Leone d’Oro se l’è aggiudicato il padiglione della Lituania con un progetto firmato da tre donne (Lina Lapelyte, Vaiva Grainyte e Rugile Barzdziukaite). Non l’ho ancora vista, ma sembra che questa Biennale sia proprio da non perdere!


Elena Mariani ha 30 anni. Da piccola sognava di diventare Donatella Versace, ma dopo la laurea in Fashion and Texture Design ha deciso di scrivere. Vive e lavora a Milano come autrice video e digital specialist.  Sogna di fare lo stesso lavoro di Tina Fey, ma nel corpo di Kim Kardashian. Le va bene anche il contrario. La trovate su Instagram con il nome @elena_mariani.

Florencia Di Stefano - Abichain ha 30 anni. Argentina di nascita, veronese di adozione ma con radici in una manciata di paesi nel mondo, dopo una carriera come manager nelle multinazionali decide di diventare povera ma felice; vive ora a
Milano e lavora come content creator, autrice, conduttrice e speaker, assecondando anche le sue velleità di cantante, performer e attrice. Potete ascoltarla tutti i giorni su Radio Popolare e vederla quest'estate in tivù su VH1. Sfoga la sua egopatia principalmente su Instagram con il nome di @florenciafacose.

Elena e Florencia conducono Ordinary Girls un progetto radiofonico femminile e femminista che ha come scopo quello di raccontare la realtà vista dagli occhi di due ragazze normali. Hanno appena terminato la seconda stagione del programma in onda su Radio Popolare (tutte le puntate sono disponibili su iTunes). Da gennaio 2019 Ordinary Girls è anche un podcast di 10 puntate in esclusiva per Storytel.


Con questo vi salutiamo e vi diamo appuntamento a settembre,

buona estate!


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Prendere spazio nel mondo

#13/2019

Ho avuto un inverno faticoso, io Giulia C. Ho avuto un bel po’ di stress emotivi, ho lavorato tanto, ho fatto pochissimo movimento, ho deciso di smettere di usare contraccettivi ormonali dopo molti anni che ne facevo uso, ho sopperito con qualche gin tonic di troppo e molto cibo d’asporto. Risultato: sono ingrassata quattro chili in quattro mesi.

Lo sospettavo (dato che non mi si chiudevano più i jeans), ma a casa non ho una bilancia e ho fatto finta di nulla fino a quando, il giorno di Pasqua a casa dei miei genitori, non ho deciso di pesarmi. Picchi mai toccati: panico, tragedia, sconforto, disperazione. Ho fatto il cambio stagione con il desiderio di buttare tutto e ricomprare tutto da zero, ma come mi sarei sentita nel dover acquistare abiti di una taglia in più? Molto peggio che accettare che quell’abitino comprato nel 2009 (dieci anni fa, dieci) non mi entra più dai fianchi.

Allora ho pensato di mettermi a dieta, di svegliarmi presto la mattina e andare a correre, di farmi tutti i giorni i sei piani di scale che mi separano dal mio appartamento a piedi, di usare la macchina solo ed esclusivamente per andare a lavoro (che altrimenti non ci arrivo davvero, lavoro lontano, lo giuro) per tutto il resto bicicletta.

Poi qualche tempo fa ho conosciuto Belle di faccia e sentendole parlare ho capito che era tutto sbagliato, e non perché “in fondo sono bella anche così” o “cosa saranno mai quattro chili in più”. Ma proprio perché anche se mi ripeto queste cose, io continuo a vedermi con dei chili di troppo che quest’estate non ho voglia di sfoggiare perché temo il giudizio degli altri.

Non è vero che per avere un corpo da spiaggia basta mettersi un bikini e andarci, in spiaggia. Magari. In molti casi, per reagire al senso di inadeguatezza che ci impone la prova costume un po’ di autostima e di self confidence non sono abbastanza. Oggi ve lo raccontano proprio Mara e Chiara.


Illustrazione di Chiaralascura per Senza rossetto


Un body shaming quattro stagioni

di Belle di faccia

C’è qualcosa di oscuro che incombe, lo senti nei primi salubri raggi di sole, nell’aria carica del profumo dei gelsomini in fiore, nelle ascelle e nel sottotetta sudato: arriva l’estate.

Se estate è per tutti – o quasi – sinonimo di mare, c’è una certezza ancora più solida e granitica che annuncia la bella stagione ed è la pubblicazione di articoli sulla prova costume, sulle miracolose diete a base di radici dal Sud Est Asiatico, creme che con un gioco di prestigio fanno sparire i FASTIDIOSI INESTETISMI della cellulite.

Per anni abbiamo vissuto tutto questo come fisiologico e normale, poi c’è stato un momento della nostra esistenza in cui abbiamo scoperto termini come diet culture, grassofobia e body shaming.

Andiamo al succo della questione: la diet culture è tutta intorno a noi, come Matrix. Letteralmente significa “cultura della dieta” e praticamente è quell’insieme di messaggi e slogan che ti dicono che il tuo valore dipende dal raggiungimento di una determinata forma fisica e che stabiliscono una gerarchia in cui i corpi grassi non solo non raggiungono il traguardo ma non si classificano proprio.

Le diete sono così radicate nella mentalità comune da dare l'impressione di esistere da secoli e secoli, in realtà l'industria delle diete ha iniziato a svilupparsi solo negli anni Vnti del Novecento e shakerata con un un bel po' di razzismo, misoginia e sessismo si è man mano evoluta nel Pokémon malefico che conosciamo ora e che tormenta l’esistenza di ogni essere umano con una preferenza per il genere femminile.

Oltre all’essere angeli del focolare, compagne modeste e discrete, madri premurose, la neonata cultura delle diete e della bellezza ha iniziato a chiedere alle donne di essere belle e per belle s’intendeva soprattutto MAGRE. Esili, delicate, eteree: il nuovo standard di bellezza non era altro che una nuova forma di controllo delle donne eseguita in maniera molto più subdola. Non ci è voluto molto poi perché questi concetti venissero interiorizzati e le donne iniziassero a desiderare corpi inarrivabili e divenissero disposte a tutto per raggiungerli. Gli standard di bellezza sono stati tramandati di generazione in generazione, fino ad arrivare a descrivere l'attuale modello stereotipato di femminilità, modello che ci regala privilegi se riusciamo ad avvicinarci il più possibile ad esso e ci carica di discriminazioni e giudizi man mano che ce ne allontaniamo..

Negli ultimi anni questi standard di bellezza restrittivi sono stati messi in forte discussione e il body shaming è diventato sempre meno accettabile per l'opinione pubblica, quindi la diet culture, quell’infame, si è fatta scaltra ed è andata in incognito.

