Tempi di crisi

#17/2019

«No, Femminis non è un nome d’arte. Viene da una vallata del Piemonte, da dove è originario mio padre». È un pomeriggio di settembre e siamo nella sede di Marcos y Marcos a Milano: una palazzina piena di libri, dove si costruiscono storie, si ospitano autori e curiosi nel Bookhostel e, a volte, si beve un infuso in compagnia di qualche scrittore. La protagonista di questa merenda (e di questa newsletter) è Doris Femminis, nata nel 1972 tra le montagne della Svizzera italiana, infermiera a domicilio in campo psichiatrico, autrice di Fuori per sempre, un romanzo che racconta di gioventù e malattia mentale.


Fuori per sempre di Doris Femminis (Marcos y Marcos, 2019)


Un luogo bianco, luminoso, pulito

Intervista a Doris Femminis

«Ho vissuto per trent’anni nel Canton Ticino ed era quello che potete immaginare, - ci racconta Doris Femminis sorseggiando il suo thè caldo, - montagna e capre. Dopo mi sono spostata in città, a Ginevra, e sono rimasta lì per dodici anni. E poi, via con un altro cambio di vita: su tra i mille e millecinquecento metri di altezza, nella Svizzera romanda, dove si parla romando, appunto. Oggi vivo in un grande altopiano dal paesaggio nordico. Foreste, pascoli, d’inverno c’è molta neve». Infermiera a domicilio, l’autrice Marcos y Marcos vive a stretto contatto con la natura, in un piccolo mondo, che ricorda l’ambientazione di Fuori per sempre, il suo secondo libro. Il paese, come dimensione sociale e giudice silenzioso, è molto importante nella narrazione: con le sue tante voci senza volto e l’omertà che si diffonde appena esplode uno scandalo. 

Fuori per sempre arriva dopo Chiara cantante e altre capraie, il primo libro di Femminis, uscito nel 2016 per la piccola casa editrice Pentagora. «Ho sempre desiderato scrivere fiction, ma non ne sono mai stata in grado, non riuscivo a distaccarmi da me stessa. La svolta è stata quando ho avuto il mio secondo figlio: ero in congedo di maternità e avevo tempo libero da occupare. Ho cominciato a scrivere, senza più riuscire a fermarmi». 

Giulia è la protagonista di questo romanzo, un personaggio che fin dal principio mette al centro la sua fuga, metaforica e fisica: fugge dalla propria famiglia, dal luogo in cui è cresciuta e, infine, da se stessa, tentando il suicidio. Femminis racconta il tempo della crisi, un momento di debolezza: questo tipo di deviazione e sofferenza è comune, può succedere a tutti, ma, talvolta, può diventare un disagio psicologico e, più raramente, psichiatrico. 

«Mi interessava soprattutto parlare del mondo della psichiatria. Anzi, tutto è nato da lì, dall’idea di fare un ritratto della psichiatria moderna, ma ovviamente era un’impresa piuttosto complessa». Delle tante pagine scritte al riguardo, racconta Femminis, non è riuscita a tenere quasi nulla, tranne la figura di Annalisa, l’altro personaggio cardine di questo romanzo: «Subito non riuscivo a trovare il tono giusto. Cercavo una storia emotivamente interessante, che potesse parlare sia dei pazienti che dei curanti, rendere l’umanità dei personaggi. Poi, in un momento di blocco creativo, ho ripreso in mano tutti i miei scritti e ho trovato Annalisa. L’avevo abbozzata in precedenza e, ora che l’avevo davanti a me, mi ha dato la chiave giusta per risolvere il libro. Ho seguito il suo filo e tutto è cambiato». 

Giulia, come dicevamo, cerca di togliersi la vita: il suo è un grido di allarme, un’azione estremamente tragica che nasconde un trauma profondo, e per questo viene rinchiusa in un ospedale psichiatrico. In questo luogo, bianco, luminoso, pulito, racconterà della misteriosa sorella Annalisa, degli abusi subiti e, forse, troverà una cura. «Esistono ancora molti pregiudizi nei confronti della psichiatria - prosegue Femminis, - è per questo che ho voluto ambientare questa storia in parte dentro una struttura di cura, in un determinato momento storico della Svizzera moderna. Lo stereotipo dipinge questi luoghi come estremamente tragici, come delle vere e proprie prigioni. Ovviamente l’ospedale psichiatrico è un luogo di sofferenza, dove le emozioni sono a mille, ma la medicina contemporanea cura, non punisce». Giulia inizialmente si oppone con forza al suo ricovero, ma, comprendendo la sua debolezza, decide di fidarsi. «L’inizio è sempre una lotta: è difficile che una persona si presenti di sua volontà. Stiamo ancora affrontando il tabù e il pregiudizio che si legano ad ambienti come gli ospedali psichiatrici. Oggi è più normale ammettere di seguire una cura, di andare dallo psicologo, ma sotto sotto resiste l’idea che ad avere questi problemi siano solo i “matti”». 

Nel piccolo paese di Fuori per sempre, tra le sue casette ordinate e i fitti boschi, si nasconde una sorta di orco, un personaggio che conosciamo attraverso il racconto di Giulia, colpevole di aver abusato su alcuni minori. È uno scandalo che investe questa comunità e che ne svela i contorni più foschi: «Ho deciso di affrontare il tema degli abusi perché credo sia un argomento importante di cui parlare: quella intorno a noi è ormai un’epidemia. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità una donna cinque e un uomo su dieci, sono stati abusati nella loro vita. Bisogna parlarne e, secondo me, siamo pronti a farlo. L’omertà del paese non è dettata, almeno non del tutto, da cattiveria: si tratta anche del fatto di non avere strumenti per affrontare un discorso così complesso e doloroso». E a questo proposito, nel 1997 la violenza sui minori è stata dichiarata dall’OMS problema prioritario di salute pubblica, ma l'Italia non ha ancora istituito un registro nazionale. Questo trauma, nel romanzo di Femminis, diventa parte anche del racconto psicanalitico di Giulia: «La sua è una psiche sana, che per evitare di elaborare un evento traumatico, ha deciso di creare una realtà parallela. Di mettere da parte il problema. E così è nato lo sdoppiamento della personalità, che invece di essere la malattia, diventa il sintomo della presenza dell’abuso». 

Natura, scandalo, psiche e provincialismo: gli elementi per descrivere il libro di Doris Femminis ci sono tutti. E alla domanda finale su quali autori ama e rilegge ci risponde: «Imre Kertész, scrittore ungherese, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti e Premio Nobel per la letteratura nel 2002, ed Elsa Morante, una delle più grandi voci del ‘900».


Doris Femminis è nata nel 1972 tra le montagne della Svizzera italiana. Partendo dalla sua esperienza personale di infermiera psichiatrica, nei suoi romanzi scrive di amore, cura, femminismo e salute mentale. Fuori per sempre (Marcos y Marcos, 2019) è il suo ultimo romanzo.


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Cose belle che abbiamo letto in giro!

Oggi è la Giornata Mondiale del Coming Out, per l’occasione vi riproponiamo la newsletter che Alessandro Bianchi (aka Zuccherosinattico) aveva scritto per noi qualche mese fa, in occasione del Pride Month 2019.

Dopo che era stato sospeso in seguito a uno scandalo sessuale, è stato assegnato il Nobel per la Letteratura 2018: l’ha vinto una donna (la 15esima in tutta la storia del premio), la scrittrice polacca Olga Tokarczuk.

Questo weekend a Roma c’è uno dei nostri appuntamenti preferiti della stagione (che purtroppo quest’anno ci perdiamo). Nel cuore del Pigneto da oggi fino a domenica vi aspetta InQuiete, festival di scrittrici!

Sempre a Roma, una bella mostra fotografica ispirata alla storia di Elisa e Marcela, le prime donne nella storia a sposarsi nel 1901.

