M E S T R U A Z I O N I

#13/2020

Come raccontiamo anche nel nostro libro, Le ragazze stanno bene, il menarca è un passaggio fondamentale nella vita di una giovane donna. Un primo passo verso l’età adulta. Un momento di cui spesso ci si vergogna. Perché?

Si sentono dolori, a volte insopportabili. Si spendono molti soldi in assorbenti tassati come beni di lusso. In alcuni Paesi del mondo si è etichettate come «impure». E sono pochi i ragazzi che apprezzano il period sex.

Nonostante il ciclo mestruale sia qualcosa che tutte le donne conoscono, che tutte proviamo nell’arco della nostra vita, ancora ci facciamo problemi a parlarne ad alta voce. Ad affrontare l’argomento con i nostri padri, i nostri fratelli e i nostri amici.

Ecco, è da qui che nasce Period Party. Un nome volutamente positivo e scanzonato per un argomento che nasconde dentro di sé tabù, paure e pregiudizi. Period Party è un progetto nato dalla tesi di laurea di Martina Ghedini, laureanda in Communication Design allo IAAD di Bologna, in cui siamo state coinvolte: ne è nato un sito in cui potrete mettere alla prova le vostre conoscenze sul tema, attraverso il gaming. E potrete anche raccontare la vostra esperienza personale e scoprire delle curiosità sulle mestruazioni.

Per realizzarlo, Martina ha fatto molte ricerche e ha anche intervistato alcune donne (e uomini). Con voi avevamo condiviso qualche mese fa un questionario cui avete risposto in tantissimi. Vi chiedevamo anche di lasciarci un ricordo, un racconto o un aneddoto che collegate alle mestruazioni e voi avete condiviso con noi tantissime esperienze che ci hanno colpito e ci hanno fatto capire che sì, c’è ancora bisogno di parlare di mestruazioni. Per costruire Period Party siamo partite proprio dalle vostre storie, oggi (prima di lasciarvi al gioco) ve ne raccontiamo alcune.


Illustrazione di Martina Ghedini per Senza rossetto


Period Party

«La prima volta che ho avuto le mestruazioni è stato ridicolo e spaventoso allo stesso tempo, perché non sapevo esattamente come sarebbe stato, non avendone mai parlato in famiglia. Ho aspettato mia mamma davanti alla porta (ero sola in casa) con le mutandine in mano, in attesa di spiegazioni. Avevo 12 anni». La storia di Elena ricorda quella di molte ragazze, quando chiediamo di raccontare il menarca: giovanissime, poco più che bambine, costrette ad affrontare un cambiamento fisico epocale senza nessuna conoscenza o preparazione. Non per tutte il primo ricordo delle mestruazioni è così sconcertante, ma quasi per la totalità è indelebile. Delle oltre 350 donne che hanno risposto al nostro questionario, più 70% dice di avere un ricordo preciso di quella prima volta. 

Le mestruazioni segnano per noi ragazze il passaggio all’età adulta e proprio per questo vengono vissute come un vero e proprio momento di svolta che fatichiamo a dimenticare. La famiglia è il luogo in cui ci aspettiamo di ricevere le informazioni che non conosciamo: cosa significa quella macchia di sangue? Quanto spesso si ripeterà questo episodio? Cosa cambierà d’ora in avanti? D’altronde tutte (o quasi) abbiamo madri, nonne o sorelle a cui è successo prima di noi e che possono darci spiegazioni. Eppure è molto spesso la nostra stessa famiglia a creare un’aura di tabù e mistero intorno a questo fenomeno. «Roma con la mia famiglia e alcuni amici. Eravamo in un parco a fare una pausa e ad un certo punto sento una sgradevole sensazione, abbasso lo sguardo e vedo una bella macchia rossa in mezzo alle gambe. Niente assorbenti, nessun bagno nelle vicinanze. Imbarazzante e frustrante, soprattutto perché mia mamma ha cominciato a sgridarmi e a urlare. Avevo 14 anni ed è uno dei ricordi più vividi legato alle mestruazioni», racconta Clara, facendoci percepire il senso di colpa e vergogna che spesso sono proprio le persone da cui ci aspetteremmo appoggio e comprensione a farci vivere. E figuriamoci quando proviamo a indagare sul rapporto dei padri con le mestruazioni: solo il 2,9% delle intervistate dichiara di averne parlato apertamente con il proprio papà. Certo ci sono padri più disponibili, come quello di Martina, che - essendo separato dalla madre e scoperto delle prime mestruazioni della figlia - ha deciso di comprarle gli assorbenti perché potesse averne un pacco sempre a disposizione anche nella casa paterna. Ma ovviamente ci sono anche molti padri disinteressati o totalmente ignari, con cui non mancano situazioni di incomprensione e di imbarazzo. Ad esempio quella volta che il padre di Arianna, ospite per qualche giorno a casa sua, ha scelto il pentolino che lei usava per sterilizzare la coppetta mestruale per prepararsi la colazione. 

Le famiglie sono anche i luoghi in cui spesso si perpetrano stereotipi sul ciclo duri a morire. C’è la nonna di Amanda che non vuole che lei tocchi le piante quando è mestruata perché teme che appassiscano, o la madre di Antonia che non ha mai usato un tampax per paura che le resti incastrato all’interno della vagina. E poi c’è il sempre in auge rapporto sul legame tra il nostro umore e il ciclo mestruale. Abbiamo fatto qualche domanda anche agli uomini e ben il 47,9% delle 71 risposte che abbiamo ricevuto è positiva di fronte alla domanda: Se una ragazza è di pessimo umore ti capita di chiederle Hai le tue cose? E dire che il nostro è un campione fortunato: il 100% dei ragazzi ritiene sbagliato che le donne nascondano le mestruazioni o si sentano in imbarazzo a parlarne! Infatti, dai nostri questionari sono emerse diverse belle storie, che ci incoraggiano a credere che anche i maschi possano sviluppare una sensibilità verso questa esperienza femminile. Tipo questa: «Era il primo giorno di caldo super e mi erano appena venute delle mestruazioni particolarmente dolorose; sono quasi svenuta su un bus sovraffollato e quando sono scesa un ragazzo più giovane di me mi ha scortata fino a casa perché aveva capito che ero in difficoltà; mi ha spiegato di essere cresciuto con una sorella con un ciclo complicato che rischiava di sentirsi male più volte al mese, così ha imparato a osservare meglio anche le altre donne intorno a lui». Ehi tu, se ci stai leggendo, sappi che Manuela non ha ancora smesso di esserti grata!