Ora si fa chiamare “detox”, “purificazione”, “prenditi cura di te stessa” ma il sunto è sempre lo stesso: DIMAGRISCI! Dimagrisci a qualunque costo, investi un patrimonio in creme, pastiglie, unguenti, libri sulle diete, programmi dimagranti, palestre, guru delle diete, frullati, tisane, pasti sostitutivi, ma perdi quei maledetti di chili in più che non sta bene prendere tutto questo spazio nel mondo, che cos'è questa invadenza, smettila di allargarti!

Come mai la body positivity, ormai concetto mainstream e hashtag da 9 milioni di post, non ci ha ancora salvate da tutto questo? Perché un movimento che discende direttamente da fat acceptance e che  dovrebbe quindi essere femminista, radicale e intersezionale e combattere per la dignità di tutti corpi non conformi ha fallito?

Ha fallito perché, complici i brand che se ne sono appropriati, ha solo allargato la gabbia dello standard di bellezza aggiungendo un paio di taglie e sbandierando una finta inclusività.

Ha fallito perché il femminismo bianco e borghese ha ritagliato gli slogan di cui aveva bisogno dal movimento prendendo tutto lo spazio e lasciando fuori i corpi più grassi, i corpi disabili, i corpi neri e di colore.

Ha fallito perché le influencer che pensano che l'empowerment sia una maglietta fast fashion con scritto girl power hanno capito il potenziale di un hashtag che parla di corpi e poteva attirare un numeroso pubblico, soprattutto femminile, stanco di non piacersi e delle continue ossessioni e preoccupazioni per il corpo.

In tutti e tre i casi sono passati sotto gamba la componente radicale, i discorsi sulla discriminazione e la grassofobia e sulle disparità sociali che creano, lo smantellamento della diet culture, ed è rimasto solo un blando ed edulcorato invito ad amarsi, ad accettarsi, al self love, alla body confidence, spostando tutta la responsabilità sul singolo e creando un nuovo impossibile ideale da raggiungere: se vivo male con il mio corpo, se non mi piaccio, se mi discriminano, se mi prendono in giro, se mi trattano da subumano, allora è colpa mia perché non mi amo abbastanza.

In più la body positivity mainstream, prima di solide basi radicali, è popolata da personaggi che ne beneficiano ma tracciano il confine tra chi può beneficiarne e chi non può, mettendo continuamente le mani avanti e dicendo "ok piacersi, ma la salute?" e "nessuno può discriminarmi perché ho qualche chilo in più e le smagliature, ma non esageriamo gli obesi no", perdendo completamente il punto della questione.

Forse il self love risolve qualcosa se sei una persona magra, normopeso o leggermente curvy che decide di smettere di ascoltare il grillo parlante dei media, ma non risolve i problemi delle persone grasse, che ora non sono solo rigettate dalla società ma anche da un movimento che è stato creato da loro e per loro e alle quali, nel migliore dei casi, viene detto di amarsi di più e fregarsene.

Secondo voi, al datore di lavoro che non ti assume perché in sovrappeso, gli si farà cambiare idea affermando con sicurezza “MA IO MI PIACCIO COSÌ!”, i cafoni che dalla macchina col finestrino abbassato che urlano “E MANGIATELA UNA COSA!” alla risposta “ MANGIO QUELLO CHE MI PARE E MI SENTO BELLA” vi manderanno delle scuse formali a casa? I troll smetteranno di trollare, le cinture di sicurezza di essere troppo strette, l'abbigliamento diventerà più inclusivo e meno costoso, i media smetteranno di trattarci come esempi negativi solo perché noi ci sentiamo flawless?

Si, è vero, come dice lo slogan, che per avere un corpo da spiaggia e superare la prova costume basta prendere un costume della tua taglia, indossarlo e andare in spiaggia, ma quando il body shaming stagionale sarà finito e quando gli altri potranno coprire rotolini, smagliature e pancetta con i vestiti, noi saremo sempre qui, visibilmente grasse, a subire un body shaming quattro stagioni che se ne andrà solo cambiando radicalmente quello che tutti noi pensiamo dei corpi. 


Belle di faccia è un progetto nato su Instagram da pochissimo, a dicembre 2018. Siamo due amiche femministe - Mara Mibelli, 32 anni e Chiara Meloni, 38 - che hanno sempre vissuto in un corpo fuori dagli standard. L’idea è nata dalla constatazione del fatto che mentre all’estero i fat studies, la fat liberation e la body positivity stavano producendo un dibattito e un movimento radicali e incentrati sulla lotta alla discriminazione e alla marginalizzazione dei corpi non conformi, in Italia la body positivity era stata svilita a moda e hashtag, ridotta a self-love e indirizzata solo a donne “normopeso” o curvy con qualche “difetto” da accettare. Per anni abbiamo visto saltare sul treno #bodypositive influencer e personaggi vari che continuavano però a promuovere diete, escludere le persone grasse e utilizzare un linguaggio grassofobico. Per questo motivo abbiamo deciso di fare noi quello che ancora in Italia non c’era e creare nel nostro piccolo un po’ di consapevolezza su questi argomenti.


Imprenditrici cercasi

Questa settimana ci teniamo a segnalarvi un’iniziativa importante: il Cartier Women’s Initiative Award 2020, una competizione internazionale che mira a individuare, sostenere e promuovere progetti di business guidati da donne. L’obiettivo è trovare un’idea innovativa da sviluppare: tenendo conto di creatività, sostenibilità finanziaria e impatto sociale delle start-up.

Le vincitrici saranno sette (una per area geografica) e riceveranno un premio in denaro di 100mila dollari, oltre che tutto il sostegno, in termini di affiancamento, networking e comunicazione, per riuscire a realizzare la propria idea. Per le seconde classificate un premio da 30mila dollari, mentre tutti i 21 finalisti riceveranno una borsa di studio per partecipare al programma di formazione per dirigenti dell’imprenditoria sociale dell’InseAD. Insomma, se avete un’idea nel cassetto, avete tempo fino al 14 agosto per candidarvi.


Cose belle che abbiamo letto in giro!

È proprio il tema di questa newsletter: come si esce dal circolo vizioso della bellezza standardizzata a tutti i costi?

Da dove arriva (e che conseguenze ha) il termine «padre di famiglia» in politica? Nel frattempo c’è chi si sta chiedendo cosa significhi essere un uomo oggi, tra lo stereotipo del duro, la mascolinità tossica e molto altro.

Il pregiudizio che accompagna chi ha un colore di pelle diverso dal nostro. E cosa significa essere una donna negli Emirati Arabi.