Maaza Mengiste su genere, guerra e il corpo delle donne nell’Etiopia coloniale. E una nuova generazione di scrittrici africane che sta riscrivendo la fiction storica da una nuova prospettiva.

L’avete vista Unbelievable, la serie tv sulla violenza più delicata e più esatta che ci sia in circolazione?

Tutto quello che nessuno vi ha mai detto sull’uscire con un uomo più giovane. Ma anche tutte le bugie che dicono gli uomini di potere.

Una storia culturale della giovane detective Nancy Drew e varie (più di 50) interpretazioni di Jane Eyre.

Nei cinema italiani è arrivato La scomparsa di mia madre, il documentario su Benedetta Barzini. Qui una bella intervista al figlio e regista Beniamino Barrese.


A presto!


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Partire o non partire?

16/2019

Qualche giorno fa, in un biscotto della fortuna, ho trovato un bigliettino che augurava, a me Giulia P., di prendere presto un aeroplano. Non se considerarlo affidabile (e in effetti mi sono chiesta chi scrivesse questi fantomatici messaggi da dessert), ma, in ogni caso, mi ha fatto pensare a questa newsletter.

Tutto parte da Francesca Ceci, autrice per Tunué e per varie testate online, che qualche mese fa ci ha scritto e proposto quello che leggerete oggi. Il tema: raccontare riviste scoperte in giro per il mondo, un’occasione per conoscere progetti femministi meno noti, di cui magari diventare lettori. Alla fine, un espediente per portarci in viaggio con lei. Una destinazione per ogni stagione.

Come scrive Matteo B. Bianchi nell’introduzione dell’ultimo numero di Tina: «Fare una rivista è una scelta di vita, una sorta di vocazione». Serve passione, dedizione, manualità, per raccontare un luogo e un momento ben preciso, diventare la memoria storica di quel piccolo pezzo di mondo.

E quindi, siete pronti a partire con noi?


Illustrazione di Roberta Ragona (Tostoini) per Senza rossetto


Quattro stagioni, quattro viaggi, quattro riviste

di Francesca Ceci

#Parigi. Primavera.

La mattina della partenza per Parigi la persona con cui sarei dovuta partire ha tardato all’imbarco con il risultato che in pochi secondi avrei dovuto decidere se rimanere anch’io ad attendere uno dei voli successivi o procedere da sola dopo aver già superato il check-in. Non c’è motivo di aspettare, ho pensato soltanto, mentre nel retropensiero lampeggiavano la parola libertà e qualche veloce fotogramma di una città da cui mancavo da anni.

Tra i quartieri orientali di Parigi scorre da quasi duecento anni un canale artificiale attraversato da ponti girevoli e passerelle pedonali. Risalendolo lungo la sponda sinistra si incontra una galleria-libreria dalle mura rosso fuoco piena di libri illustrati, cahier de voyages e mongolfiere di carta da costruire. Nella saletta dedicata ai libri d’arte, in alto contro un muro, spiccavano in bianco e nero le parole THEME N. 7 FEMINISM. Ho comprato la rivista senza conoscerla e mi sono seduta a leggerla su uno dei muretti del Canal Saint-Martin.

Papier Magazine è una rivista a tiratura limitata (500 copie) creata dai grafici e illustratori francesi Lèopoldine Siaud e Thomas Symonds, in uscita due volte all’anno ad intervalli irregolari, a tema sempre diverso (sport, lusso, provocazione, colore), che mette l’arte e l’illustrazione in primo piano anche grazie al formato (28x38 cm) che consente la riproduzione dei disegni nella dimensione quasi originale. Sul sito ufficiale, così come sulla pagina Instagram, è possibile vedere alcune pagine in anteprima e acquistarla in versione cartacea (€ 16-20); inoltre su IG ogni illustrazione offre la rapida connessione per la scoperta del relativo autore.

Il numero primavera\estate 2019 è dedicato al femminismo: una ventina di artisti hanno ricevuto carta bianca, sulla quale hanno disegnato e poi spiegato la propria interpretazione del tema. L’idea è nata quando, nel 2016, il fumettista francese Riad Sattouf si è autoescluso dagli artisti selezionati per il Gran Prix di Angouleme perché nella selezione non figurava neanche una donna, sollevando accuse di sessismo nei confronti del festival fumettistico più rilevante d’Europa. Diversamente, in questo numero di Papier Magazine prevalgono illustrazioni di autrici, ma soprattutto è prevalsa una convinzione comune a quasi tutti gli autori coinvolti: il femminismo non chiede un’inversione dei ruoli all’interno della società, pretende più semplicemente l’uguaglianza dei sessi.

Le illustrazioni della rivista parlano chiaro, alcune hanno tale forza che diventa superflua la didascalia dell’autore, in alcune sono i colori a parlare da soli. Troviamo il ritratto di Simone de Beauvoir con in mano Il secondo sesso e attorno una scatola piena di libertà, pesci che rappresentano l’infinito e gambe che ricordano la strada calpestata dalle donne (Fariza Bozhaeva). O il ritratto di Ibtissam Benaibout di una donna comune ed evanescente, una figura che vale per tutte perché riconosce silenziosamente di non essere meglio degli altri ma è certa di meritare gli stessi diritti. O ancora un uomo che si riflette nel volto di una donna, perché anche questa possibilità è uguaglianza tra i generi (Stefano Sommo).

Fuori dalle pagine, lungo il canale, c’erano due ragazzine che si fotografavano silenziosamente a vicenda; una ragazza meno giovane seduta a gambe incrociate assorta a dipingere quello che vedeva sull’altra sponda; due donne con il velo sedute su una panchina insieme ad un uomo con i baffi, tutti e tre senza parole; due ragazze che passeggiavano insieme con due cani e due bambini e due tricicli, lentamente, quasi uguali.

#San Sebastián. Estate.

A fine stagione il cielo sopra i Paesi Baschi è sempre bianco. Dalla grande finestra sbilenca del piccolo appartamento che abitavo per qualche giorno si vedevano i tetti, anch’essi bianchi, e il mare del porto che sembrava grigio. Niente invitava ad andare in acqua, meglio un tavolino dietro la finestra, meglio una sdraio su una spiaggia abbandonata. Avevo da poco finito di leggere Patria di Fernando Aramburu, i punti di vista delle madri e delle figlie di due famiglie coinvolte in una storia di amicizia, attentati, sospetti e perdono e volevo saperne di più sulle donne di quella zona che immaginavo ostinate e testarde come quelle del libro.

Ho scoperto che proprio a Bilbao era nata da qualche anno Pikara Magazine, rivista che non si definisce espressamente specializzata in femminismo ma che tratta temi trasversali sociali, politici e culturali con un punto di vista femminista. Partendo dalla constatazione che nei media principali prevale un approccio parziale, riconducibile alla minoranza maschile, bianca ed eterosessuale, Pikara nasce dall’esigenza di buon giornalismo, pluralismo ideologico e prospettiva di genere. E cresce fino a diventare non solo una web-mag e una rivista cartacea autoprodotta ma anche e soprattutto un progetto internazionale, critico e inclusivo, fatto di video, eventi culturali, podcast, illustrazione, collaborazione con altri media. Il tutto usando un linguaggio accessibile, lontano dai toni accademici, con contenuti comprensibili alle minoranze linguistiche (catalano, basco, galiziano, asturiano) o adattati ai criteri della facile lettura che consentono un’alta leggibilità del testo, semplice e immediata. Pikara parla di cultura e arte, di corpi, di diritti ed ecologia, di attivismo, militanza e memoria.