Eppure quella del senso di vergogna è una costante delle nostre interviste: dagli aneddoti che abbiamo raccolto traspare chiarissimo il terrore di macchiarsi durante i giorni di flusso abbondante o la necessità di sapere sempre dove sia il bagno più vicino per evitare una “tragedia”, o ancora il gesto spontaneo di nascondere l’assorbente quando ci troviamo in un luogo pubblico e dobbiamo andare alla toilette per cambiarlo. C’è per esempio Francesca, che ci racconta come un vero e proprio traguardo essere riuscita a superare con successo il primo giorno di lavoro da mestruata, pur avendo una divisa priva di tasche. O Sara e il suo senso di mortificazione quando una collega, vedendola recarsi al bagno senza occultare l’assorbente, le ha chiesto «Ma che fai? Cerchi attenzioni?»

Assorbente, mestruazioni, tampone, ciclo mestruale… provate a indovinare qual è la parola che abbiamo ancora più paura a utilizzare? Ben il 56,9% delle nostre intervistate ha risposto sangue mestruale, forse quella più “naturale” di tutte. Noi donne siamo talmente abituate a vergognarci del nostro corpo e della nostra fisiologia che per prime fatichiamo a liberarci da quell’idea di sporcizia e impurità a cui le donne mestruate sono legate dall’alba dei tempi. Mentre qualcuna dice che vedere il sangue ogni mese può essere rassicurante - una sorta di inconscia conferma della propria buona salute - alcune ci hanno detto che dopo anni e anni trascorsi dal menarca, ancora non riescono a vivere le mestruazioni come qualcosa che appartiene al loro corpo, ma solo come un’enorme scocciatura. E poi c’è il fatto che un corpo mestruato è un corpo adulto, che viene automaticamente sessualizzato dall’esterno, come per esempio ci racconta Chiara: «L’imbarazzo della prima estate al mare con mestruazioni: un amico di famiglia, più anziano dei miei, che mi dice Lo so perché non fai il bagno. Una frase che ancora oggi mi spiazza perché sapevo che stava intendendo Non sei più una bambina, lo vedo che il tuo corpo è cambiato e lo guardo con piacere».

Insomma, parlare di mestruazioni nel 2020 è ancora necessario? Sì, perché come abbiamo visto se ne parla ancora male, ancora poco e ancora nei posti sbagliati. Pensate che ben il 35% delle intervistate ha ammesso di informarsi su internet (contro il 26% che si rivolge al ginecologo o alla ginecologa) per chiarire dubbi sul proprio ciclo mestruale. Parlare di mestruazioni non è solo utile per essere tutte più consapevoli rispetto al proprio fisico e alla propria fisiologia, ma può essere anche divertente e liberatorio, proprio per il tabù in cui le abbiamo sempre relegate. Ci sono anche tantissime storie buffe, spassose e d’ispirazione tra quelle che abbiamo raccolto: c’è la storia di Mirella e del suo partner che, dopo aver visto Midnight in Paris hanno rinominato il sesso con le mestruazioni “farlo alla Hemingway” o c’è il rito dell’indossare il tampax sotto la doccia negli spogliatoi prima di un’esibizione di nuoto sincronizzato per sentirsi una vera squadra, come ci racconta Nadia. E poi c’è il racconto epico di Roberta: «Ero al liceo e avevamo appena finito di vedere un  film sull'Iliade. Uscendo dalla classe alcuni nostri compagni fanno notare alla mia amica Camilla che si è sporcata. Lei si tocca i pantaloni e con aria eroica, come fosse un soldato dell’esercito troiano, dice: Mi hanno colpita!».

Insomma, ecco perché insieme a Martina abbiamo inventato Period Party: per prendere le mestruazioni come un gioco (almeno per una volta), divertendosi e sentendosi libere di parlarne senza preconcetti, costrizioni o censure. Period Party è un quiz per mettersi alla prova, che vi aiuterà a smascherare luoghi comuni e false convinzioni sul ciclo mestruale e che vi farà scoprire anche qualche curiosità interessante su questo mondo. E poi, Period Party è uno spazio dove condividere le vostre storie e contribuire a far crollare i tabù sulle mestruazioni. Per ora è visualizzabile da PC, ma presto lo sarà anche da mobile, quindi iniziate subito a giocare. Vi aspettiamo lì!

GIOCA A PERIOD PARTY

[I nomi presenti nel testo sono nomi di fantasia, tutti i questionari sono stati compilati ed elaborati in forma anonima]


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Cose belle che abbiamo letto in giro!

Come si cambia il mondo, secondo Angela Davis.

Tra i servizi sospesi durante il lockdown, i consultori in sofferenza e la delibera dell’Umbria che impone tre giorni di ricovero per accedere all’aborto farmacologico: in Italia è sempre più difficile interrompere una gravidanza.

La storia della ginecologia moderna è stata scritta sulla pelle delle schiave afroamericane.

Il k-pop e l’attivismo.

Perché è importante ripensare la nostra lingua, in termini più inclusivi.

Un podcast che racconta di Simone De Beauvoir e delle teorie femministe.

8 ospedali in 15 ore: la storia di una donna indiana incinta e dimenticata.

La pandemia ha riportato indietro nel tempo le donne, in termini di parità?

Simone Pillon vorrebbe bloccare il porno online.

Cosa fa Zadie Smith in quarantena? Scrive saggi.

Due libri appena usciti che vi consigliamo: una riedizione de L'Uovo di Barbablù di Margaret Atwood per Racconti Edizioni (con la bellissima copertina di Elisa Talentino). E Imparare a parlare con le piante di Marta Orriols, uscito per Ponte alle Grazie.

E se siete alla ricerca di un libro per l’estate: qui ci sono 40 proposte.


A presto!


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Newsletter a luci rosse

#12/2020

C’è chi in quarantena ha sperimentato una castità forzata. Chi invece si è ritrovato in una convivenza inaspettata che è sfociata in (a) una rottura, oppure (b) in un innamoramento che prosegue anche nella Fase 3 di questa pandemia.

Ci sono poi gli intrepidi che hanno continuato a incontrare Tinder date fregandosene dei dpcm del Presidente. Chi invece si è comprato un sex toy e ha trovato la pace con se stesso. Chi è rimasto lontano dal proprio partner e ha sperimentato l’infedeltà o una relazione a distanza fatta di videochat e messaggi erotici.

In qualunque delle categorie precedenti vi riconosciate, il rapporto con i nostri amanti è stato fortemente condizionato dai mesi che abbiamo vissuto. E anche le aziende e i lavoratori del sesso, si sono dovuti inventare nuove modalità di fruizione che andassero incontro (anche) al distanziamento sociale.