Portiere o portiera?

Tutte le donne che stanno dominando la serialità televisiva in questo momento. Mentre aumentano le autrici e le addette ai lavori nel comparto cinematografico.

Anche in Germania stanno lottando contro la tampon tax (la tassa per cui gli assorbenti sono considerati beni di lusso) e lo fanno con un libro molto particolare. E sempre in tema di mestruazioni e tabù.

In Svezia il congedo di paternità sta davvero cambiando le cose.

L’amicizia tra Mary McCarthy e Hannah Arendt in un film.


A presto!


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Tu cosa cerchi?

#12/2019

Nelle ultime settimane ci siamo ritrovate spesso, io (Giulia P.) e le mie amiche, a parlare di un argomento spinoso: i partner che non vogliono usare il preservativo. Complice un Tinder date in cui un ragazzo mi ha chiesto «Ma dobbiamo proprio?»un articolo che è girato abbastanza nella mia bolla, abbiamo iniziato a chiederci: ma perché nel 2019, con tutto quello che sappiamo delle malattie sessualmente trasmissibili, ci troviamo ancora in difficoltà a usare un condom?

Secondo il Rapporto Censis-Bayer sui nuovi comportamenti sessuali degli italiani il 63% dei 18-40enni ha rapporti sessuali completi non protetti. Mentre, stando al Sistema di sorveglianza sentinella dell’Istituto Superiore di Sanità, tra il 2010 e il 2015 il numero totale di infezioni sessualmente trasmesse è aumentato. Per finire, nel 2017 ci sono state 2.700 nuove infezioni da HIV in Italia (fonte il Global Health Observatory).

Quello di essere protetti, soprattutto (ma non solo) con partner occasionali è uno dei cinque consigli per affrontare le dating app che Marvi Santamaria, autrice di Tinder and the city, ha preparato per questa newsletter. L'avrete capito: oggi si parla di sesso, piacere e consapevolezza.


Illustrazione di Lineette per Senza rossetto


Breve guida al sesso occasionale sulle dating app

di Marvi Santamaria

«Non ho mai provato Tinder, me lo consigli?»

È una domanda che mi viene posta con regolarità. Come se fosse un nuovo ristorante da provare. In verità, non so se io sono la persona adatta a dare una risposta, o meglio: dato che la mia esperienza sulle dating app mi ha portato più disagio che gioie, non sono la persona adatta a fare un elogio delle “dating app per la felicità dell’umanità”.

Io posso però essere la persona adatta a raccontare le cose come stanno realmente, sulla base della mia personale esperienza e di quelle che quotidianamente apprendo grazie alla mia community Match and the City. Diciamo che mi presto volentieri a essere un Virgilio a metà tra Bridget Jones e Samantha Jones nei gironi infernali del dating online.

Alla domanda di cui sopra dovrebbe seguire in realtà una domanda da parte mia, più che una risposta:

«Dipende, tu cosa cerchi?»

Ecco, preparati perché questa è una domanda che ti porranno molto di frequente nelle chat come Tinder, anche dopo pochissime battute. Sembra che il mondo intero sia interessato a conoscere cosa diavolo andiamo cercando su queste benedette app. Una domanda apparentemente innocua, ma insidiosa, dato che ti posizionerà nella mappa mentale dell’altro: sei una che cerca solo sesso o sei una con la quale sarebbe possibile immaginare anche “una storia seria”?

Poniamo il caso tu sia cercando solo (laddove questo “solo” vuol dire un mondo) sesso, divertimento, una conoscenza, una possibilità, una occasione, senza impegno, senza progetti o programmi precostituiti. Questo ventaglio di possibilità che hai davanti può andare dalla «One Night Stand» (singolo incontro di sesso con uno sconosciuto) a un rapporto del tipo «friends with benefits» (volgarmente detta “scopoamicizia” ovvero quando gli incontri di sesso senza impegno si susseguono nel tempo).

Anzitutto, se cerchi qualcosa del genere, i miei complimenti.

Non perché tu sia più “figa” delle altre se cerchi solo sesso e non “il Principe Azzurro”, non è una gara per la santità o per il libertinaggio – anche perché essere una donna innamorata non significa essere una alla quale non piace il sesso, così come essere una donna attiva sessualmente non significa essere incapace di amare – ma perché ti stai mettendo in una posizione scomoda e non ancora socialmente accettata: quella di una donna che vive la sua sessualità con libertà e consapevolezza, col coraggio anche di essere promiscua, con tutti i pregiudizi sociali che possono derivarne («Hey, perché non rispondi? Con quanti altri ragazzi stai chattando?» oppure «Con quanti altri sei stata prima di me?», sessismo ordinario sulle dating app).

Secondo una indagine Eurispes del 2018 su un campione di ragazze e ragazzi italiani tra i 18 e i 30 anni, tra le donne poco più della metà dichiara di non praticare sesso occasionale (50,8% contro il 29% degli uomini): non posso non chiedermi quanto il pregiudizio sociale abbia inciso sulle risposte delle ragazze, considerato che molte si vergognano ad ammettere di usare dating app per sesso persino alle proprie amiche. Ad ogni modo, tornando ai dati, il sesso occasionale (che non si fa ovviamente solo tramite dating app, ma anche) è una esperienza che gli uomini trovano molto più soddisfacente rispetto alle donne. Inoltre, quelle che non lo hanno “mai” trovato appagante sono il doppio rispetto ai ragazzi (6,1% contro 3,6% degli uomini).

Non ti sto delineando una favola, lo so. Ma il sesso sulle dating app non è sempre “wow!”: Tinder è come giocare costantemente all’allegro chirurgo mescolando sentimenti e fluidi corporei, è inevitabile che qualche ampolla caschi a terra provocando reazioni a catena disastrose. Sulle app tutti questi elementi della tavola periodica fatta di uomini e donne sono shakerati a velocità, col risultato che i tempi delle interazioni mediate dalle app non possono coincidere con quelli del nostro cinema interiore emotivo ed erotico.

Prima di avventurarmi nel favoloso mondo delle app, mi ero sempre chiesta: come accade che a un certo punto due persone si ritrovino nude, pur senza conoscersi, avendo solo scambiato qualche parola via chat? Come si consuma un “rapporto occasionale”, quali sono le istruzioni?

Da tutto ciò che ho vissuto nei miei anni di onorata carriera sulle dating app nasce questo mio modestissimo vademecum in cinque punti, fondato su fonti più che scientifiche e autorevoli – ovvero: il mio disagio – per chi come te e tante altre persone si approccia per la prima volta a un appuntamento tramite Tinder che potrebbe condurre dove tu e l’altra persona immagino sperate: il letto.

