Afghanistan, due mesi dopo

#17/2021

Non so dove foste voi il 15 agosto scorso. Io (Giulia C.) ero a casa nel letto, distrutta dal caldo e da una notte di festa. Guardavo finalmente Inside di Bo Burnham e mi sentivo un po’ scema a rispecchiarmici tanto, in quei problemi da primo mondo, mentre in Afghanistan scoppiava una crisi politica e umanitaria senza precedenti. Proprio in quelle ore Kabul stava cadendo in mano ai Talebani; io scrollavo i social in cerca di notizie con in sottofondo «Whiiiiiite woman / A white woman's Instagraaaam».

Se ne è parlato, per un po’ di giorni, di come la situazione si sarebbe fatta sempre più difficile nel Paese, soprattutto per le donne e in particolar modo per le bambine e per le ragazze; per quelle generazioni che non avevano mai conosciuto un mondo sotto il regime talebano. Tutti (spero!) abbiamo fatto una donazione a Pangea, seguito le iniziative di RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) o risposto agli appelli del CISDA (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane).

Tutti (spero!) abbiamo fatto quello che potevamo fare nel nostro piccolo, tutti ci siamo indignati, tutti ci siamo preoccupati e tutti ci siamo sentiti impotenti.

Oggi sono passati due mesi da quel 15 agosto e le notizie che ci arrivano dall’Afghanistan sono sempre meno. Due mesi dopo, siamo ancora meno consapevoli di cosa sia possibile fare nel concreto per aiutare le donne e la popolazione che è rimasta in Afghanistan. Noi, per cominciare, abbiamo deciso di fare l’unica cosa che cosa che sappiamo fare: continuare a parlarne.

Ecco perché, nella newsletter di oggi, abbiamo chiesto alla giornalista Alessia Arcolaci, che nei giorni immediatamente successivi alla presa di Kabul è stata nel centro di accoglienza allestito dalla Croce Rossa Italiana ad Avezzano, di raccontarci cosa ha visto.


Illustrazione di Milly Miljkovic per Senza rossetto


Non smettiamo di parlarne

di Alessia Arcolaci

Il cellulare segnala l’arrivo di un messaggio. Apro whatsapp e un numero che non ho ancora memorizzato mi invia una faccina triste. Una di quelle con gli occhi gonfi di lacrime. Sto per rispondere quando vedo che dall’altra parte qualcuno sta scrivendo. Mi fermo. «Hi Dear Miss», compare sullo schermo e capisco subito che a scrivermi è Ilham. L’ho incontrata la prima volta, pochi giorni prima, nel campo di accoglienza allestito dalla Croce Rossa Italiana ad Avezzano subito dopo lo scoppio dell’emergenza afghana. Era fine agosto. I primi aerei partivano da Kabul carichi di uomini, donne, bambini, terrorizzati, vestiti solo dei loro sguardi persi nel vuoto. Un capitale umano immenso. «I am so sad, miss my family», continua Ilham mentre io inizio a chiedermi che cosa posso fare per lei, come posso esserle davvero utile.

Ilham ha poco più di 20 anni ed è arrivata qui da sola con suo fratello maggiore, Karim, 29 anni. «I nostri genitori sono anziani e non sono riusciti a partire. I giorni all’aeroporto sono stati infernali, siamo rimasti due notti in piedi, svegli, senza niente da mangiare e tantissima paura». La stessa che Ilham si è tolta di dosso solo quando ha messo i piedi sulla pista di atterraggio di Fiumicino. «Una donna con la maglia della Croce Rossa Italiana mi è venuta incontro e mi ha detto che potevo stare tranquilla, che ero al sicuro. Finalmente». Da quel messaggio sono trascorsi quasi due mesi, io e Ilham abbiamo continuato a scriverci di giorno in giorno. Spesso solo per un saluto, lei mi manda un cuore o un tulipano e io le chiedo come sta. In questo tempo di vita sospesa Ilham e suo fratello sono stati ricollocati in un piccolo paesino del Nord Italia. Quando le chiedo come si chiami non riesce a scriverlo allora mi manda la posizione e mi chiede se andrò a trovarla. «Certo Ilham», le rispondo mentre attendo una risposta dalle istituzione affinché sia possibile aiutare davvero Ilham a riunire la sua famiglia. «Mi mancano», ripete Ilham. «Sono in pena per loro, quando li rivedrò? Potremo rivederci? Adesso vivono lontani da Kabul e anche sentirli al telefono sta diventando difficile». Prima dell’arrivo dei talebani, Ilham studiava matematica e voleva diventare professoressa. Suo padre lavorava al mercato insieme a Karim. «Non avevo mai visto un talebano davanti a me fino al giorno in cui sono arrivati a bussare a casa nostra. Hanno detto che sarei dovuta andare con loro, che sarebbero tornati a prendermi». Un’ora dopo Ilham e suo fratello erano in strada diretti all’aeroporto di Kabul.