La newsletter di oggi è dedicata proprio alle relazioni che cambiano e l’ha scritta per noi Alice Avallone


Illustrazione di Giulia Serafin per Senza rossetto


Il piacere del sesso dentro e fuori il lockdown

di Alice Avallone

Il Codiv-19 ha fatto lievitare il consumo di parecchie cose nelle settimane di lockdown, quasi tutte legate alla salute e al benessere psicofisico: dai detergenti per le mani alle mascherine, lo sappiamo, ma anche dai videogiochi alla serie tv in streaming. E non finisce qui: sono aumentati il numero di account a pagamento nelle app di dating e le vendite dei sex toys. Il motivo? Il distanziamento fisico ha avuto un effetto significativo non solo sulle relazioni sentimentali, ma anche sull’intimità sessuale delle persone, soprattutto tra chi si è ritrovato senza partner. E così, si è fatta strada la ricerca di evasione, mentale e fisica, pur rimanendo sempre nei confini delle mura domestiche. Solitudine, noia e frustrazione hanno accompagnato l’isolamento, spazzando via le speranze dei single di incontrare nuovi partner nel futuro immediato.

Per chi invece ha vissuto la quarantena in coppia, può essersi rivelato addirittura un periodo di fedeltà forzata. Qualche indizio ce lo restituisce Gleeden, il portale per gli incontri extraconiugali che sta vivendo un periodo d’oro proprio in questi mesi. Dall’inizio del lockdown nel nostro paese, infatti, ha incrementato le proprie registrazioni del 150%. Di queste, il 43% sono di utenti di sesso femminile, sposate o in coppia, in cerca di una valvola di sfogo alla convivenza 24/7 con il partner.

Secondo l’Osservatorio Europeo dell’Infedeltà Femminile, su un campione di oltre 5.000 donne europee, di cui 1.000 italiane, in tempi pre-Coronavirus il 48% delle donne italiane impegnate in una relazione immaginava regolarmente di fare l’amore con una persona diversa dal partner. Durante la quarantena, la percentuale è salita al 78%. Mica male, vero? Conversazioni due volte più lunghe, tempo medio sul sito di oltre tre ore al giorno (rispetto alle due ore registrate mediamente in Italia), aumento del numero di upload di foto personali negli album privati e di utenti che hanno aggiornato il loro profilo, sono solo alcuni dei cambiamenti più significativi che il team di Gleeden ha registrato nelle settimane centrali del lockdown. Non potendosi vedere, gli amanti hanno rispolverato così la sempre verde pratica del sexting, con messaggi testuali ad alto tasso erotico che ribaltano il classico motto anglofono di ogni manuale di scrittura che si rispetti “Show, don’t tell”, mostra, non dire.

Per molte persone l’acquisto di oggetti per il piacere sessuale è stato un modo per prendersi ulteriormente cura di sé e del proprio stare in equilibrio. Se poi aggiungiamo che la maggioranza degli studi dimostrano che la masturbazione è benefica per il sistema immunitario, il gioco è fatto. Molte realtà non sono state con le mani in mano. Pornhub, ad esempio, a inizio marzo è sceso subito in campo e ha offerto gratuitamente i suoi contenuti premium nelle nazioni in quarantena. Al contempo, il brand di giocattoli sessuali Womanizer ha registrato un aumento del doppio delle vendite dall’inizio 2020; le vendite in Italia sono del 60% superiori alle previsioni. Segnali tutt’altro che deboli, dunque, su come il piacere sia ancora più di prima una priorità.

Altro mercato lievitato sul digitale per effetto della pandemia è quello delle escort, che hanno iniziato a cimentarsi nello smart working, offrendo videochiamate erotiche ai propri clienti che non le potevano raggiungere. Le escort si sono così attrezzate con Zoom, Skype e WhatsApp non solo per trovare una fonte di guadagno alternativa, ma anche per passare il tempo e per trovarsi clienti nuovi per il momento del via libera con i “congiunti”. I clienti, dall’altra parte dello schermo, hanno offerto cene a distanza, mostrato le proprie abituazioni e i panorami di cui godevano dai loro balconi. In qualche modo, anche il sesso si è romantizzato in questo periodo e le escort hanno scoperto un mondo nuovo, diverso, tra un brunch virtuale con vista sul Colosseo e un aperitivo sexy nel cuore di Dubai, senza bisogno di spostarsi. Senza confini geografici e corporali.

Ci sono anche risvolti inaspettati che hanno riguardato il periodo di lockdown, il sesso e il consumo di pornografia in Rete. Ad esempio, la salita in classifica delle chiavi di ricerca “Giuseppe Conte” sui principali siti di video per adulti. Il Presidente del Consiglio è diventato agli occhi di un certo pubblico un sex symbol, forse complice il suo tono paternalistico durante le conferenze stampa. Da quando è iniziata l’emergenza sanitaria, infatti, Conte è diventato pian piano per tutti noi la figura di riferimento da seguire, un padre (spesso percepito padrone) che impone, rassicura e protegge. E dunque non stupisce che sia diventato anche oggetto di desiderio per parte della fascia di teenager, un daddy da sogno come dimostrano le query sui motori, i racconti soft porno su WattPad che lo vedono personaggio principale, le community delle Bimbe di Conte su Instagram e i deepfake che si possono trovare ancora online.

Ma tra un video porno e l’altro, sono emerse anche cose più serie. Ancora una volta, a stupire per visione e strategia è il già citato Pornhub con la sua campagna “Cleanest Porn Ever”, lanciata sulla sua piattaforma Model Program, dedicata alle partnership. Obiettivo: educare il pubblico della community all’igiene intima durante la pandemia, grazie al coinvolgimento di attori porno di tutto il mondo. I video, tradotti in svariate lingue (mandarino compreso), illustrano i modi migliori per attenersi alle norme di distanziamento fisico, per quanto possibile mentre si fa sesso, e alla pulizia personale, mantenendo comunque una vita erotica rilassata e sana. Accanto all’iniziativa, Pornhub ha anche lanciato il sito Scrubhub, mantenendo identico il layout, dove anziché strofinare organi genitali con gemiti più o meno intensi, i protagonisti si strofinano le mani sotto l’acqua per igienizzarle con e senza latex. Chi l’avrebbe mai detto che un giorno un gesto così semplice sarebbe diventato così eccitante.