(Premessa metodologica: i punti seguenti sono pensati per incontri eterosessuali solo perché io ho avuto esperienza di questi e non posso parlare per le cose che non conosco, ma da chiacchiere con persone LGBT ho riscontrato punti in comune nei comportamenti anche in orientamenti sessuali differenti tra loro)

  1. Assicurati di aver portato i preservativi, anche se sei una donna. Niente scuse.
    Probabilmente i ragazzi si stupiranno se sarai tu a tirar fuori dal cassetto un condom (a me una volta è stato carinamente detto «cavolo, sembri una escort!»). Io ho imparato a mie spese (in tutti i sensi) a tenerne una scorta in casa, perché a volte una delle scuse per non usarlo è proprio «non l’ho portato». In generale, le dating app mi hanno fatto scoprire una diffusa refrattarietà maschile all’uso del preservativo. È una cosa di cui non si deve smettere di parlare. Quando la promiscuità è alta, si alzano anche le possibilità di contrarre malattie sessualmente trasmissibili (oltre al già sottinteso rischio di gravidanze indesiderate), dunque nel vademecum del sesso occasionale la voce “prevenzione e contraccezione” non può assolutamente mancare. No condom, no party!

  2. Ricordagli (o fagli capire) di togliersi i calzini a letto, a meno che non sia un tuo specifico feticcio.
    Ognuno ha i propri feticci. Quello dei calzini a letto è un cliché ricorrente che gli uomini perpetrano e le donne subiscono, ed è curioso invece pensare che il calzino femminile per alcuni uomini possa essere un dettaglio sexy. Come sempre, de gustibus. Ovviamente questo punto non vuole fare una crociata contro i calzini, ma è solo un pretesto scherzoso per ricordare di non escludere per vergogna o tabù il gioco e l’ironia dal sesso. Possono essere un valore aggiunto. Se un calzino in spugna bianco oppure una maschera da paperino attizzano il tuo desiderio, chi sarò io per impedirti di goderne? La gente che si trova sulle dating app del resto è variegata: a me è capitato un tinderino che ha tenuto a letto dei calzini colorati con le paperelle gialle, per dire (peccato io non li gradissi). Dopo, ha peggiorato la situazione dicendomi che glieli aveva regalati sua madre.

  3. Se ti senti imbarazzo, non credere che l’altro o l’altra stiano meglio di te.
    La “sindrome dell’impostore” o meglio “ansia da prestazione” può prendere chiunque, uomini e donne. Certo, sembra molto più diffusa negli uomini, ma credo sia legato al fatto che gli standard patriarcali di virilità hanno purtroppo imposto agli uomini di essere prestanti e performanti sempre e comunque a letto. Ma anche una donna può sentirsi inadeguata a letto: basti pensare a tutti i danni che il body shaming e la pornografia mainstream ci procurano quando non ci fanno sentire aderenti agli standard di bellezza corporea femminile o disattendiamo ciò che ci si aspetta una donna debba fare a letto solo perché esiste una categoria di Pornhub a mostrarlo. Dunque, se l’ansia sale durante un incontro hot, abbattila pensando che molto probabilmente non sei l’unica persona in quello status emotivo.

  4. Non fare niente che non ti vada di fare: la parola chiave è «consenso».
    Si tende a pensare che il consenso sia chiamato in causa solo nei casi di violenza sessuale. Ma il consenso è un tema da affrontare anche nel sesso occasionale apparentemente privo di violenza: un racconto come «Cat Person» di Kristen Roupenian a mio parere ha avuto la forza di riuscire a raccontare una esperienza di sesso pessimo vissuto da una ragazza che nonostante tutto lo subisce e lo fa, inghiottendo la sensazione di nausea che prova durante il rapporto. Anche a me è capitato di fare del pessimo sesso senza trarne alcun godimento, nella giungla dei Tinder date. A volte è difficile capire quanto realmente ti vada di avere quel contatto fisico, una volta avviato, anche perché c’è un problema ancora presente e per nulla risolto di accettazione del rifiuto da parte di alcuni uomini e capacità delle donne di dire «no, non mi va più». Tornassi indietro, fermerei prima la giostra. Pensaci quando ti rendi conto che non ti stai divertendo realmente.

  5. Divertiti.
    Veniamo proprio al divertimento. Mi rendo conto che, raccontando per lo più di disagi di Tinder, possa passare l’idea che questo mondo sia solo un meccanismo infernale e produttore di disastri. In realtà, non vuol dire che sia sempre deludente. Possono accadere parentesi molto piacevoli quando si trova il partner sessuale con cui c’è una intesa pazzesca, senza dimenticare che esistono anche molte coppie che si sono conosciute online e che quindi hanno trovato l’amore. In fondo al tunnel c’è speranza. Del resto, per cosa si usa Tinder, per la gloria? No, per divertirsi o comunque trascorrere dei momenti piacevoli. Perché il tempo è prezioso, non è una timeline sulla quale tornare indietro con uno swipe left. Dunque fanne un uso più consapevole e positivo possibile.

«Ma queste dating app, alla fine, funzionano

Questa è un’altra domanda che mi fanno spesso.

Non esiste un modo giusto o sbagliato di stare sulle dating app, un fine migliore o peggiore nell’usarle. Le dating app sono solo (anche qui, in questo “solo” c’è un mondo) un mezzo come un altro per stabilire una connessione con l’Altro, online e offline.

E a quella domanda io do sempre questa risposta: non sono le dating app a dover funzionare, ma le persone.


Marvi Santamaria vive a Milano, dove lavora come Social Media Manager, ma nasce nel 1988 a Licata, in Sicilia, dove si laurea in DAMS e si specializza in Comunicazione e Marketing Digitale. Dopo diversi anni trascorsi a utilizzare Tinder, ha pensato che il disagio unisce le persone, e ha creato uno spazio virtuale per raccontare luci e ombre delle storie che nascono sulle dating app e offrire un’occasione di confronto a chi le vive. Nasce così nel 2017 il blog matchandthecity.it, la prima community italiana per raccontare la “Tinder generation” senza tabù. Su Tinder ha accumulato centinaia di match, decine di incontri, e trovato un fidanzato che l’ha lasciata il giorno di San Valentino. Eppure, non ha smesso di scriverne.


Stringiamo le schede come biglietti d’amore, la nostra prima puntata live

Lo scorso 2 giugno a Brescia all’interno di Sottovuoto Festival abbiamo registrato la nostra prima puntata live. Abbiamo invitato Giulia Siviero e Cristina Portolano e con loro abbiamo parlato di donne, diritti e cittadinanza attiva. Se non l’avete già fatto, potete ascoltarla qui:

PLAY


Cose belle che abbiamo letto in giro!