In Italia le persone afghane arrivate da fine agosto sono state quasi cinquemila. Moltissime famiglie, poche persone sole. Ilham ha portato con lei i suoi documenti scolastici, il diploma, gli attestati di inglese. «So che qui forse non avranno valore ma per me sono importanti. Sono il mio punto di partenza. Non voglio dimenticare il mio sogno di insegnare e qui forse avrò anche una possibilità in più per riuscire a realizzarlo», racconta Ilham e quando parla del suo futuro seduta davanti alla tenda che la ospita temporaneamente ad Avezzano sembra illuminarsi. Anche se l’istante subito successivo è cupo, è quello che le ricorda che i suoi genitori sono lontani. Karim invece parla poco, sia perché non ha studiato l’inglese sia perché è arrabbiato. L’unica cosa che mi dice è che lui non sarebbe mai voluto partire, che il suo Paese gli piaceva ma l’esistenza con i talebani non è vita.

«Oggi abbiamo il colloquio qui in hotel», mi scrive Ilham di mattina presto. Sono le otto e mentre preparo mio figlio per andare a scuola Ilham mi manda un messaggio vocale. «Sono contenta, potremo parlare dei nostri genitori e forse potremo fare qualcosa per aiutarli. Forse ci trasferiamo a Roma perché alcuni miei cugini sono lì», poi una fila di cuori rossi e un sole che splende. Mio figlio Leon, 5 anni, sente la voce di Ilham dal telefono e mi chiede chi sia. Vorrei mostrargli una foto ma mi rendo conto che non ne ho una scattata insieme a lei e sul profilo whatsapp non c’è niente. Guardo la cronologia delle immagini che ho sul telefono e quando arrivo alla giornata trascorsa ad Avezzano non trovo Ilham. Ho solo uno scatto dove lei e suo fratello sono di schiena, accanto alla porta della mensa. Quel giorno abbiamo parlato poco perché lei aveva un colloquio con la psicologa nel pomeriggio ed era nervosa. «Mi tremano sempre le mani quando inizio a raccontare», mi aveva detto quasi chiedendomi cosa potesse fare per evitarlo. Io le avevo fatto una carezza sulla spalla, con la mano un po’ incerta, in questo tempo di pandemia che sembra volerci togliere ogni gesto che sa di empatia. Di vicinanza. «Si chiama Ilham, la conoscerai presto, è molto coraggiosa», rispondo a Leon sapendo di non aver scelto la risposta migliore ma quella che mi è concessa mentre saliamo in bici e corriamo verso scuola.

Ilham come la maggior parte delle persone arrivate in Italia a fine agosto ha richiesto la protezione internazionale. Nell’attesa che la burocrazia faccia il suo corso, ha iniziato a studiare l’italiano grazie alle volontarie che incontra ogni giorno e che assistono lei e Karim nelle esigenze quotidiane. «Vorrei che i miei genitori potessero gioire insieme a me e Karim dei traguardi che raggiungeremo. La laurea, il primo lavoro. Se qualcuno mi avesse detto che oggi sarei stata qui a parlare con te avrei detto che era matto. Invece, è successo davvero. E io adesso vorrei solo svegliarmi e scoprire che non è così». È la stessa frase che ha gridato Nadia in piazza del Popolo a Roma. Sulla mano destra aveva scritto con un pennarello nero la P di Pangea. La stessa che le ha permesso di salire sull’aereo che l’ha portata via da Kabul, dove lavorava all’interno di uno dei programmi di empowerment femminile attivati dall’organizzazione no profit italiana. Anche lei è sola. «Mi mancano tutti: la mia famiglia, gli amici, l’Afghanistan», mi ha raccontato durante la manifestazione a sostegno delle donne afghane che si è svolta in tante piazze italiane il 25 settembre scorso. «In tanti mi chiedono cosa possono fare per aiutarci, io rispondo sempre: “Non smettete di parlare di noi, non dimenticate l’Afghanistan, il suo popolo, il suo futuro”». In Afghanistan oggi ci sono almeno 600mila sfollati interni, milioni di migranti di cui si sono perse le tracce. 39 milioni di persone rimaste nel Paese e che hanno bisogno di assistenza umanitaria. Non smettiamo di parlarne.


Alessia Arcolaci è giornalista, autrice, podcaster. Scrive, tra gli altri, per Vanity Fair, Rolling Stone, Elle, F e Slow-News. È autrice della serie Ossi di Seppia. Il rumore della memoria, realizzata in esclusiva per Raiplay. 