Alice Avallone dirige l’osservatorio di antropologia digitale Be Unsocial, lavora come ricercatrice per le aziende e coordina il College Digital della Scuola Holden. I suoi ultimi due libri sono People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l'etnografia digitale e Immaginari per viaggiatori. Raccontare territori, luoghi e storie al turista (Cesati).


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Cose belle che abbiamo letto in giro!

In questa newsletter abbiamo parlato di sesso e piacere, ma cosa fare quando il sesso è doloroso? Come parlarne?

E se le app di dating non fossero il luogo di libertà che ci aspettiamo? C’è anche l’altra faccia della medaglia, quella del revenge porn, che sta diventando un problema sempre più globale.

Freschi freschi in libreria: Signorina di Chiara Sfregola (Fandango), Il corpo elettrico di Jennifer Guerra (Edizioni Tlon) e La tua bellezza di Sahar Mustafah (Marcos y Marcos).

Stiamo tutti guardando a quello che succede in America e cercando di capire come fare la nostra parte. Di una cosa siamo certe, prima di tutto dobbiamo capire. Qui vi lasciamo alcune delle cose interessanti che abbiamo letto in queste settimane: una lista di libri di Angela Davis da recuperare, l’ansia di essere una madre nera e la speranza (disattesa) che la pandemia potesse alleviare questa paura, un’intervista su questo momento a una delle fondatrici del movimento Black Lives Matter e Megan Reid sull’ipocrisia dell’atteggiamento di noi bianchi di fronte a queste proteste. E per concludere, un report sullo stato delle donne nere negli USA nel 2017 (purtroppo gli ultimi dati aggiornati che abbiamo a disposizione).

Avete visto Hollywood di Ryan Murphy? Se sì vi ricorderete la storia di Anna May Wong, che ricorda quella dell’attrice che la interpreta.

Il problema di quanto la pandemia sta incidendo sulla vita delle donne nel nostro Paese non ha trovato una soluzione, anzi.

Le donne che stanno cambiando il volto dell’editoria africana. E un gruppo di uomini italiani che si mettono in discussione.

Una recensione di Appunti per un dizionario delle amanti di Monique Wittig e Sande Zeig (Meltemi), una breve storia della letteratura rosa e quella delle donne in bicicletta.


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L'immancabile puntata del 2 giugno

EDIZIONE STRAORDINARIA

Illustrazione di Isabella Bubola per Senza rossetto

Il 2 giugno, ormai lo sapete, è il compleanno di Senza rossetto. Ma soprattutto è la Festa della Repubblica e l’anniversario del primo voto politico delle donne in Italia. Ormai quattro anni fa iniziavamo il nostro podcast, nel frattempo sono successe molte cose (tre stagioni del podcast, una newsletter che ormai dura da due anni e mezzo, un libro), ma non ci dimentichiamo di festeggiare questa data. Quest’anno abbiamo pensato di festeggiarla in famiglia, insieme a tutte le donne che fanno parte di Querty e che, ognuna con il suo podcast, sono per noi un punto di riferimento professionale e in molti casi anche personale. Quindi, a parlare con noi di politica, partecipazione e attivismo ci sono Eleonora Caruso, Alice Cucchetti ed Elisa Finocchiaro. Ma nella puntata troverete anche Eugenia Fattori, Federica Bordin, Lavinia Michela Caradonna, Alice Luidelli, Alice Alessandri, Francesca Anelli, Vanessa Maran, Marianna Peracchi, Giulia Caterina e Marvi Santamaria, che hanno scelto per voi un consiglio di lettura, visione o ascolto per festeggiare questo giorno. I consigli li troverete all’interno della puntata, ma per comodità ve li lasciamo anche qui sotto, con tutti i link per reperirli.

Ora basta, cliccate play e buona Festa della Repubblica!

PLAY


Querty consiglia

Un qualsiasi gioco di parole sulle streghe che son tornate

#11/2020

Se come noi siete appassionati di libri, normalmente questi sono i mesi in cui si entra nel vivo del calendario letterario: in maggio ci sono grandi uscite editoriali in vista dell’estate, la primavera è costellata di festival e fiere di libri, e soprattutto questo periodo è l’inizio della stagione dei premi letterari. Inutile dire che quest’anno le cose sono andate un po’ diversamente, ci siamo anche stufate di iniziare ogni newsletter con questa banale premessa. Tra tutte le cose che sono cambiate, i premi letterari sono una delle poche certezze: cambieranno le modalità, ma più o meno tutti verranno ugualmente assegnati durante i prossimi mesi. Al di là del valore che attribuiamo ai premi, seguirne le vicende e i dietro le quinte per noi fa sempre estate e, ovviamente, quello che ci appassiona più di tutti è il Premio Strega, che è anche il più prestigioso per la letteratura italiana. I dodici libri in concorso sono stati ormai selezionati, ora si aspetta il 9 giugno prossimo per scoprire la cinquina finalista. Come spesso succede nei premi letterari che tanto fanno parlare (e vendere), anche quest’anno al Premio Strega mancano le donne. Sono solo tre le scrittrici in corsa, un quarto esatto dei partecipanti. Per capire un po’ meglio perché e che aria tira nell’editoria, nella critica e appunto nei tanto ambiti premi abbiamo pensato di rivolgerci direttamente a loro: in questa newsletter quindi parliamo di libri, di scrittrici, di quote rosa, di scrittura e di talento con Silvia Ballestra, Marta Barone e Valeria Parrella. Sperando di rivederle tutte in cinquina!


Illustrazione di Daria Tommasi per Senza rossetto


Fuori dal tinello

Intervista a Silvia Ballestra, Marta Barone e Valeria Parrella

C’è stato un momento della nostra vita in cui ci siamo imposte di leggere più scrittrici. È stata una vera e propria decisione perché, entrando in libreria o aprendo un inserto culturale, ci siamo rese conto che gli uomini avevano quasi tutti gli spazi migliori. Erano numericamente più presenti, mentre le donne spesso si nascondevano dietro a nomi dalle iniziali puntate o negli scaffali riservati ai romanzi rosa. Da quel momento, quindi, abbiamo iniziato a leggere autrici italiane e straniere, ad analizzare come le copertine delle scrittrici venissero pensate e perché avere una «scrittura da maschio» fosse un complimento, qualcosa che certifica il tuo valore. E ci chiedevamo: può un’industria come quella culturale, dove al centro dovrebbe esserci la qualità e il progressismo, essere ancora così sessista? 