Tra i progetti condivisi c’è “Maternidades con gafas violetas”, un podcast di interviste e conversazioni con autrici, attiviste e studiose attorno ai mille aspetti della maternità affrontati da una multipla prospettiva femminista. Ci si interroga sulla prescindibilità della figura paterna e sui diritti di una donna lesbica che intende formare una famiglia; ci si confronta con l’esperienza di essere una madre nera in una società spagnola e con i pregiudizi con cui si scontrano le madri gitane; si cerca di capire l’influenza delle tre principali religioni sulla maternità chiedendosi se la figura della Vergine Maria possa essere considerata un’icona femminista materna, cosa significhi diventare madre in una società prevalentemente maschilista come quella islamica e come viva in Israele una madre dichiaratamente non ebrea.

Una volta all’anno viene pubblicata una edizione cartacea di Pikara che contiene una selezione di articoli pubblicati durante l’anno sul web e qualche inedito, acquistabile (€ 10-12) in varie città spagnole - Baleari comprese - oppure online. Inoltre, ci sono varie forme di sottoscrizione (mensile, annuale, gratuita, per le biblioteche) che, oltre a sostenere le attività della rivista, danno diritto a riceverne una copia.

#Haiti, USA. Autunno.

Il tema del corpo, la sua strumentalizzazione, le aspettative che si trascina dietro, mi portano a pensare a Fame (pubblicato in Italia da Einaudi), il saggio in cui Roxane Gay racconta la storia del proprio corpo e spiega cosa vuol dire vivere in un corpo diverso da quello che il sistema pretende, in un mondo abituato a controllare e punire il corpo femminile. Dalla scrittura dolorosa di questo memoir, che è costato all’autrice - americana di origine haitiana - una sovraesposizione della propria persona fisica, facendo sentire in diritto chiunque lo leggesse di insinuarsi nella sua vita con domande ancora più personali di una confessione già resa e con consigli ridicoli e sproporzionati e non richiesti, è nata, all’interno della rivista Gay Mag (di libera lettura online per un numero limitato di accessi oltre i quali è possibile iscriversi per ottenere un accesso illimitato), la rubrica “Unruly Bodies per la quale Roxane ha coinvolto una ventina di autori e autrici ponendo loro la domanda “Cosa significa vivere in un corpo ribelle e fuori dagli schemi?”

Il risultato è una serie di condivisioni di esperienze e punti di vista e interpretazioni sul concetto di corpo, di come un qualcosa di così innegabilmente e strettamente personale possa trasformarsi in un oggetto di dibattito pubblico, su cui ogni estraneo può arrogarsi il diritto di mettere bocca. Perché succede, chi lo permette? Mary Anne Mohanraj, autrice di origine srilankese, racconta dei problemi che ha avuto con i genitori quando iniziò a scrivere di erotismo online, della vergogna che ciò ha provocato nella famiglia d’origine. Ma spiega anche come non abbia avuto scelta, come si sentisse costretta e impossibilitata a respirare senza potersi esprimere liberamente, come abbia accettato consapevolmente di ferire quegli altri che avrebbero altrimenti impedito la sua fuga e la sua libertà. Kaveh Akbar, poeta iraniano, parte dalla descrizione del mare nell’Iliade e nell’Odissea come vino scuro e selvaggio per arrivare a rivelare il suo rapporto con l’alcol e come questo abbia letteralmente spezzato il suo corpo. Samantha Irby - comica, autrice e blogger americana - scrive invece di un corpo che ogni mese sanguina troppo e violentemente e di come questo prenda troppo spazio nella vita di una donna arrivando a trasformarne la quotidianità in una scena del crimine.

La prossima tappa sarà Haiti. O L’Indiana, il Michigan, l’Arizona. E sarà autunno.

#Santiago del Chile, Buenos Aires. Inverno.

L’ultima fermata è un inverno senza fine. Terminava in Italia e iniziava in Cile senza mai decollare veramente, un principio di inverno quasi estivo. Il tempo ideale per leggere durante i viaggi in pullman che con lentezza e puntualità uniscono il deserto freddo di Atacama agli arcipelaghi deserti del sud, la Patagonia argentina al Río de la Plata.

Consapevole della propria irrinunciabile storia di prepotenze e censure, in Cile la politica è parte integrante della vita di ogni giorno e il femminismo è diventato a sua volta parte - non abbastanza – del quotidiano. Ma ancora oggi, nonostante le promesse e le dichiarazioni di uguaglianza, quella che era la promessa di una politica moderna e paritaria è rimasta in parte un’illusione. È da questa riflessione critica che Antígona (blog di libera lettura sul web) parte per raccontare l’attuale scena politica cilena da un punto di vista femminista, per interrogarsi sulla presunta neutralità della politica contemporanea, per cercare di capire cosa implica essere femminista in tempi di democrazie neoliberali. Vi scrivono sociologhe che spiegano il diritto all’aborto, studiose e attiviste che affrontano le sfaccettature della maternità, editori che analizzano il valore intellettuale della politica culturale, avvocate che ripercorrono la storia della sinistra attraverso il contributo femminista.

Dall’altra parte della cordigliera, da quasi 10 anni, vive Furias, rivista digitale e bimestrale che si propone di creare uno spazio in cui integrare voci femministe, della comunità LGBTTIQ e dei collettivi artistici. Furias si autodefinisce una rivista di “comunicazione alternativa”, convinta della forza dei mezzi di comunicazione come strumenti per combattere le strutture che limitano i diritti di donne, bambine, lesbiche e trans. Si compone delle categorie “Attualità”, “Arte”, “Dossier speciali” e “Femminismi” ma una delle sezioni preferite è quella delle “Biografie” in cui si trovano storie come quelle dell’eterna Frida, della solitaria Mary Shelley e di Bartolina Sisa, indigena Aymara che combatté per la giustizia e la libertà del proprio popolo e che per questo fu catturata, torturata e assassinata.

È possibile leggere gli articoli di Furias sul sito web mentre tutti i 27 numeri sono consultabili integralmente e liberamente sulla piattaforma Issuu.


Francesca Ceci

Ha pubblicato la graphic novel Badù e il nemico del sole (ed. Tunué). Scrive di libri su Flanerì e Altri animali. Ha pubblicato articoli e racconti a tema letteratura e sociale su Il TascabileNazione IndianaTre raccontiFirmamentoOblique 8x8La Balena BiancaGli Stati Generali.


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Cose belle che abbiamo letto in giro!

Se dopo l’estate vi serve un bel ripassone dei fondamentali, qui c’è una bella antologia femminista (gratuita) selezionata da Jennifer Courson Guerra che fa al caso vostro.

Tantissime segnalazioni editoriali: sono arrivati in libreria Pink Tank. Donne al potere di Serena Marchi (Fandango), Permafrost di Eva Baltasar (Nottetempo), una raccolta di saggi sulla scrittura di Flannery O’Connor (minimum fax) e Fiori dalla cenere di Kate Quinn (Nord).

C’è poi questa bella antologia di autrici afrodiscendenti curata da Igiaba Scego per Effequ e un libro di cui forse ricorderete le origini: Vengo prima io di Roberta Rossi (Fabbri), che si basa su un sondaggio sulla sessualità femminile a cui hanno risposto oltre 16 mila donne (forse anche voi, dato che ve l’avevamo segnalato qualche mese fa).

In Francia è uscito un romanzo inedito di Françoise Sagan.

La storia di Ruth Davidson, leader del ramo scozzese del Partito conservatore britannico, lesbica, da sempre contraria a Brexit, che ha dato le sue dimissioni.

Ci segnalano questa bella iniziativa del Consiglio d’Europa contro il sessismo, e noi condividiamo!

Venticinque grandi donne raccontano cosa significa raggiungere “tardi” il successo.

L’Antartide - a lungo considerata l’ultimo santuario maschile - vista dalle donne.