Sono iniziati i Mondiali di calcio femminile, l’Italia sta andando molto bene, e in generale dobbiamo essere contenti dell’attenzione che si sta generando intorno all’evento.

Giugno, lo saprete, è il mese del Pride. Quest’anno ricorrono anche i 50 anni dai moti di Stonewall e Teen Vogue sta dando largo spazio alle storie importanti per la comunità LGBTQ, ad esempio questa intervista a Greta Schiller autrice del documentario Before Stonewall.

E’ tornata Big Little Lies e da poco su Netflix c’è anche Elisa e Marcela, il film di Isabel Coixet che racconta il primo matrimonio tra due donne nella Spagna di cento anni fa.

Com’è andato il Primavera sound, quest’anno che c’erano tante donne in line up? Il sessismo non è un problema solo nel mondo della musica o della lingua che utilizziamo, ma è un bel problema anche nella ricerca scientifica (e non solo perché ci sono poche donne a farla)…

Essere femminista in Thailandia, diventare mamma attraverso l’ovodonazione, fare coming out come donna trans a 37 anni: un po’ di storie da leggere.

A Milano ha aperto un negozio interamente dedicato alle mestruazioni.

In questi giorni Anne Frank avrebbe compiuto 90 anni. Un bel ritratto di Ágota Kristóf, una scrittrice che amiamo molto. Cosa sta succedendo ai romanzi rosa? E alla moda mare?

In libreria c’è questo bel graphic novel e questo bel libro, e potete anche preordinare il primo fumetto di Erika Bisi, cara amica di Senza rossetto.


A presto!


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Rompere la quarta parete

#11/2019

33 anni, inglese, attrice e scrittrice per teatro e televisione (e ora anche cinema). È impossibile non innamorarsi di Phoebe Waller-Bridge: spilungona, dallo sguardo stranito che punta dritto in camera, un’intelligenza manifestata con grande sarcasmo, la capacità di raccontare il corpo, il sesso, l’essere donna con grandissima libertà e senza paura di sembrare rude.

Cose sue che potete vedere subito:
- Crashing su Netflix, di cui è autrice e protagonista. Una serie comedy simpatica su un gruppo di ragazzi che si occupano di un ospedale abbandonato a Londra in cambio di un affitto irrisorio, in una situazione molto da comune giovanile.
- Killing Eve su Tim Vision, di cui è sceneggiatrice. Una serie investigativa un po’ pazza in cui Sandra Oh (tra l’altro, prima attrice di origine asiatica a vincere un Golden Globe proprio con questo ruolo) è una detective all’appassionata ricerca della assassina sociopatica Villanelle (Jodie Comer).

E poi c’è Fleabag.

Quando abbiamo finito la seconda stagione io (Giulia P.) e Ludovica, la mia coinquilina, eravamo immerse nell’oscurità della sua camera. Ci siamo guardate, commosse, emozionate e terribilmente tristi. Da lì avremo passato almeno una settimana a mandarci meme e articoli per cercare di colmare il vuoto che sentivamo dopo averla terminata (e abbiamo comprato anche un biglietto per andare a vedere lo spettacolo teatrale a Londra, se non è disperazione questa).

Non potevamo quindi non parlare di questa serie e di questa autrice che tanto ci ha colpito. E per farlo abbiamo coinvolto una persona che di tv se ne intende (essendo anche co-direttrice di un festival apposito): Marina Pierri.


Phoebe Waller-Bridge nella seconda stagione di Fleabag


Au revoir, Fleabag

di Marina Pierri

Non scrivo mai di me quando scrivo di serie tv. Sono stata abituata a restituire le percezioni di una sorta di occhio meccanico su cui esiste una persistenza retinica artificiale. L’occasione, però, richiede qualcosa di diverso. E la mia coscienza è convinta che sia molto difficile raccontare Fleabag senza tirare in ballo, almeno in qualche misura, la propria intimità e la propria esperienza con Fleabag. È come se fosse la serie fatta di rotture della quarta parete a domandare, a chi ne discute, di abbattere le proprie pareti. All’eroina di Phoebe Waller-Bridge non basta essere osservata. Vuole instaurare un dialogo silenzioso con lo spettatore che non ritiene, improvvisamente, di potersi sottrarre alla stessa urgenza. Anche se non ne ha alcuna voglia.

Ho guardato la seconda stagione di Fleabag mentre mi trovavo in un appartamento gelido nella prima periferia di Cannes. Ero lì perché si teneva Canneseries, e siccome anche io sono co-direttrice artistica di un festival delle serie tv l’idea di guardarmi attorno era ottima sulla carta. Era ottima anche non sulla carta, a dire il vero, ma detestavo il bilocale sterile con mobili giallastri il cui nome su Air BnB era «Poésie» sebbene di poetico non avesse nulla a parte la vista su una piazza buia con una palma solitaria a farle da ombelico. Mi attendeva un mese molto lungo fatto di continui spostamenti. Sarà capitato anche a voi, di tanto in tanto, di sentirvi decentrati; occlusi. Come se il petto avesse smesso di parlare alla testa per fingere che la stanchezza non esiste.

Erano i primi di aprile. Fleabag era già ripartita da qualche tempo in Inghilterra (la seconda stagione sarebbe arrivata da noi, su Amazon Prime Video, più tardi: il 17 maggio) ma non ce l’avrei fatta a guardarne venti minuti a settimana; mi conosco. Così ho aspettato. E aspettato. Fino a quando, nella mia seconda notte a Cannes, ho guardato il primo dei cinque episodi che serbavo nel computer come fossero depositari di un’autenticità universale. Fleabag, del resto, è uno show profondamente autentico e non esiste autenticità che non sia in qualche modo universale. È anche uno show scomodo. E ho la sensazione che non esista autenticità che non sia scomoda per qualcuno; per se stessi prima di tutto, probabilmente. È uno show intimo. E non esiste scomodità senza intimità perché per concedersi di rovistare nei propri cassetti occorre girare la chiave, e accettare il disordine.