«Quando ho iniziato io, negli anni ‘90 non c’era la percezione di un ambiente così maschilizzato. A parte il fatto che io ero giovane e spesso, finché si studia, non ci si accorge delle ingiustizie: ho cominciato a vederle con l’ingresso nel mondo del lavoro e si sono fatte più evidenti e macroscopiche quando ho avuto i figli». A parlare è Silvia Ballestra, classe 1969, tra i 12 finalisti al Premio Strega 2020 con La nuova stagione, edito da Bompiani. «Quando sono entrata nel mondo letterario, - prosegue Ballestra - non notavo grandi differenze, se non il fatto di trovarmi sempre in minoranza: ai convegni ti invitano con la premessa “ci servono le donne”, ma quando una è giovane non ci fa caso. Poi gli anni passano, la musica è sempre quella e ti inizi a rendere conto che c’è sempre e solo una voce interpellata: quella degli uomini».

Il 5 luglio 2018 il Premio Strega, il più prestigioso premio letterario italiano, viene vinto da Helena Janeczek con il romanzo La ragazza con la Leica, una biografia della fotografa Gerda Taro. Erano quindici anni che il premio non veniva assegnato a una donna, l’ultima volta era stata Melania Mazzucco con Vita nel 2003. La vittoria di Janeczek è un evento straordinario perché tra i vincitori delle oltre settanta edizioni del premio ci sono solo undici donne: la prima, nel 1957, Elsa Morante, seguita da Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese, Lalla Romano, Fausta Cialente, Maria Bellonci, Mariateresa Di Lascia, Dacia Maraini, Margaret Mazzantini e, appunto, Melania Mazzucco e Helena Janeczek. Non si tratta solo del Premio di casa Bellonci, anche per altre competizioni letterarie i numeri non sono altrettanto confortanti: solo undici autrici in sessantasette edizioni hanno vinto il Bancarella, mentre sono quattordici su cinquantotto le vincitrici del Premio Campiello

Quest’anno sono tre le scrittrici nella dozzina dello Strega. Ed è proprio a loro che abbiamo voluto porre la questione della rappresentazione delle donne in un premio culturale e nell’industria editoriale. Uno spazio che, nonostante le aperture a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, continua a essere prettamente maschile. «Del resto, non si può ancora pretendere troppo da un mondo il cui Salone più importante ha uno spazio riservato alle donne come panda da proteggere e che ha un titolo da soap opera sudamericana (“Solo noi stesse”), - commenta Marta Barone, autrice in lizza con il suo memoir Città sommersa, edito da Bompiani - Ecco, proposta per i prossimi anni: eliminiamo quello spazio, confondiamo i noi e le acque territoriali, non proteggiamo nessuno e distruggiamo i recinti a morsi».

Valeria Parrella, terza finalista con il suo Almarina, edito da Einaudi, affronta la questione a partire dalla sua esperienza: «Una volta un collega maschio, molto bravo, si lamentò di non essere entrato nella cinquina del Campiello. C’erano due donne in quella rosa di finalisti e io gli dissi che probabilmente si era voluto anche proteggere la quota di donne candidate. Si lamentò dicendo che occupavano “già” due posti. Per quanto mi riguarda potevano anche essere cinque donne finaliste (quante volte è successo che fossero cinque uomini?). Ma per un autore maschio era impensabile una cinquina del genere».

Come raccontiamo anche nel nostro libro Le ragazze stanno bene, secondo il report “Leggere è donna. Scrivere è maschile” dell’Osservatorio dell’Associazione Italiana Editori e di Pepe Research, nel 2016 tra le persone con più di sei anni ad aver letto almeno un libro nell’anno precedente la percentuale femminile era del 47,1% contro il 33,5% di quella maschile. Se nel 2005 le scrittrici erano il 29,7% (contro il 70,3% degli scrittori), nel 2017 le salivano al 38,3% (contro il 61,7%). Per quanto riguarda invece la filiera editoriale, se entriamo in una casa editrice, di qualsiasi dimensione essa sia, con ogni probabilità ci troveremo davanti una schiera di redattrici, traduttrici e lettrici donne e direttori editoriali, presidenti, amministratori delegati uomini (al 2017 le donne in ruoli dirigenziali erano il 22,3%, gli uomini il 77,7%). Nel nostro Paese i libri li fanno le donne, eppure quando si tratta di ricoprire ruoli di prestigio nella filiera, quando si tratta di raccontare questi libri al grande pubblico o di ottenere il riconoscimento della critica (che si sa, spesso corrisponde anche a grandi vendite in termini di mercato) il primo posto spetta ancora ai maschi. «Se per i decenni scorsi questa assenza femminile potevamo spiegarcela con delle ragioni storiche - commenta Silvia Ballestra - adesso inizia a diventare un po’ strana perché le lettrici sono donne e nel mondo dell’editoria lavorano soprattutto donne, però l’autorevolezza su certi temi viene riconosciuta sempre agli uomini. Anche quando si tratta di scrivere commenti o editoriali su quotidiani nazionali e si vuole il parere di uno scrittore si chiama quasi sempre uno scrittore maschio. Alle scrittrici vengono chiesti i temi da donne: per esempio, per l’8 marzo ti chiamano fisso».

Altra questione, centrale, è la critica letteraria, che secondo Silvia Ballestra continua ad avere qualche problema con le scrittrici: «Prima ancora della critica ai premi bisognerebbe fare una critica alla critica, che è molto maschile e maschilista e che dà sempre e solo riconoscimento agli uomini. Con le dovute eccezioni eh, soprattutto tra i più giovani. Mi viene in mente Paolo Di Paolo che ha scritto molto sui libri delle donne, oppure Jonathan Bazzi che cita molte autrici tra i suoi riferimenti. Ma lo stesso Tondelli, con cui ho iniziato io, aveva molte scrittrici come riferimenti forti del suo lavoro. Noi eravamo anche tante autrici nelle antologie che lui curava, ma erano tempi migliori quelli, poi si è tornati indietro. Agli inizi degli anni Novanta si sentiva ancora l’onda lunga del femminismo, erano le nostre sorelle maggiori che avevano fatto una rivoluzione enorme e che vent’anni dopo ancora si sentiva, anche nella critica femminile e femminista che era molto sviluppata. Dopo nel corso degli anni un po’ si è persa, ma adesso sta rispuntando: vedo tante giovane autrici che vengono lette, tradotte all’estero, premiate… Guardiamo lo Strega dello scorso anno: non hanno vinto, però Terranova e Durastanti si sono imposte molto bene e i loro libri hanno fatto una bella storia anche in libreria. In questo il Premio Strega è molto cambiato, ormai anche arrivare in cinquina è una vetrina importante». 