Questa settimana Phoebe Waller-Bridge ha vinto un Emmy come attrice e uno come sceneggiatrice per la sua serie Fleabag (è la seconda persona nella storia a ricevere questi premi nella stessa serata, dopo Tina Fey): vogliamo ricordarla così.

E poi, oggi si sciopera in tutto il mondo contro il cambiamento climatico, tutto grazie a lei.


A presto!


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Farsi i muscoli

#15/2019

Benvenuto settembre, eccoci qui!

L’autunno sta per iniziare e noi siamo tornate, dopo un’estate che purtroppo è già finita. Ci siamo riposate, ma abbiamo anche lavorato a tante delle cose che vedrete accadere nei prossimi mesi.

Divise tra la Puglia e il Marocco, tra Brescia e Milano, tra Venezia e Mantova abbiamo letto, studiato, scritto e abbiamo deciso di aprire questa nuova stagione della newsletter con un’intervista molto speciale. Al Festivaletteratura di Mantova (che quest’anno è stato pazzesco: abbiamo potuto vedere tantissime grandi autrici della letteratura mondiale - da Margaret Atwood a Dacia Maraini - e farci ispirare dal loro lavoro e dai loro interventi) grazie a Valentina e Rossella di minimum fax abbiamo incontrato un’autrice che abbiamo letto per la prima volta quest’anno e che ci ha colpite come un pugno nello stomaco: Dorothy Allison. Abbiamo letto il suo romanzo La bastarda della Carolina, la cui protagonista Bone ci ha ricordato primi personaggi femminili della letteratura americana che abbiamo amato - da Scout di Il buio oltre la siepe a Idgie di Pomodori Verdi Fritti al Caffè di Whistle Stop -, e ci ha fatte piangere, ci ha fatte soffrire e arrabbiare. Poi abbiamo letto delle donne della sua famiglia e degli uomini che le hanno amate, sfruttate e abusate nel memoir Due o tre cose che so di sicuro e abbiamo deciso che dovevamo assolutamente parlare con lei. Questa è parte della conversazione che ne è nata, ve la lasciamo qui.


La bastarda della Carolina di Dorothy Allison (minimum fax, 2018)


Resistere, in piedi, e cambiare le cose

Intervista a Dorothy Allison

«Sono una scrittrice femminista che racconta la classe operaia. Mi identifico completamente in queste definizioni, anche se per molto tempo hanno messo a disagio i critici letterari, soprattutto gli uomini. A dire la verità, metterli a disagio è quasi uno dei miei obiettivi, quando scrivo».

Inizia così la nostra conversazione con Dorothy Allison nella hall di un hotel appena fuori dal centro di Mantova. Allison è l’autrice di La bastarda della Carolina, un romanzo semi autobiografico uscito in America nel 1992 e finalista al National Book Award che minimum fax ha pubblicato in Italia per la prima volta nel 2018. In effetti, il romanzo è noto soprattutto per essere stato al centro di una controversia legale a pochi anni dalla sua pubblicazione, quando una scuola americana decise di vietarne la lettura agli studenti. Anche Stephen King si schierò in sua difesa e insieme alla moglie Tabitha ne regalò alcune copie alle biblioteche del Maine affinché potesse essere letto. Oggi La bastarda della Carolina appare in tutte le liste dei migliori romanzi di formazione dagli anni 50 a oggi, accanto a classici come Il giovane Holden e Il buio oltre la siepe

La bastarda della Carolina è Ruth Anne Boatwright, per tutti Bone, bambina in una piccola cittadina della Carolina del Sud, figlia illegittima di una giovanissima ragazza madre. Bone cresce in una grande famiglia operaia, circondata da zii e cugini rumorosi, litigiosi e dipendenti dall’alcool e da zie pragmatiche, concrete, resilienti, ma pur sempre votate agli uomini della famiglia. «Le zie trattavano i miei zii come ragazzini cresciuti - adolescenti turbolenti dei cui capricci bisognava più ridere che preoccuparsi - e pure loro avevano la stessa percezione di se stessi. Avevano un aspetto giovanile [... ] mentre le zie apparivano vecchie, consumate, e lente, sembrava fossero nate solo per fare le madri, le balie, le cameriere degli uomini» dice a un certo punto la voce narrante. Bone ha un rapporto viscerale, quasi disperato, con la madre, cui non smette di aggrapparsi anche quando diventa vittima degli abusi e delle violenze del suo nuovo marito. Un racconto che tratteggia dall’interno i White trash e una terra (gli Stati Uniti del Sud) quasi senza speranza con una scrittura secca, dura ma allo stesso tempo pura e cristallina, che ci riporta ai migliori esempi della letteratura sudista.

«Ci sono state delle meravigliose scrittrici donne nella tradizione della letteratura sudista, - Flannery O’Connor ad esempio, o ancora prima Katherine Anne Porter - ma c’è da dire che nella storia noi donne siamo state più spesso personaggi che scrittrici» ci risponde Allison quando le chiediamo qual è stato il ruolo delle donne in questa tradizione letteraria tipicamente americana. «L’ingresso delle donne nel mondo della letteratura ha portato un grande cambiamento. Perché invece di essere i personaggi che venivano visti dall’alto siamo diventate le voci narranti, capaci di esprimere le nostre percezioni, di raccontare il nostro posto nel mondo, le nostre famiglie, i posti in cui siamo cresciute».

Lei l’ha fatto anche in un memoir che si intitola Due o tre cose che so di sicuro (minimum fax, 2019) in cui Dorothy racconta la storia della sua famiglia, che tanto ha ispirato La bastarda della Carolina, e del suo lungo percorso di riscatto che l’ha portata a trasformare in letteratura la sua drammatica infanzia. «Quando avevo 22 anni e frequentavo l’università un giorno capitai a un gruppo di discussione femminista. Io ero lì con i miei jeans, il mio giubbino e una maglietta strappata, quando prese la parola questa donna completamente diversa da me, con i tacchi alti e una collana di perle e disse: “Dovete aiutarmi perché ogni notte io sogno di ammazzare mio padre”. Sentii come una scarica elettrica: anche io ogni notte sognavo di uccidere il mio patrigno» ci racconta Dorothy. «Chi ha subito violenze il più delle volte cerca di autodistruggersi. Scoprire di avere qualcosa in comune con una donna così diversa da me ha cambiato la mia vita. Il femminismo mi ha dato gli strumenti per non diventare una creatura così disperata, mi ha permesso di combattere al fianco di altre donne. Accanto a quella donna con le perle, ad esempio - che io continuo a non capire, perché non capisco le donne della middle class - ma di cui ho capito la rabbia e il dolore». 

Oggi Dorothy ha 70 anni e «muscoli in parti del corpo in cui pensavo non ne avrei mai avuti» scherza, ma per svilupparli c’è voluto molto tempo, correndo a lungo il rischio di non sopravvivere. Un bilico continuo tra il senso di liberazione nel raccontare la propria storia e la vergogna e la disperazione del riviverla. «Quando ho scritto La bastarda della Carolina volevo che in queste pagine apparisse la verità sui problemi di violenza, i problemi di classe, quelli legati alle proprie origini, quella sensazione di essere sopraffatto dalla propria stessa esistenza e comunque la capacità di resistere, in piedi, e cercare di cambiare le cose. Bone è una bambina, e alla fine del libro sta a malapena diventando una ragazza. Lei non è ancora arrivata alla consapevolezza a cui alla fine sono arrivata io, ma sono certa di aver mostrato un personaggio che ce la può fare».

Un personaggio che prima o poi troverà il suo posto nel mondo. Com’è successo a Dorothy, che oggi ha una compagna, un figlio e un lungo periodo come insegnante di scrittura alle spalle, oltre alla sua brillante carriera di scrittrice.  «C’è stato un momento in cui mia madre e mia sorella mi hanno rifiutato, ma col tempo sono tornate. Io non sono cambiata, loro lo sono. Eravamo troppo legate per separarci davvero. Ma io sono stata abbastanza forte da crearmi una mia famiglia mentre aspettavo che loro realizzassero che non me n’ero mai andata, che le amavo ancora e che loro amavano me» ci spiega. 