Poésie non aveva termosifoni, porca miseria. Guardavo Fleabag sotto le coperte sottili, con un paio di maglioni addosso e una valigia sbudellata di fianco che faceva somigliare le mie mutande a interiora sparpagliate. La luce tenue della piazza con la sola palma penetrava dalle portefinestre e si confondeva con quella del ristorante londinese dov’è ambientata la prima puntata della seconda stagione. Notavo i dettagli delle federe fantasia di qualcun altro e allo stesso tempo i dettagli degli outfit strepitosi di Waller-Bridge. Nel pomeriggio, a Canneseries, avevo intervistato Gregg Araki che mi aveva detto: «Uno show, oggi, è 90% casting. Se gli attori non rimangono istantaneamente impressi, e non si amalgamano a una visione audace, l’unica cosa che si otterrà sarà un prodotto identico a decine di altri». È vero, mi dicevo assorbendo i colori delle magliette a righe di Fleabag. È vero, mi ripetevo perché per qualche ragione io non solo volevo vestirmi come la femmina iconica che vedevo muoversi goffamente, ma elegantemente, nello schermo del mio laptop ma lei e io eravamo in qualche modo la stessa persona. Non è un caso che Fleabag non abbia un nome, ma un soprannome. È tutte. E nessuna. La serie non «parla» di niente. Parla dell’essere femmine a proprio modo e nei propri termini, e le più fortunate tra noi sanno benissimo quanto complicata sia una faccenda così semplice.

I cinque episodi della seconda stagione di Fleabag che avevo a disposizione li ho consumati in una notte sola. La finale ancora non c’era. Al mattino mi ci erano voluti pochi secondi per trovare su Spotify uno dei brani della colonna sonora, il Masquerade Suite: Waltz e a sole alto, in centro, camminavo per Cannes con le cuffie nelle orecchie. Provavo a capire cosa vi fosse di così speciale nella serie, a parte la «solita» roba. Cosa mi avesse tramesso tutta quell’autenticità. Un’ottima ideazione e un ottimo showrunning, certamente; un’ottima sceneggiatura. Grandi personaggi secondari. Un intreccio che, nella sua quotidianità schiacciante, non stanca per un attimo. Una durata corretta che asciuga la messa in scena fino a ridurla all’assoluto essenziale. «Mi metterò magliette a righe e le salopette, sì», finivo a dirmi tra me e me, pure certa che mi sarebbero state male perché Phoebe Waller-Bridge è alta e io indosso benissimo le felpe taglia dieci anni.

Ho guardato l’ultimo episodio di Fleabag il 10 aprile, nell’ultima notte che ho passato a Cannes. Ho pianto disperatamente sulla sequenza finale della stagione; quella della fermata d’autobus, per intenderci. Ai tempi non avevo ancora letto che la serie non sarebbe tornata ma qualche angolo della donna che è tutte le donne ed è anche dentro di me, e assomiglia precisamente al personaggio di Waller-Bridge, doveva averlo capito; altrimenti non riesco tuttora a spiegarmi il perché di quella cascata di lacrime che non poteva derivare dalla sola visione di una storia d’amore andata storta. La mattina dopo, quando mi sono svegliata, sul balcone di Poésie si è appollaiata una tortora. Ho ricomposto le interiora della mia valigia e salutato l’appartamento con un affetto che non pensavo possibile provare nel momento in cui c’ho messo piede. Vorrei poter dire che Waller-Bridge, costringendomi a instaurare quel dialogo silenzioso con la sua protagonista, aveva sturato il legame tra il mio cuore e il mio cervello; vorrei poter applaudire il potere catartico dell’autenticità universale dello show o rivelarne la straordinaria verità a me dischiusa ma il punto è un altro. Ho salutato l’appartamento con affetto perché lo ricorderò per sempre. Lì, davanti a quella palma del cazzo, ho detto addio a Fleabag.


Marina Pierri scrive di serie tv su Il Corriere della Sera e Vanity Fair. È docente e coordinatrice allo IED di Milano. Dal 2018 è co-direttrice artistica di FeST - Il Festival delle Serie Tv.


Cose belle che abbiamo letto in giro!

Le elezioni europee sono finite, con dei risultati non molto promettenti per i diritti delle donne e in larga parte a causa delle donne. Ma non scoraggiamoci e continuiamo a lottare, perché le battaglie si vincono e anche perché queste elezioni non hanno portato solo brutte notizie: per esempio a Tromello, in provincia di Pavia, è stato eletto il primo sindaco transgender nella storia del nostro Paese.

Peraltro, proprio in questi giorni l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha finalmente rimosso la transessualità dalla lista delle patologie mentali.

Oppure prendete il #MeToo, che quantomeno ha cambiato molte delle serie TV che guardiamo e molto di quello che vediamo sulle passerelle dell’alta moda.

“Donne, bianche, etero. Nel migliore dei casi sono loro in Europa a parlare di parità di genere”. Ecco perché è giusto ricordare che il femminismo è anche intersezionalità

Ma poi, quanto inquinano questi assorbenti? E sempre in tema di mestruazioni, un bel libro per ragazzi illustrato da Ilaria Urbinati (che per noi ha illustrato il racconto di Carolina Capria nella terza stagione del podcast).

Ancora su questioni di genere e linguaggio, quello sui social e quello nei bagni pubblici. Comunque, riconoscere il sessismo si può.

E ancora su aborto, desiderio di fare una famiglia e maternità.

Il Man Booker International Prize è stato vinto da una donna araba: Jokha Alharthi, autrice del romanzo Celestial Bodies. Nelle librerie italiane invece è arrivato il nuovo romanzo di Sally Rooney, l’acclamata autrice di Parlarne tra amici. L’ha tradotto per Einaudi Maurizia Balmelli, perché sì, le donne traducono.

Al cinema c’è il live-action di Aladdin, che a pensarci bene, non assomiglia un po’ a quel vostro ex…?

E non dimenticatevi che domenica 2 giugno ci vediamo qui (ma potete anche ascoltarci in diretta su Spreaker) per una puntata specialissima del nostro podcast!


A presto!


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Il cielo è blu, l'erba è verde

#10/2019

Louis-Georges Tin, docente e attivista, è l’ideatore del movimento antiomofobia IDAHO (International Day Against Homophobia and Transphobia) e ha curato nel 2003 il primo Dictionnaire de l'homophobie. È stato sempre lui, nel 2005, a dar vita alla Giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia che si celebra proprio oggi, 17 maggio. Un giorno in cui sensibilizzare opinione pubblica e media sulle discriminazioni e le violenze che ancora esistono nei confronti della comunità LGBTQI+.

Questa data ha un significato fortemente simbolico: è stata scelta per commemorare la decisione di rimuovere l'omosessualità dalla lista delle psicopatologie, adottata nel 1990 dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. A quell’anno, infatti risale la Risoluzione del Parlamento europeo sull'omofobia in Europa che invita tutti gli Stati membri a «proporre leggi che superino le discriminazioni subite da coppie dello stesso sesso e chiede alla Commissione di presentare proposte per garantire che il principio del riconoscimento reciproco sia applicato anche in questo settore al fine di garantire la libertà di circolazione per tutte le persone nell'Unione europea senza discriminazioni».