Sulla rappresentazione delle donne in letteratura ci sarebbe moltissimo da dire, a partire da quante di loro fanno parte dei libri di scuola, di quelle antologie che ciascuno di noi ha sfogliato da ragazzo e in cui spesso le autrici erano racchiuse in qualche boxino colorato: «Io ho fatto l’università a inizio anni ‘90 - racconta Valeria Parrella, - a Lettere classiche c’erano due esami di letteratura italiana. Nel volume dedicato al Novecento c’erano solo autori maschi e poi, a parte, un capitolo chiamato “La scrittura al femminile” con scrittrici come Grazia Deledda, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Amelia Rosselli… Questo era l’esame di letteratura alla Federico II. Ci vorrà del tempo per liberarsi da questi stereotipi e i libri sono soltanto un tassello. Il discorso sulla parità di genere dovrebbe essere più ampio, a partire dall’educazione sentimentale nelle scuole: serve insegnare la tolleranza e la diversità come ricchezza».

Ma la questione della «scrittura femminile», quell’etichetta che ha accompagnato per tanto tempo le autrici, di qualsiasi argomento scrivessero, sembra finalmente star perdendo forza: «Ormai persino i più accaniti detrattori della “scrittura al femminile” si sono dovuti accorgere che le donne sono uscite dal tinello, - ci racconta Marta Barone - Come se le scrittrici si fossero sempre e solo occupate di tinelli; e come se il tinello non fosse un tema fondamentale della vita degli umani, e soprattutto delle umane in trappola. Penso a Jennifer Egan, Olga Tokarczuk, Zadie Smith, e sono solo tre esempi fra centinaia di intelligenze e narrazioni sopraffine. Ci sono anche scrittrici che scrivono libri “letterari” addomesticati, banali, pieni di idee generali e di cliché, insomma: brutti. È questa la libertà. La scrittura al maschile sorprendentemente si declina all’emotività di questi tempi: i papà (non i padri: i papà), gli ossessionati dal proprio pene (va be’, questa è una tradizione, ma ci sono ossessionati e ossessionati, come al solito), i dolenti compilatori delle loro fragilità e disfunzionalità. Se insomma la scrittura “emotiva” è sempre stata tradizionalmente attribuita alle donne, anche questa divisione si è spezzata. Trovo grande speranza nella recensione sbalordita e meravigliosa dellIguana di Anna Maria Ortese che ha scritto Manganelli ancora in pieno maschilismo totalitario e che si trova adesso in Concupiscenza libraria, Adelphi: “Basta leggere tre, quattro pagine, e vediamo scomparire scaffali su scaffali di libri contemporanei […] forse in quegli anni potevamo polemizzare un po’ di meno sui libri di Bassani e Moravia, e leggere L’Iguana”. Il genio vero sopravvive a tutto, e se rimane sepolto qualcuno lo riscoprirà».


Silvia Ballestra ha esordito nel 1990 nell’antologia Papergang - Under 25 vol.3 a cura di Pier Vittorio Tondelli, ed è autrice di vari romanzi, raccolte di racconti, saggi e traduzioni. Con il romanzo La nuova stagione (Bompiani, 2019) è tra i dodici libri candidati al Premio Strega 2020.

Marta Barone, nata a Torino nel 1987, ha studiato Letterature comparate all'Università di Torino. Nel 2008 con Mondadori ha pubblicato Miriam delle cose perdute e nel 2011 I giardini degli altri. Il suo memoir Città sommersa (Bompiani, 2020) appare nella dozzina candidata al Premio Strega.

Valeria Parrella ha esordito nel 2003 con una raccolta di sei racconti intitolati Mosca più balena edita dalla casa editrice Minimum Fax con la quale ha vinto il Premio Campiello Opera Prima. Nel 2005 un'altra sua raccolta di racconti, Per grazia ricevuta, è arrivata tra i cinque finalisti al Premio Strega. Quest’anno è in gara con il romanzo Almarina (Einaudi, 2019).


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Cose belle che abbiamo letto in giro!

Un nuovo podcast da ascoltare, parla di America e di pop e lo cura La McMusa.

Pandemia, donne in lockdown, uomini in lockdown che imparano cosa significhi essere donne in quarantena, chiamate su FaceTime e… rossetto. E Anuradha Kapoor, che combatte la violenza domestica in India.

Questo nuovo obbligo di indossare le mascherine ci farà rivedere le nostre posizioni sul burqa?

Cosa ci dice la più grande ricerca europea sulla comunità LGBTQI+. A proposito, seguite QUiD, una nuovissima piattaforma crossmediale di informazione e cultura LGBTQI+.

Belle foto di ragazze Millennial e una bella intervista a Alexa Karolinski, co-creatrice di Unorthodox.

Il corto di Billie Eilish contro il bodyshaming e qualche domanda (e risposta) sulla fat positivity e l’uso della parola “grasso/a”.

Una storia di arte, amicizia femminile e liberazione negli anni Sessanta.

Il nuovo album di Populous, contro la mascolinità tossica e il patriarcato.

Dal 5 al 8 giugno c’è la prima edizione completamente online di Archivissima, il festival degli archivi. In questa edizione tutta dedicata alle donne, ci siamo anche noi (sabato 6/06 dalle 19:00 in diretta Instagram sul profilo del festival).


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Signorine al Bar Sport

#10/2020

Quando abbiamo pensato questa newsletter credevamo che proprio in questi giorni si sarebbe corso il Giro d’Italia. Invece poi è arrivato il coronavirus, il Giro è stato rimandato a ottobre 2020 e il resto ormai lo conosciamo fin troppo bene.

Anche questo è un piccolo stravolgimento delle nostre abitudini: normalmente con questa newsletter ci piace cogliere delle occasioni, celebrare delle ricorrenze, raccontare le cose giuste al momento giusto, ma purtroppo in questi mesi non è stato sempre possibile. Abbiamo cambiato molte cose in corsa, cercando di parlare a modo nostro di quello che ci succedeva intorno. Ora sembra che, molto piano, si stia tornando a una certa normalità e ci proviamo anche noi.

Ecco perché, anche se il Giro non si corre, oggi parliamo di sport (e di donne, ovviamente) in un pezzo che vi racconta qualche bella storia di grandi atlete del passato per arrivare ai giorni nostri e domandarsi come mai, ancora adesso, sia così difficile associare le discipline sportive femminili al professionismo. Che poi è una questione sempre valida, non solo mentre si corre il Giro d’Italia. L’ha scritto per noi Anna Scapocchin e l’ha illustrato Giulia Cassandra Cianca.