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Cose belle che abbiamo letto in giro

La lectio inaugurale di Chimamanda Ngozi Adichie al Salone del libro di Torino.

Tutti i dati su come e quanto si legge in Italia.

Essere padri femministi.

Naturalmente senza figli (dagli archivi di Internazionale).

È tornato The Morning Show.

Le donne texane costrette a viaggiare per accedere all’interruzione di gravidanza.

Lo scontro tra due visioni dell’arte nei film di Amalia Ulman e Dasha Nekrasova.

Come si è evoluto il concetto di modello femminile da imitare (dalle It Girl in poi) e perché non riusciamo a farne a meno.

Oltre il 55% della popolazione mondiale attualmente vive nelle città e si prevede che questa percentuale aumenterà fino al 70% entro il 2050. Anche la percentuale di donne che vivono nelle città è in costante aumento: per questo serve ripensare lo spazio urbano anche in ottica femminista.

È arrivato l’ultimo capitolo della serie di Sarah’s Scribbles.

Domani, sabato 16 ottobre alle 15.30, la nostra Giulia P. presenterà con l’autrice Abi Daré La ladra di parole (Nord).

A presto,


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Tette!

#16/2021

Ottobre è il mese internazionale della prevenzione contro il tumore al seno. Secondo la Lega italiana per la lotta contro i tumori, in Italia si stima che ci siano più di 50.000 nuovi casi ogni anno. Significa che in 12 mesi a una donna ogni nove viene diagnosticato il cancro.

Sempre secondo LILT, questi tumori rappresentano il 30% dei tumori maligni che colpiscono il sesso femminile e, se è vero che circa il 5% ha carattere ereditario e la mortalità è in calo grazie alla ricerca, lo strumento migliore di cui disponiamo in questo momento per sconfiggerli è la diagnosi precoce.

Le iniziative che verranno fatte a livello internazionale a partire da oggi e in vista del 19 ottobre, (che è la vera e propria Giornata mondiale contro il cancro al seno, riconosciuta e istituita dall’OMS) sono tantissime. Raccolte fondi per la ricerca, iniziative di sensibilizzazione sul tema, incontri informativi e molto molto altro.

Sul territorio italiano, vi segnaliamo sicuramente l’attività di LILT e Komen Italia, che hanno un fittissimo programma di appuntamenti. Ma ci sono anche progetti più piccoli e altrettanto validi che potete sostenere per aiutare la ricerca o per dare una mano concreta alle donne che hanno ricevuto una diagnosi di cancro alla mammella. Un’idea, per esempio, è quella di donare i capelli per la realizzazione di parrucche destinate alle malate oncologiche. Con una rapida ricerca su Google potete trovare il progetto più vicino a voi per donare.

Oppure in passato vi avevamo già segnalato il progetto Feeling Nova, che sta lavorando per realizzare Wabi-sabi, la prima linea di intimo interamente pensata e realizzata per le donne che hanno subito un intervento di asportazione del seno. Seguiteli!

Nel frattempo, nella newsletter di oggi inauguriamo anche noi l’Ottobre rosa con un’intervista a Ilena Ilardo, editor e direttrice della rivista Megazinne, a cui ha dato vita insieme alla graphic designer Giulia Vigna nel 2020.

Megazinne è una rivista che, come dice il nome, parla di tette. In particolare parla di tette nella cultura pop, attraverso contributi, articoli di approfondimento, vignette, fotografie e illustrazioni. L’obiettivo è quello di riflettere sulla percezione del corpo femminile, oltre i tabù e gli stereotipi, e anche raccogliere fondi a scopo benefico.


Un dettaglio di Megazinne


Megazinne, le tette nella cultura pop

Intervista a Ilena Ilardo

Come nasce Megazinne e come costruite la rivista?

Megazinne nasce durante il primo lockdown dalla passione di Ilena e Giulia per le tette e le questioni di genere. L'idea è quella di parlare di corpo femminile nella cultura pop da un punto di vista non tradizionale, collaborando con artisti e scrittori emergenti. Il corpo femminile è solitamente legato a un'immagine ipersessualizzata dai media, e l'obiettivo è quello di riappropriarsi del proprio corpo - e delle proprie tette.   

Come mai avete scelto di legarvi sempre a un'iniziativa benefica? Continuerete a farlo?

L'obiettivo del mag è stato fin da subito quello di raccogliere fondi per associazioni benefiche. Con il primo numero abbiamo raccolto fondi per LILT (Lega Italiana per la  Lotta ai Tumori), con il secondo per D.I.Re, un'associazione che raccoglie più di 80 centri antiviolenza in tutta Italia, e il terzo raccoglierà fondi per Aidos, che lavora per i diritti, la dignità e la libertà di scelta di donne e ragazze nel mondo.