Oggi questa Giornata sarà celebrata in 130 paesi nel mondo. Per l’occasione, abbiamo voluto coinvolgere un attento lettore di Senza rossetto, nonché attivista e amico: Alessandro Bianchi aka Zucchero Sintattico. Questa è la sua riflessione sull’importanza (o meno), ancora oggi, del dichiarare apertamente la propria omosessualità.


Illustrazione di Barbara Lupo per Senza rossetto


Yep, we are gay!

di Alessandro Bianchi

Il protagonista di una delle ultime serie di cui mi sono innamorato è un liceale che deve confessare al suo migliore amico di essere gay. Lo fa mentre entrambi si stanno sfidando a Fifa, la scena dura appena sei minuti e si conclude con loro che sono ancora migliori amici e con me in lacrime sotto al piumone. La serie, forse qualcuno l’avrà riconosciuta, si intitola Skam, e sta facendo impazzire teenager (e non solo) di tutto il mondo, sia per il suo linguaggio così contemporaneo, sia per gli argomenti che affronta e il modo in cui li affronta, perfettamente in linea con una platea del 2019. Il coming out raccontato da Skam è semplice, rapido, naturale, e assomiglia a come mi immagino che siano molti dei coming out oggi. Non è sempre stato così.

Fino a pochi anni fa non esistevano molti personaggi omosessuali nelle serie tv, per non parlare dei protagonisti. A quel che mi risulta, la prima è stata Ellen Morgan nella sitcom Ellen, interpretata da Ellen DeGeneres. Nell’aprile del 1997 è andata in onda una doppia puntata intitolata The Puppy Episode, in cui la protagonista dichiarava a una ragazza di essere lesbica, dicendolo per errore al microfono di un aeroporto, e rivelandolo anche a una marea di sconosciuti. L’episodio è stato particolarmente significativo per una duplice ragione: intanto era una delle prime volte che un prodotto televisivo presentava un protagonista omosessuale, che peraltro dava il nome alla sitcom. Da lì a poco sarebbero state lanciate Queer as folk e Will and Grace, e più tardi The L Word, fino ad arrivare alle serie degli ultimi anni, come Transparent, Looking, Sense8, Pose, in cui la rappresentazione di personaggi LGBT+ è salita fino all’8,8% nel 2018. Ma da qualche parte si doveva pur iniziare, ed è stato appunto The Puppy Episode.

Quella puntata è passata alla storia perché, prima della sua messa in onda, il Time aveva pubblicato una copertina di Ellen DeGeneres che titolava “Yep, I’m Gay”. Non solo il personaggio era uscito fuori dall’armadio, ma anche l’attrice, e nello stesso momento. Il che ha avuto delle conseguenze: Ellen ha cominciato a ricevere lettere piene di insulti, diverse minacce di morte e innumerevoli editoriali schierati contro la sua decisione di fare coming out. Dopo un anno, la sitcom venne cancellata, molte persone persero il lavoro e lei stessa rimase disoccupata per alcuni anni prima che qualcuno le desse la possibilità di riprovare la tv come conduttrice di uno show (che è attualmente alla sua sedicesima stagione consecutiva e ha consacrato Ellen come una delle presentatrici più importanti della televisione statunitense).

Nel suo stand-up comedy visibile su Netflix, Relatable, Ellen dice che il periodo successivo al coming out è stato uno dei più difficili della sua vita, ma anche la parte migliore del viaggio: «Stavo celando una parte di me e ogni volta che nascondiamo qualcosa a qualcuno è perché ci preoccupa ciò che penseranno di noi. E anche se sarebbe stato difficile ero arrivata al punto in cui mi importava più sentirmi orgogliosa di me stessa e vivere nella verità piuttosto che preoccuparmi del giudizio altrui.»

Pochi minuti prima, afferma anche che, a meno di non essersi persi nel bosco, ognuno deve seguire il proprio percorso, non quello che gli indicano gli altri. È fondamentale: il coming out ha poco senso se è un agente esterno che ti obbliga a farlo o se qualcun altro lo rivela per te: questo gesto ha effettivamente un altro nome, si chiama outing, e non è piacevole per nessuno.

A parte, forse, per George Michael, che nel 1998 fu arrestato per atti osceni in luogo pubblico dopo aver esternato delle esplicite proposte sessuali a colui che non sapeva essere un poliziotto della buoncostume in borghese. La vicenda destò molto scandalo, ma il cantante ne approfittò per scrivere la sceneggiatura del video di Outside, che sarebbe uscito poco tempo dopo e ritraeva diverse coppie di persone fare sesso in luoghi pubblici prima di essere beccati dalla polizia. Da allora il leader degli Wham! diventò anche uno dei più fervidi sostenitori dei diritti LGBT+.

Quella di George Michael è ovviamente un’eccezione nella storia dei coming out forzati che sono andati a buon fine. L’idea alla base del rivelare agli altri una parte così profonda del proprio essere è che sia un gesto volontario. Il coming out è una di quelle cose che non si possono definire con un solo aggettivo. Se da una parte è spontaneo e non dovuto, dall’altra è politico e necessario.

Necessario: il coming out serve. Ancora oggi. Negli ultimi mesi hanno fatto discutere le parole di Mahmood, il vincitore di Sanremo 2019, che ha dichiarato a una testata nazionale che il coming out è un passo indietro, e più recentemente ha ribadito di come le etichette portino distanza tra le persone. Non so se Mahmood si sia espresso male o creda davvero nella completa inutilità del coming out (come suggeriscono alcune sue dichiarazioni). Io penso che nessuno, nemmeno l’artista più famoso del mondo, debba sentirsi in dovere di svelare la propria omosessualità. Certo, quantomeno dovrebbe interrogarsi sulle proprie responsabilità da personaggio pubblico, ma essere riconosciuto per strada non ti impone l’obbligo di mettere al corrente le persone di un aspetto della tua vita privata. Dopodiché, quando qualcuno sceglie di fare coming out, fa un immenso regalo al mondo.

I dati sull’omofobia in Italia parlano chiaro: l’ultimo aggiornamento di Arcigay (che nel momento in cui scrivo fa riferimento al 2018, ma a breve uscirà il nuovo report) segnalava 119 casi di omotransfobia, un numero al ribasso che si riferisce solo a quelli riportati dalla stampa, perché non tutte le vittime denunciano. In uno scenario del genere il coming out non può essere considerato un atto inutile.