Prima di salutarci le chiediamo qual è secondo lei il posto delle donne nel mondo del futuro: «Una cosa che sta diventando molto comune per le donne e per le persone in generale è la tendenza ad astrarsi sempre di più da qualsiasi ruolo di genere. La liquidità delle nuove generazioni è affascinante: crea delle dissonanze e a me le dissonanze piacciono molto» conclude. «Ho una figlioccia di due anni, ogni tanto la guardo e penso “Chissà chi sarà quando sarà grande, chi sceglierà di essere?”. Spero che avrà molte possibilità».


Dorothy Allison è considerata l’erede di una grande tradizione letteraria «sudista» che annovera, tra i suoi più grandi esponenti, William Faulkner, Flannery O’Connor, Tennessee Williams e Carson McCullers. Autrice di racconti, memoir e saggi, tra i suoi titoli più significativi annoveriamo Trash e Due o tre cose che so di sicuro. La bastarda della Carolina, il suo primo romanzo, è stato finalista al National Book Award e portato sugli schermi americani da Anjelica Huston.


Cose belle che abbiamo letto in giro!

Settembre parte con molti consigli di lettura!

La notizia che tutti aspettavamo: I testamenti, il nuovo libro di Margaret Atwood è arrivato.

C’è poi l’attesa che si consumerà intorno al nuovo titolo di Elena Ferrante. E la nostra lettura di questi giorni: Rosamund di Rebecca West, appena uscito per Fazi Editore.

Se invece siete alla ricerca di un saggio, non potete farvi sfuggire Trick Mirror di Jia Tolentino: si parla di internet, social media, femminismo, religione, letteratura e molto altro. Il tutto attraverso lo specchio deformante della nostra realtà attuale. E se volete sapere qualcosa di più sull’autrice, giovane staff writer al New Yorker, c’è il ritratto che le aveva dedicato Rivista Studio un po’ di tempo fa.

Di relazioni, costrutti sociali e aspettative verso il matrimonio parla poi il saggio di Irene Soave appena uscito per Bompiani: Galateo per ragazze da marito.

La storia di Shulamith Firestone, la pensatrice che rivoluzionò il femminismo.

E quella di Hajar Raissouni, giornalista marocchina arrestata ad agosto con l’accusa di aver abortito e di aver fatto sesso al di fuori del matrimonio, che ora rischia fino a due anni di carcere.

In Italia quasi il 6% delle donne soffre di vulvodinia, ma spesso questa patologia non viene riconosciuta o, altrettanto spesso, minimizzata. Perché succede?

La discriminazione verso le persone sovrappeso, passa anche per un diverso trattamento economico.

Un’interessante riflessione su come la rabbia dei personaggi femminili sia rappresentata nelle serie tv.

Nella lista dei 100 imprenditori più innovativi («the most creative and successful business minds of today») secondo Forbes c’è solo una donna.


A presto!


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Compiti delle vacanze

#14/2019

L’estate è iniziata ed è arrivato il momento di andare in vacanza anche per noi.

Questi primi mesi del 2019 sono stati mesi di fuoco qui a Senza rossetto. Forse non ve ne siete accorti, ma dietro le quinte abbiamo lavorato sodo a dei bei progetti che prenderanno forma nei prossimi mesi (e che potremo svelarvi solo in autunno, ma abbiate fiducia). Intanto ne approfittiamo per ringraziarvi del sostegno e dell’interesse che ci dimostrate ogni giorno e ci prendiamo una pausa fino a settembre, per ripartire ancora più cariche.

Vi lasciamo con la temuta lista dei compiti delle vacanze: cose da leggere, vedere, fare, ascoltare in queste settimane che ci terranno lontani. Per compilarla abbiamo chiesto aiuto a due amiche che, come noi, consumano una quantità sconsiderata di prodotti culturali a tema femmine, diritti civili, parità di genere eccetera eccetera: Elena e Florencia di Ordinary Girls.

Finalmente affiggiamo il cartello CHIUSO PER FERIE ma, inutile dirlo, ci mancherete!


Illustrazione di Cinzia Franceschini per Senza rossetto


Da leggere

  • Persone normali di Sally Rooney (Einaudi, 2019)

    Consigliato da Elena

    Persone normali è il secondo libro di Sally Rooney, classe 1990, residente a Dublino, città che torna anche in questa nuova storia che racconta la relazione tra Connell e Marianne. Lui belloccio, intelligente, giocatore di calcio e amatissimo dai suoi compagni del liceo. Lei intellettuale, un carattere respingente, opinioni forti e una bellezza di quelle che vengono percepite tali solo dopo l’adolescenza. E fin qui potrebbero sembrare i protagonisti di The O.C, se non fosse che qui i conflitti non si risolvono con degli sguardi lanciati sopra un pezzo dei Death Cab for Cutie. Anzi, qui proprio i conflitti non si risolvono mai. I due riescono a passare dallo stato di amanti a estranei a seconda del contesto. Ogni volta che entrano in una stanza non sono mai uguali a come erano l’ultima volta che sono entrati insieme. In un’estate dominata dalle relazioni amorose dei bulli e delle pupe di Temptation Island, dove bastano 24 ore per raccontarsi in maniera intima a uno sconosciuto e altre 48 per dirgli frasi come “voglio viverti”, Persone normali riporta l’attenzione su una relazione difficile e quindi per questo vera e reale. Non so dirvi se questa storia parla anche di voi, ma potrebbe.

  • L’America non è casa di Elaine Castillo (Solferino, 2019)

    Consigliato da Florencia

    La storia (in parte autobiografica) di una ragazza rifugiata politica filippina queer negli Stati Uniti, una storia d’amore e politica che racconta sapientemente alcune delle minoranze di un’area del mondo ricca di contraddizioni. Ho avuto la fortuna di intervistare Elaine in radio a proposito del libro, il podcast è qui

  • Resoconto di Rachel Cusk (Einaudi, 2018)

    Consigliato da Giulia P.

    Il libro perfetto per questa stagione: siamo ad Atene, con il caldo che cresce e il tempo che rallenta. Il primo titolo che dà il via alla trilogia (seguono Transiti, sempre Einaudi, e Kudos, ancora inedito in Italia) regala per ogni capitolo il quadro di un personaggio o di una situazione. Raccogliamo i dettagli sulla protagonista alla spicciolata, mentre lei si interessa alla vita degli altri personaggi. Nelle pieghe delle conversazioni ricerchiamo il senso delle relazioni e degli affetti. Una bella intervista all’autrice per lasciarsi convincere. 

  • Desiderio di cose leggere di Antonia Pozzi (Salani, 2018)

    Consigliato da Giulia C.

    Antonia Pozzi è una delle poetesse più importanti della letteratura italiana del Novecento. Morta suicida a 26 anni, ha lasciato un grande numero di componimenti, pubblicati soltanto postumi. Questa è un’antologia del meglio della sua poetica pubblicata a ottant’anni dalla sua morte. Di leggero c’è poco e niente, Pozzi ha una profondità struggente per essere una scrittrice così giovane, ma va letta. Anche se non siete esperti di poesia (tipo me). In più c’è una copertina bella di Olimpia Zagnoli.