Illustrazione di Giulia Cassandra Cianca per Senza rossetto


Donne fuorigioco

di Anna Scapocchin

Nel 440 a. C. durante i Giochi Olimpici si eseguivano  “test di femminilità” per evitare che le donne si travestissero da uomini pur di partecipare alle gare. Le donne, infatti, non potevano partecipare ai Giochi, con una sola eccezione: le corse dei carri. Il ruolo dell’auriga era riservato agli uomini, ma le donne potevano essere organizzatrici o finanziatrici delle squadre partecipanti: le presidenti delle squadre, diremmo oggi. La prima donna in questo ruolo a vincere una corsa di carri fu la principessa Cinisca di Sparta, nel 396 e 392 a.C. 

Anche se spesso non ce ne rendiamo conto, le questioni di genere e il concetto di mascolinità e femminilità sono parte importantissima anche nel discorso sportivo. Gli uomini che non amano lo sport sono spesso considerati poco virili, mentre per le donne la passione per lo sport è sempre vista come una minaccia all’idea convenzionale di femminilità. Muscoli? Forza? Una vera e propria violenza al corpo femminile.

Dopo millenni e millenni di esclusione, lo sport inizia ad aprirsi alle donne solo dalla seconda metà dell’800. Nel 1867 in Italia nasce il primo corso di ginnastica dedicato alle donne, ma solo per maestre e signorine di buona famiglia. Proprio in quegli anni (il primo corso di ginnastica per uomini risale al 1847) la ginnastica aveva iniziato ad assumere un’importanza pedagogica e a entrare nelle scuole, anche se per esigenze in larga parte militari, così la Società Ginnastica di Torino pensò di realizzare un corso di ginnastica preparatoria femminile con lo scopo  di formare le future maestre di educazione fisica. All’epoca si stentava a credere che le donne potessero essere portate per l’attività sportiva, ma si pensava che l’esercizio fisico potesse aiutarle a sviluppare capacità utili per la loro funzione principale: la riproduzione. Il motto era: donne più sane, madri più prolifiche!

Nella corso della storia le grandi atlete non sono mancate, ma spesso lo sono state perché lo hanno deciso, non di certo perché il mondo dello sport come è stato concepito finora glielo abbia permesso). Per secoli la narrazione sportiva ha costruito e riproposto un immaginario rigido, stereotipato e omologato, in cui lo spazio per le imprese femminili era (e resta) ai margini. Per fortuna c’è chi si è presa questo spazio.

La modenese Alfonsina Strada era soprannominata il “diavolo in gonnella”. Osteggiata dalla famiglia per la sua passione per il ciclismo, diceva: vi farò vedere io se le donne non sanno stare in bicicletta come gli uomini. Nel 1924 fu in assoluto la prima donna a partecipare al Giro d’Italia. Quell’anno partirono in 90 corridori, conclusero il Giro in 30: Alfonsina era una di loro. Negli anni successivi non le fu permesso di iscriversi, ma decise di partecipare lo stesso percorrendo autonomamente alcune tappe. È considerata tra le pioniere che si batterono per la parità di donne e uomini nello sport.

Illustrazione di Giulia Cassandra Cianca per Senza rossetto

Negli stessi anni in cui Alfonsina correva in bicicletta nacque anche la prima squadra italiana di calcio femminile. Il Gruppo Femminile Calcistico nacque a Milano nel 1933, più come un esperimento. Il loro manifesto, infatti, suonava come una sfida: si può essere signorine per bene e da casa e praticare al puro scopo ginnastico lo sport del calcio. In porta però ci stavano due uomini: si temeva che le ragazze potessero subire danni al ventre e mettere a rischio il loro futuro (di madri, ovviamente). 

Il Gruppo Femminile Calcistico divenne un vero e proprio caso mediatico: alcune testate giornalistiche lodavano queste trenta calciatrici, altre invece mostravano una certa titubanza nel vedere delle ragazze praticare uno sport così virile. Eppure una delle attaccanti, Rosetta Boccalini, nel 1933, affermava con veemenza: amo moltissimo il giuoco del calcio, un amore tenace il mio, non un fuoco di paglia. Le mie compagne hanno tanta passione e buona volontà: non tramonteremo mai. Pochi mesi dopo, il Gruppo venne sciolto. La giustificazione? Una donna che corre dietro a un pallone non si sposava con l’idea di moglie e madre che il fascismo propagandava. 

Spostiamoci a Berlino, pochi anni dopo, nel 1936: Trebisonda Valla è la prima donna italiana a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Già a 13 anni Trebisonda, detta Ondina, era considerata una promessa dell’atletica italiana ed era stata convocata anche per i Giochi Olimpici di Los Angeles del 1932, ma il Vaticano si oppose: una donna, da sola, non poteva affrontare un viaggio così lungo in una spedizione totalmente maschile! Dopo la vittoria olimpica divenne un’eroina per tutte le ragazze italiane e il governo fascista la definì un “simbolo della sana e robusta gioventù nazionale”. Ondina contribuì a una maggiore tolleranza del Regime riguardo la partecipazione delle donne alle attività sportive. 

Ma parliamo di novant’anni fa, direte. Nel frattempo sono cambiate tante cose, la società si è evoluta e con essa anche lo sport. Se guardiamo al ciclismo di Alfonsina Strada, scopriamo che il Giro d’Italia femminile è nato solo nel 1988. A oggi, è la corsa internazionale più lunga e con caratteristiche tecniche assimilabili a quelle delle grandi corse a tappe maschili, ma in termini economici le vincite sono ancora molto squilibrate: nel 2019 la vincitrice del Giro ha ricevuto un montepremi di 6.000 euro, il vincitore di quello maschile invece ha portato a casa 265.000 euro. A quasi un secolo di distanza dalle imprese di Alfonsina Strada, l’importanza simbolica del ciclismo come sport di emancipazione femminile è ancora molto forte in tutto il mondo: pensate che nel 2016 le squadra femminile di ciclismo afgana è stata nominata al Premio Nobel per la Pace per il coraggio e la fermezza nello sfidare le normative di genere nel loro paese.

Ma pensiamo allo sport più seguito al mondo, sicuramente in Italia: il calcio.  Il primo campionato ufficiale di calcio femminile in Italia risale al 1986 (anche se esiste ufficiosamente dal 1968), mentre la prima Coppa del Mondo femminile solo al 1991. Nell’ultimo Mondiale, la squadra vincitrice maschile ha intascato 38 milioni di dollari, mentre quella femminile 4 milioni. È stata la Norvegia, nel 2017, la prima federazione calcistica a riconoscere una uguale retribuzione alla squadra maschile e a quella femminile (prima le donne guadagnavano il 50% in meno anche qui).