C’è una notizia positiva, tuttavia, e a farla notare per primo è stato Sir Ian McKellen, l’attore britannico noto, per esempio, per aver interpretato Gandalf nella saga cinematografica del Signore degli Anelli (ma è stato anche uno dei due vecchietti protagonisti di Vicious, una esilarante sitcom che racconta le giornate di una coppia omosessuale insieme da cinquant’anni). McKellen ha fatto coming out nel 1988, a quarantanove anni, durante un programma radiofonico della BBC.

Nel trentesimo anniversario del suo coming out pubblico, l’attore ha dichiarato di aver festeggiato. In un tweet diventato virale, ha detto: «Non ho mai conosciuto nessun omosessuale che si sia pentito di aver fatto coming out. Me compreso». La semplicità di questo concetto è disarmante. È vero, ho incontrato anch’io centinaia di persone, tra gay, lesbiche, bisessuali e transgender, molte delle quali mi hanno confessato di aver nutrito forti dubbi e paure prima di dichiararsi, ma non ne conosco neanche una che non sia felice della scelta fatta. Includendo me stesso, ovviamente.

Ho fatto coming out con i miei amici nel 2009, ma ci ho messo un anno per decidere di dirlo anche alla mia famiglia. Sapevo che dopo non sarei più potuto tornare indietro, non si può dire “scherzavo” (o meglio, certo che si può, tutti possiamo fare errori di valutazione, ma se la rettifica serve solo per tornare a fingere di essere eterosessuali cisgender diventa inutile tutto lo sforzo raccolto per dichiararsi la prima volta). Le persone a cui chiedevo consiglio in quei giorni mi dicevano che, se davvero ero sereno con me stesso, dovevo andare avanti con la mia decisione di rivelarlo ai miei famigliari. “Tanto prima o poi dovrai farlo”, aggiungevano. Attenzione a quel “dovrai”: non è scritto da nessuna parte che fare coming out sia un obbligo da rispettare nel percorso di una persona omosessuale. Puoi passare benissimo un’esistenza dignitosa anche rimanendo chiuso nell’armadio. Quel “dovrai” significa soltanto che il coming out è una condizione necessaria per vivere alla luce del sole, nella verità. Esattamente come aveva detto Ellen DeGeneres, le cui parole ho sentito molto vicine.

Quando la giornalista del Corriere della Sera ha chiesto a Paola Egonu, campionessa della Nazionale italiana di pallavolo, come mai dicesse con tanta semplicità di avere una fidanzata, lei ha risposto: “Lo trovo normale”.

In effetti, adesso non ho più bisogno di fare coming out. Per usare la stessa espressione di Jonathan Van Ness, il favoloso parrucchiere di Queer Eye, “il cielo è blu, l’erba è verde”. Faccio parte di quella schiera di persone la cui omosessualità è abbastanza… evidente, diciamo. Senza dubbio non la nascondo, e questo mi evita un sacco di paranoie inutili. Sono tanti anni ormai che il mio orientamento sessuale non mi causa problemi di grave entità - a livello personale, intendo, perché i problemi esistono comunque nel momento in cui vivo in una società in cui le persone LGBT+ non hanno gli stessi diritti degli altri e ogni giorno rischiano la salute a causa dell’omofobia diffusa e non sufficientemente punita. Sono circondato da una famiglia che mi ama e tanti amici che mi sostengono. Negli ambienti universitari e lavorativi che ho frequentato non ho mai avuto difficoltà legate alla mia omosessualità. Sono fortunato, sono un privilegiato, non va sempre così.

Il coming out è una scommessa: da una parte, metti a rischio un aspetto di te, ti esponi in una società per cui tu rappresenti un’interferenza. D’altronde, fare coming out significa aggiungere diversità al mondo, fare in modo che tutti comincino a trovare “normale” un ambiente naturalmente pieno di differenze. Ma significa, prima di tutto, mettere le basi per costruire la propria felicità, vivere nella verità e sentirsi orgogliosi di sé stessi.


Alessandro Bianchi è un creatore di contenuti per il web. Nel suo blog, Zucchero Sintattico, parla, tra le altre cose, di questioni LGBT+, femminismo, equità, biscotti e Beyoncé, non necessariamente in questo ordine. Lavora a Milano in una redazione televisiva; ha 30 anni. Su Instagram è @zuccherosintattico.


Cose belle che abbiamo letto in giro!

Lo scorso weekend siamo state al Salone del Libro, una bellissima occasione per fare nuovi incontri, scoprire nuove storie e nuove letture, ve ne segnaliamo tre: una raccolta di scritti di Elena Ferrante (quelli della sua rubrica sul Guardian), il secondo volume della Trilogia di Bois Sauvage di Jesmyn Ward e il graphic novel Le figlie di Salem di Thomas Gilbert.

Maggio 2019, splendide notizie: cosa succede in Italia e cosa succede in Alabama.

Game of Thrones è quasi finito, ma il dibattito su se e quanto femminista sia una delle serie TV più viste di tutti i tempi prosegue. Qualcuno dice “sì, tanto, qualcuno “no, per niente. Noi, intanto, abbiamo iniziato a vedere Tuca & Bertie.

Il gender pay gap, il tetto di cristallo, la difficoltà di conciliare maternità e carriera: i grandi nemici della vita in ufficio per le donne, ma c’è molto di più.

Si avvicinano le Elezioni Europee, un’ottima occasione per ricordare le donne che nel corso della Storia si sono schierate a favore dell’Europa.

Che rapporto c’è tra moda, colore e solidarietà politica?

Sono appena iniziati due dei più importanti eventi culturali della stagione: al Festival di Cannes Mati Diop è la prima regista donna afroamericana in concorso, mentre per la prima volta alla Biennale d’Arte di Venezia le artiste donne chiamate a esporre superano gli uomini.

Benedetta Barzini vuole scomparire. Un po’ come sembra aver fatto Susan Sontag per la carriera del marito Philip Rieff.

L’avreste mai detto? In Danimarca solo un uomo su sei si definisce femminista. Non come Justin Baldoni.

Qualche appuntamento: domani, sabato 18 maggio, ci vediamo al Gran Gala del Futuro, la manifestazione della Milano Transfemminista, Antirazzista e Antifascista.

E poi il 2 giugno vi aspettiamo a Brescia a Casa Molloy, all’interno di Sottovuoto Festival: Senza rossetto presenta Stringiamo le schede come biglietti d’amore, una puntata live del nostro podcast in cui parleremo di donne, attivismo e cittadinanza con Giulia Siviero e Giusi Marchetta.


A presto!


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