Da vedere

  • When they see us (Netflix)

    Consigliato da Elena

    La prima cosa da dire su questa serie che potete trovare su Netflix è che tratta di una storia vera. Ed è successa nel 1989 a New York, quando la polizia ha accusato cinque adolescenti afroamericani di aver picchiato e stuprato una giovane donna nel parco di Central Park. Raymond Santana, Kevin Richardson, Antron McCray, Yusef Salaam e Kharey Wise, che nel corso del caso vennero soprannominati Central Park Five, vennero condannati nel 1990 e rilasciati solo nel 2002 quando il vero responsabile dello stupro si fece avanti. Questa miniserie di 4 puntate non deve essere guardata per la sua conclusione, per l’abbraccio tra i cinque (ormai diventati uomini) e le loro famiglie, ma va vista per quello che succede nel mezzo della narrazione. When They See Us, sceneggiata e diretta da  Ava DuVernay e prodotta da Oprah Winfrey, è un pugno allo stomaco. La guarderete in silenzio e sempre con una sensazione di errore addosso, ed è giusto così. Poi penserete alle cose che contano davvero e alle ingiustizie che ci circondano. Perché è vero che l’Italia non è l’America, però non possiamo essere quelli che la sera piangono davanti al 13 pollici per una serie e poi l’indomani non essere pronti a schierarci contro quello che ci fa schifo.

  • Dix pour cent, in Italia Chiami il mio agente! (disponibile su Netflix)

    Consigliato da Florencia

    Dramedy francese che sta diventando di culto presso gli insider della tv e del cinema. In Dix pour cent si racconta quello che succede in un’agenzia parigina che rappresenta i più celebri attori francesi, e i protagonisti devono destreggiarsi tra le proprie vite personali e i capricci delle star che rappresentano. La particolarità è che gli attori che interpretano i clienti sono effettivamente stelle del cinema e della tv francese che interpretano (la peggior versione di) sé stessi! Serie scritta magistralmente, vi segnalo in particolare il personaggio di Andréa Martel, interpretato da una bravissima Camille Cottin, di una profondità enorme e dalla linea narrativa imprevedibile e sorprendente.

  • One day at a time, in Italia Giorno per giorno (disponibile su Netflix)

    Consigliato da Giulia P.

    Quando Netflix ha annunciato di voler cancellare questa serie (ormai alla terza stagione) sono stati in molti i fan sparsi per il mondo a scrivere in sua difesa. Ora però sembra che questo piccolo gioiello comedy sia salvo e che ci sarà una quarta stagione su Pop TV. Per chi ancora non lo conoscesse si parla di una famiglia di origine cubana in America: la madre single è una veterana di guerra con due figli adolescenti, una madre (interpretata da una pazzesca Rita Moreno) e un vicino di casa, ricco canadese. Tra molte risate (e qualche lacrima) si affrontano temi impegnativi come il razzismo, il sessismo, l’omofobia, la depressione e le dipendenze. 

  • When Harry met Sally, in Italia Harry ti presento Sally

    Consigliato da Giulia C.

    Più che altro da rivedere. Harry ti presento Sally usciva negli Stati Uniti proprio oggi trent’anni fa, il 12 luglio del 1989, dopo una gestazione molto lunga. Destinato a diventare una delle commedie romantiche più famose di tutti i tempi, resta uno dei film più riusciti di una delle migliori sceneggiatrici di Hollywood: Nora Ephron. Anche i film invecchiano e trent’anni sono tanti, ma nonostante tutto Harry ti presento Sally resta un film che parla di relazioni in modo onesto, mettendo sul piatto temi come il sesso, il desiderio, l’orgasmo femminile, il modo diverso in cui uomini e donne sono abituati a guardare il mondo. Ed è sempre delizioso.

Da ascoltare

  • Rosalía

    Consigliata da Elena

    Se c’è qualcuno che ha aperto i porti in questi ultimi anni è stato proprio il pop. Questo genere musicale, mai uguale a se stesso, ha fatto il giro di tutto il mondo, ha visitato le nostre case, ha rubato qualcosa della nostra tradizione, lo ha mixato a un elemento esterno e lo ha servito con un ombrellino. Ed a cui che scopriamo Rosalía, la popstar del momento. Nata e cresciuta a pochi chilometri da Barcellona, Rosalía ha preso il flamenco andaluso e l’ha portato in vacanza nel contemporaneo, mischiandolo con beat caraibici, con batterie elettroniche, hip hop e sonorità sognanti. Lunghi capelli neri, tratti mediterranei e una voce che sa essere piuma o ferro. Quest’ultimo non è un detto spagnolo, ma si adatta bene.

  • Brol di Angèle

    Consigliato da Florencia

    A 21 anni, col singolo d’esordio La Loi de Murphy, Angèle Van Laeken è diventata uno dei fenomeni del pop francofono. Mi piacciono moltissimo le sue sonorità, a metà tra la chanson tradizionale francese e il pop internazionale, e il livello di maturità dei testi che ha raggiunto - ha destato scalpore con il singolo Balance ton Quoi sulla mascolinità tossica, corredato da video in cui istituisce la Anti-Sexism Academy per educare i ragazzi al consenso. Se vi piacciono le cantautrici pop bubblegum ma impegnate come Lily Allen, Angèle è ciò che fa per voi.

  • When we all fall asleep, where do we go? di Billie Eilish

    Consigliato da Giulia P.

    In un bellissimo video di Vanity Fair America del 2018, l’allora 15enne Billie Eilish risponde a una serie di domande sulla sua carriera. Tra queste le si chiede quanti follower avesse su Instagram in quel momento: «257mila», risponde. Nello stesso video, però, si vede la stessa risposta esattamente un anno dopo, quando ormai il suo successo è esploso e il numero dei follower ha raggiunto 6,3 milioni (oggi è arrivata a 30 milioni). Voce sussurrata, cassa dritta, ritmo dance o beat frammentati: Billie Eilish è tutto questo e molto altro. È un fenomeno che sta cambiando i connotati della pop music in un modo assolutamente originale.

  • When I get home di Solange  

    Consigliato da Giulia C.

    Dopo il successo di A seat at the table, Solange Knowles torna con il suo quarto album in studio. Una lettera d’amore alla sua città, Houston, come l’ha definito lei stessa durante il lancio del disco lo scorso marzo. Un ritorno a casa, appunto. Testi ermetici che parlano dell’essere una donna nera nell’America contemporanea, collaborazioni stellari (da Pharrell a Tyler, The Creator), videoclip curati nei minimi particolari: è un disco un po’ criptico, non sempre facile, ma molto bello. Io lo dico, non me ne vogliate, ma per me Solange > Beyonce.

Un consiglio spassionato

  • Conoscere Jameela Jamil

    Consigliato da Elena

    Se fossimo su un magazine generalista diremmo che Jameela Jamil è la fidanzata del più famoso James Blake. Grazie al cielo siamo su Senza Rossetto. Nata a Londra da genitori di origini pakistane, Jameela si è fatta notare in patria come conduttrice della BBC Radio 1 per poi prendere il volo come attrice, oggi possiamo vederla nella serie comedy The Good Place. C’è di più: è un’attivista del body positive e fondatrice di I Weigh, una piattaforma (la trovate anche su Instagram) dedicata alla celebrazione di tutte le donne e alla rottura di tutti gli stereotipi lanciati dai media. Avete googlato il suo nome? Ottimo. Perché una bellona del genere vuole essere anche una impegnata? Da adolescente ha sofferto di anoressia nervosa, poi per colpa di una cura di farmaci è ingrassata e ha subito fat shaming dai media. Sa di essere una privilegiata, lo sa che se oggi qualcuno l’ascolta è anche perché è una bellissima donna di successo. Ed è questo che mi piace di lei: non ci guarda dall’alto al basso, anzi. Ci invita a crescere e alzare la testa tutte insieme. 