A livello olimpico, invece, le discipline femminili sono state ammesse già dal 1900, ma erano solo il tennis e il golf. Per vedere le atlete partecipare in tutti gli sport in programma ci sono volute le Olimpiadi di Londra del 2012. Lo stereotipo dello sport come rischioso per la salute femminile, però, non è ancora del tutto superato: per esempio, il salto con sci femminile è stato riconosciuto come sport olimpico solo nel 2014, perché per più di un secolo sono state sollevate perplessità riguardo all’impatto di questa disciplina sull’utero femminile. Anche la rappresentanza femminile alle Olimpiadi è ancora problematica: a Rio nel 2016 solo il 45% dei/delle partecipanti era donna; per Tokyo 2020 (olimpiade slittata al 2021 a causa della pandemia di Coronavirus) il Comitato Olimpico Internazionale si è impegnato ad avere il 50% di atlete.

Oggi lo sport e l’attività fisica sono un vero e proprio sistema simbolico attorno a cui orbitano economia, politica, mass media, salute, benessere, cultura, identità sociale, valori, e anche, come dicevamo all’inizio, la dimensione di genere. Considerando quest’ultimo aspetto, sorge uno dei più grandi problemi dell’universo sportivo: il complicato rapporto tra professionismo e genere. Lo sport professionistico viene definito tale se sono presenti quattro elementi: regole e norme che ne consentono la pratica; l’idea che l’impiego e lo sviluppo di abilità fisiche e intellettuali siano l’attività principale dell’atleta, che viene retribuito per farlo; la presenza di competizioni e gare; il coinvolgimento di media, sponsor, pubblico nell’organizzazione delle competizioni. 

Come abbiamo visto poco fa, in Italia e nel mondo il professionismo sportivo femminile è ancora ben lontano dall’essere riconosciuto, sia in termini economici che simbolici. Perché, se la definizione di professionismo è così chiara? La risposta è legata al secondo punto e rimanda a una visione culturale del ruolo della donna nella nostra società e alle aspettative sociali che ne gravitano attorno: lo sport non è una professione adatta a te, perché sei donna (un po’ come nel 1933!). L’attività fisica per le donne è al massimo un hobby, un tenersi-in-forma, ma non può essere il loro lavoro e quindi non possono essere pagate per farlo. Quando si accostano genere e sport, non si valutano solo le abilità fisiche e le caratteristiche tecniche, ma spesso si mettono sul tavolo modelli di comportamento e stereotipi considerati appropriati per un genere piuttosto che per l’altro.

Carolina Morace, il nome di punta del calcio femminile degli anni Novanta, nel suo libro La prima punta (People, 2019) centra il punto: Lo sport è uno strumento di dialogo e di scambio potentissimo, che rappresenta e dà voce a cambiamenti sociali e culturali spesso addirittura prima che si sia formata una consapevolezza diffusa rispetto a questi stessi cambiamenti.

Al professionismo si collegano sicurezza sul lavoro, pensione, congedo di maternità, tutela infortunistica, retribuzione equa, attrezzature e impianti adeguati, qualità dell’allenamento, accesso ai ruoli dirigenziali. Riconoscere quello femminile vorrebbe dire riconoscere – non solo da punto di vista culturale, ma anche dei diritti – la possibilità delle donne di ricoprire quel determinato ruolo, di svolgere quel determinato compito. Affermare una parità di trattamento – e ripeto, di diritti – che nel mondo del lavoro in generale non c’è. Creerebbe uno storico troppo forte da poter nascondere, un modello da cui prendere spunto.

E quindi in Italia cosa si sta facendo a riguardo? Se la legge sul professionismo sportivo (maschile) risale al 1981, l’introduzione di quella sul professionismo femminile è ancora molto dibattuta. Moltissime sportive e associazioni come Assist – Associazione Nazionale Atlete – lavorano da anni sul tema per chiedere alle Federazioni, al Coni e allo Stato Italiano di agire concretamente sull’ordinamento sportivo italiano. Negli ultimi mesi del 2019 è stato inserito nella Legge di Bilancio 2019 un emendamento che prevede tre anni di sgravio fiscale alle associazioni sportive che stipulano con le atlete contratti di lavoro di professionismo sportivo. È certamente un piccolo – piccolissimo – passo in avanti, ma non risolve la questione: la palla passa infatti ai decreti attuativi che verranno pensati all’interno della Legge Delega sullo Sport che doveva essere discussa entro marzo 2020, ma slittata a luglio a causa dell’emergenza sanitaria Covid-19. Molti degli addetti/e si stanno già chiedendo: dopo questi tre anni cosa succederà? 

La questione è certamente complessa, legittima quanto urgente: servono cambiamenti legislativi, strutturali e non episodici, che affermino i diritti delle sportive e, di pari passo, un cambiamento culturale che spezzi stereotipi e pregiudizi. Perché se lo sport, come diceva Nelson Mandela, è capace di cambiare il mondo, forse potrebbe essere la chiave di svolta per garantire inclusione e uguaglianza e compiere finalmente una democrazia paritaria, nello sport e in tutti gli ambiti della vita sociale.  


Anna Scapocchin, sociologa, nata a Padova nel 1993, vive e lavora a Modena, dove collabora con il Centro documentazione donna nei progetti di educazione alle differenze e prevenzione alla violenza di genere nelle scuole. Potete seguirla su Instagram e su Facebook.


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Cose belle che abbiamo letto in giro!

Visto che abbiamo parlato di sport: ecco la prima donna al cui nome sarà dedicato uno stadio di atletica.

La vicenda di Silvia Romano ci ricorda, ancora una volta, che l’Italia è un paese sessista. E che è difficile spegnere il mostro che c’è dentro di noi.

Si discute di donne nella task force del governo e, quindi, si torna a parlare di quote rosa.

Storia di aborti spontanei e della difficoltà di parlarne.

Cose da vedere: Mrs America; Shirley con Elisabeth Moss; Becoming di Michelle Obama diventa un documentario.

Cose da leggere: Marilynne Robinson; libri scritti da donne musulmane e altrettanti scritti da autrici irlandesi (perché non c’è solo Sally Rooney).

Cose da ascoltare: Tori Amos.

Se ci fate caso, spesso nei film è rappresentato solo un certo tipo di donna nera.

L’eredità letteraria e femminista di Pamela Moore.

Essere un’attivista e una leader femminista, in tempi di Coronavirus. E, a proposito di attivismo, è appena nato un progetto dedicato a sensibilizzare contro revenge porn.


A presto!


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