  • Vedere Janelle Monae e Billie Eilish in concerto

    Consigliato da Florencia

    Due concerti imperdibili: 18 Luglio, Janelle Monae in concerto al Lucca Summer Festival e 31 agosto, Billie Eilish al Milano Rocks. Dopo aver rosicato come una pazza ascoltando i racconti di chi l’ha vista sul palco del Primavera Sound, e dopo essermi drogata di video su YouTube della sua performance al Glastonbury, ho deciso che non voglio e non posso perdermi l’unica data italiana di Janelle Monae, in scena al Lucca Summer Festival la sera del 18 luglio. Una cantante fantastica, un’attrice bravissima ma soprattutto una performer incredibile che porta con sé sul palco il suo essere donna, nera e femminista: non vedo l’ora! Così come non vedo l’ora di vedere Billie Eilish, ovvero colei che in pochi mesi è diventata la mia ossessione, esibirsi a Milano sul palco del Milano Rocks: un disco d’esordio onirico, cupo e contemporaneamente brillante, del quale Giulia P. ha scritto qui sopra, che sono curiosissima di ascoltare dal vivo e soprattutto sono impaziente di scoprire come saranno in grado di rendere le stesse atmosfere anche nel live.

  • Andare a Berlino

    Consigliato da Giulia P.

    Arrivo in ritardo su tutta la linea, ma andare a Berlino era uno dei miei buoni propositi per il 2019. Potete andare a Thai Park o farvi una biciclettata lungo lo Sprea, ma anche godervi tutte le mete femministe che questa incredibile città vi può offrire. Ne avevamo parlato in una newsletter dell’anno scorso che forse vale la pena rileggere.

  • Visitare la Biennale d’Arte di Venezia

    Consigliato da Giulia C.

    May you live in interesting times è il titolo scelto dal curatore Ralph Rugoff per la 58esima Biennale d’Arte di Venezia. A quanto pare, sono le donne a rendere questi tempi interessanti: quella in corso, infatti, è la prima Biennale in cui le donne chiamate a esporre superano gli uomini. Anche l’ambito Leone d’Oro se l’è aggiudicato il padiglione della Lituania con un progetto firmato da tre donne (Lina Lapelyte, Vaiva Grainyte e Rugile Barzdziukaite). Non l’ho ancora vista, ma sembra che questa Biennale sia proprio da non perdere!


Elena Mariani ha 30 anni. Da piccola sognava di diventare Donatella Versace, ma dopo la laurea in Fashion and Texture Design ha deciso di scrivere. Vive e lavora a Milano come autrice video e digital specialist.  Sogna di fare lo stesso lavoro di Tina Fey, ma nel corpo di Kim Kardashian. Le va bene anche il contrario. La trovate su Instagram con il nome @elena_mariani.

Florencia Di Stefano - Abichain ha 30 anni. Argentina di nascita, veronese di adozione ma con radici in una manciata di paesi nel mondo, dopo una carriera come manager nelle multinazionali decide di diventare povera ma felice; vive ora a
Milano e lavora come content creator, autrice, conduttrice e speaker, assecondando anche le sue velleità di cantante, performer e attrice. Potete ascoltarla tutti i giorni su Radio Popolare e vederla quest'estate in tivù su VH1. Sfoga la sua egopatia principalmente su Instagram con il nome di @florenciafacose.

Elena e Florencia conducono Ordinary Girls un progetto radiofonico femminile e femminista che ha come scopo quello di raccontare la realtà vista dagli occhi di due ragazze normali. Hanno appena terminato la seconda stagione del programma in onda su Radio Popolare (tutte le puntate sono disponibili su iTunes). Da gennaio 2019 Ordinary Girls è anche un podcast di 10 puntate in esclusiva per Storytel.


Con questo vi salutiamo e vi diamo appuntamento a settembre,

buona estate!


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Prendere spazio nel mondo

#13/2019

Ho avuto un inverno faticoso, io Giulia C. Ho avuto un bel po’ di stress emotivi, ho lavorato tanto, ho fatto pochissimo movimento, ho deciso di smettere di usare contraccettivi ormonali dopo molti anni che ne facevo uso, ho sopperito con qualche gin tonic di troppo e molto cibo d’asporto. Risultato: sono ingrassata quattro chili in quattro mesi.

Lo sospettavo (dato che non mi si chiudevano più i jeans), ma a casa non ho una bilancia e ho fatto finta di nulla fino a quando, il giorno di Pasqua a casa dei miei genitori, non ho deciso di pesarmi. Picchi mai toccati: panico, tragedia, sconforto, disperazione. Ho fatto il cambio stagione con il desiderio di buttare tutto e ricomprare tutto da zero, ma come mi sarei sentita nel dover acquistare abiti di una taglia in più? Molto peggio che accettare che quell’abitino comprato nel 2009 (dieci anni fa, dieci) non mi entra più dai fianchi.

Allora ho pensato di mettermi a dieta, di svegliarmi presto la mattina e andare a correre, di farmi tutti i giorni i sei piani di scale che mi separano dal mio appartamento a piedi, di usare la macchina solo ed esclusivamente per andare a lavoro (che altrimenti non ci arrivo davvero, lavoro lontano, lo giuro) per tutto il resto bicicletta.

Poi qualche tempo fa ho conosciuto Belle di faccia e sentendole parlare ho capito che era tutto sbagliato, e non perché “in fondo sono bella anche così” o “cosa saranno mai quattro chili in più”. Ma proprio perché anche se mi ripeto queste cose, io continuo a vedermi con dei chili di troppo che quest’estate non ho voglia di sfoggiare perché temo il giudizio degli altri.

Non è vero che per avere un corpo da spiaggia basta mettersi un bikini e andarci, in spiaggia. Magari. In molti casi, per reagire al senso di inadeguatezza che ci impone la prova costume un po’ di autostima e di self confidence non sono abbastanza. Oggi ve lo raccontano proprio Mara e Chiara.


Illustrazione di Chiaralascura per Senza rossetto


Un body shaming quattro stagioni

di Belle di faccia

C’è qualcosa di oscuro che incombe, lo senti nei primi salubri raggi di sole, nell’aria carica del profumo dei gelsomini in fiore, nelle ascelle e nel sottotetta sudato: arriva l’estate.

Se estate è per tutti – o quasi – sinonimo di mare, c’è una certezza ancora più solida e granitica che annuncia la bella stagione ed è la pubblicazione di articoli sulla prova costume, sulle miracolose diete a base di radici dal Sud Est Asiatico, creme che con un gioco di prestigio fanno sparire i FASTIDIOSI INESTETISMI della cellulite.

Per anni abbiamo vissuto tutto questo come fisiologico e normale, poi c’è stato un momento della nostra esistenza in cui abbiamo scoperto termini come diet culture, grassofobia e body shaming.

Andiamo al succo della questione: la diet culture è tutta intorno a noi, come Matrix. Letteralmente significa “cultura della dieta” e praticamente è quell’insieme di messaggi e slogan che ti dicono che il tuo valore dipende dal raggiungimento di una determinata forma fisica e che stabiliscono una gerarchia in cui i corpi grassi non solo non raggiungono il traguardo ma non si classificano proprio.

Le diete sono così radicate nella mentalità comune da dare l'impressione di esistere da secoli e secoli, in realtà l'industria delle diete ha iniziato a svilupparsi solo negli anni Vnti del Novecento e shakerata con un un bel po' di razzismo, misoginia e sessismo si è man mano evoluta nel Pokémon malefico che conosciamo ora e che tormenta l’esistenza di ogni essere umano con una preferenza per il genere femminile.

Oltre all’essere angeli del focolare, compagne modeste e discrete, madri premurose, la neonata cultura delle diete e della bellezza ha iniziato a chiedere alle donne di essere belle e per belle s’intendeva soprattutto MAGRE. Esili, delicate, eteree: il nuovo standard di bellezza non era altro che una nuova forma di controllo delle donne eseguita in maniera molto più subdola. Non ci è voluto molto poi perché questi concetti venissero interiorizzati e le donne iniziassero a desiderare corpi inarrivabili e divenissero disposte a tutto per raggiungerli. Gli standard di bellezza sono stati tramandati di generazione in generazione, fino ad arrivare a descrivere l'attuale modello stereotipato di femminilità, modello che ci regala privilegi se riusciamo ad avvicinarci il più possibile ad esso e ci carica di discriminazioni e giudizi man mano che ce ne allontaniamo..

Negli ultimi anni questi standard di bellezza restrittivi sono stati messi in forte discussione e il body shaming è diventato sempre meno accettabile per l'opinione pubblica, quindi la diet culture, quell’infame, si è fatta scaltra ed è andata in incognito.

Ora si fa chiamare “detox”, “purificazione”, “prenditi cura di te stessa” ma il sunto è sempre lo stesso: DIMAGRISCI! Dimagrisci a qualunque costo, investi un patrimonio in creme, pastiglie, unguenti, libri sulle diete, programmi dimagranti, palestre, guru delle diete, frullati, tisane, pasti sostitutivi, ma perdi quei maledetti di chili in più che non sta bene prendere tutto questo spazio nel mondo, che cos'è questa invadenza, smettila di allargarti!

Come mai la body positivity, ormai concetto mainstream e hashtag da 9 milioni di post, non ci ha ancora salvate da tutto questo? Perché un movimento che discende direttamente da fat acceptance e che  dovrebbe quindi essere femminista, radicale e intersezionale e combattere per la dignità di tutti corpi non conformi ha fallito?

Ha fallito perché, complici i brand che se ne sono appropriati, ha solo allargato la gabbia dello standard di bellezza aggiungendo un paio di taglie e sbandierando una finta inclusività.

Ha fallito perché il femminismo bianco e borghese ha ritagliato gli slogan di cui aveva bisogno dal movimento prendendo tutto lo spazio e lasciando fuori i corpi più grassi, i corpi disabili, i corpi neri e di colore.

Ha fallito perché le influencer che pensano che l'empowerment sia una maglietta fast fashion con scritto girl power hanno capito il potenziale di un hashtag che parla di corpi e poteva attirare un numeroso pubblico, soprattutto femminile, stanco di non piacersi e delle continue ossessioni e preoccupazioni per il corpo.

In tutti e tre i casi sono passati sotto gamba la componente radicale, i discorsi sulla discriminazione e la grassofobia e sulle disparità sociali che creano, lo smantellamento della diet culture, ed è rimasto solo un blando ed edulcorato invito ad amarsi, ad accettarsi, al self love, alla body confidence, spostando tutta la responsabilità sul singolo e creando un nuovo impossibile ideale da raggiungere: se vivo male con il mio corpo, se non mi piaccio, se mi discriminano, se mi prendono in giro, se mi trattano da subumano, allora è colpa mia perché non mi amo abbastanza.

In più la body positivity mainstream, prima di solide basi radicali, è popolata da personaggi che ne beneficiano ma tracciano il confine tra chi può beneficiarne e chi non può, mettendo continuamente le mani avanti e dicendo "ok piacersi, ma la salute?" e "nessuno può discriminarmi perché ho qualche chilo in più e le smagliature, ma non esageriamo gli obesi no", perdendo completamente il punto della questione.

Forse il self love risolve qualcosa se sei una persona magra, normopeso o leggermente curvy che decide di smettere di ascoltare il grillo parlante dei media, ma non risolve i problemi delle persone grasse, che ora non sono solo rigettate dalla società ma anche da un movimento che è stato creato da loro e per loro e alle quali, nel migliore dei casi, viene detto di amarsi di più e fregarsene.

Secondo voi, al datore di lavoro che non ti assume perché in sovrappeso, gli si farà cambiare idea affermando con sicurezza “MA IO MI PIACCIO COSÌ!”, i cafoni che dalla macchina col finestrino abbassato che urlano “E MANGIATELA UNA COSA!” alla risposta “ MANGIO QUELLO CHE MI PARE E MI SENTO BELLA” vi manderanno delle scuse formali a casa? I troll smetteranno di trollare, le cinture di sicurezza di essere troppo strette, l'abbigliamento diventerà più inclusivo e meno costoso, i media smetteranno di trattarci come esempi negativi solo perché noi ci sentiamo flawless?

Si, è vero, come dice lo slogan, che per avere un corpo da spiaggia e superare la prova costume basta prendere un costume della tua taglia, indossarlo e andare in spiaggia, ma quando il body shaming stagionale sarà finito e quando gli altri potranno coprire rotolini, smagliature e pancetta con i vestiti, noi saremo sempre qui, visibilmente grasse, a subire un body shaming quattro stagioni che se ne andrà solo cambiando radicalmente quello che tutti noi pensiamo dei corpi. 


Belle di faccia è un progetto nato su Instagram da pochissimo, a dicembre 2018. Siamo due amiche femministe - Mara Mibelli, 32 anni e Chiara Meloni, 38 - che hanno sempre vissuto in un corpo fuori dagli standard. L’idea è nata dalla constatazione del fatto che mentre all’estero i fat studies, la fat liberation e la body positivity stavano producendo un dibattito e un movimento radicali e incentrati sulla lotta alla discriminazione e alla marginalizzazione dei corpi non conformi, in Italia la body positivity era stata svilita a moda e hashtag, ridotta a self-love e indirizzata solo a donne “normopeso” o curvy con qualche “difetto” da accettare. Per anni abbiamo visto saltare sul treno #bodypositive influencer e personaggi vari che continuavano però a promuovere diete, escludere le persone grasse e utilizzare un linguaggio grassofobico. Per questo motivo abbiamo deciso di fare noi quello che ancora in Italia non c’era e creare nel nostro piccolo un po’ di consapevolezza su questi argomenti.


Imprenditrici cercasi

Questa settimana ci teniamo a segnalarvi un’iniziativa importante: il Cartier Women’s Initiative Award 2020, una competizione internazionale che mira a individuare, sostenere e promuovere progetti di business guidati da donne. L’obiettivo è trovare un’idea innovativa da sviluppare: tenendo conto di creatività, sostenibilità finanziaria e impatto sociale delle start-up.

Le vincitrici saranno sette (una per area geografica) e riceveranno un premio in denaro di 100mila dollari, oltre che tutto il sostegno, in termini di affiancamento, networking e comunicazione, per riuscire a realizzare la propria idea. Per le seconde classificate un premio da 30mila dollari, mentre tutti i 21 finalisti riceveranno una borsa di studio per partecipare al programma di formazione per dirigenti dell’imprenditoria sociale dell’InseAD. Insomma, se avete un’idea nel cassetto, avete tempo fino al 14 agosto per candidarvi.


Cose belle che abbiamo letto in giro!

È proprio il tema di questa newsletter: come si esce dal circolo vizioso della bellezza standardizzata a tutti i costi?

Da dove arriva (e che conseguenze ha) il termine «padre di famiglia» in politica? Nel frattempo c’è chi si sta chiedendo cosa significhi essere un uomo oggi, tra lo stereotipo del duro, la mascolinità tossica e molto altro.

Il pregiudizio che accompagna chi ha un colore di pelle diverso dal nostro. E cosa significa essere una donna negli Emirati Arabi.

Portiere o portiera?

Tutte le donne che stanno dominando la serialità televisiva in questo momento. Mentre aumentano le autrici e le addette ai lavori nel comparto cinematografico.

Anche in Germania stanno lottando contro la tampon tax (la tassa per cui gli assorbenti sono considerati beni di lusso) e lo fanno con un libro molto particolare. E sempre in tema di mestruazioni e tabù.

In Svezia il congedo di paternità sta davvero cambiando le cose.

L’amicizia tra Mary McCarthy e Hannah Arendt in un film.


A presto!


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