Le tette sono una parte del corpo femminile che siamo abituati a vedere ovunque e con diversi significati: da un lato c’è la mercificazione del corpo, ma anche la loro esibizione per la rivendicazione dei diritti delle donne o il loro simbolismo nel racconto della maternità, per esempio. Voi come avete trovato un nuovo modo di raccontarle?

Le tette vengono spesso utilizzate come campo di battaglia per trattare di questioni che spesso hanno poco a che fare con il corpo femminile di per sé e più con ideologie politiche, religiose o economiche. Noi abbiamo voluto raccontarle dalla prospettiva del corpo, per ripartire dalle basi - con il primo numero parlandone più letteralmente, trattando temi come porno e restrizioni religiose; con il secondo numero invece abbiamo spaziato nelle questioni di genere lasciando al tema una più libera interpretazione. 

Tette e social network: come affrontate il problema della censura online e soprattutto perché secondo voi ancora oggi c'è così tanto pudore sulle tette?

Lo affrontiamo rischiando che ci venga chiusa la pagina Instagram a ogni post! La motivazione ufficiale della maggior parte dei social è che le linee guida devono essere valide in tutti i Paesi e quindi in alcuni i capezzoli femminili sono reputati offensivi; noi pensiamo invece che ci si stia nascondendo dietro a un dito e che la censura delle tette è l'ennesima dimostrazione di una cultura retrograda che colpevolizza il corpo femminile solo per il fatto di esistere.

Quando esce il prossimo numero? Ci puoi dare qualche anticipazione?

Il terzo numero uscirà a ottobre e sarà diviso in quattro macrosezioni: tette e fantascienza, tette e lavoro, tette e salute e cultura pop. La sezione di tette e lavoro avrà un focus sul divario retributivo di genere e i diritti delle sex worker, con interviste e articoli di alcune 'personagge' molto importanti…

Ci segnali un po’ di artisti/e o fotografi/e che hanno collaborato con voi e che dovremmo seguire?

Certo! 

- @giangioff

- @andrea.brscn

- @_serenasalerno_

- @__wabisabi

- @marrrtinatzu

- @matt.crabe

- @giuliahartz

- @voodoo.salad


Megazinne è un magazine che prova a dare una prospettiva nuova sul corpo delle donne, sempre legato a un’immagine mercificata, sessualizzata e sessualizzante. La rivista parla del seno nella cultura pop e nelle rappresentazioni mediali con l’obiettivo di sradicare ogni forma di pregiudizio e preconcetto nei confronti del corpo delle donne.


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Cose belle che abbiamo letto in giro

Una ricercatrice italiana sta studiando la vera storia delle donne della Divina Commedia

Giulia Blasi su Valigia Blu parla della sessuofobia delle destre e di quanto avremmo bisogno di una vera educazione sessuale nelle scuole.

Il contributo di neuroscienze e studi sociali al dibattito sulle disparità di genere.

Per rispondere alla violenza patriarcale bisogna analizzare l’intersezione tra le varie forme di discriminazione. Perché il femminismo non è bianco, come racconta Djarah Kan. 

Sesso, potere e umiliazione: otto lezioni che le donne hanno imparato dallo scandalo Lewinsky.

Post-punk, anarco-femminista, transfemminista: Apocalypse Baby, romanzo del 2010, di Virginie Despentes arriva in libreria. 

Nadeesha Uyangoda dialoga con Ghali su nuove generazioni, italiani e radici.

Una ricerca sulla disparità di genere nei dibattiti mostra come le donne siano consapevoli di essere meno rappresentate degli uomini. 

La disobbedienza civile come scelta di vita: Carola Rackete su Domani ripercorre le sue ragioni e le sue lotte. 

Siamo modellati dai nostri desideri sessuali? Ciò che vogliamo può essere socialmente più condizionato di quanto pensiamo.

Dal 14 al 18 ottobre torna il Salone del Libro di Torino. Qui il programma di tutti gli eventi (e se siete in giro per la città in quei giorni scriveteci, ci saremo anche noi!).

A presto,


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A Venezia, tra una foto dei Bennifer e l'altra...

#15/2021

Quando una donna vince un premio importante può succedere che qualcuno la accusi di aver vinto a causa del suo genere, più che per il suo merito. È accaduto a Julia Ducournau a Cannes, è successo anche nell’edizione della Mostra del cinema appena conclusa con Audrey Diwan. I detrattori che avanzano queste accuse spesso sostengono che le quote rosa siano utilizzate per far giustizia anche negli ambiti legati al merito e al talento. Che quelle donne e le categorie marginalizzate in generale siano caselle da riempire. 

Ma riflettiamo su un dato semplice da analizzare: in 78 edizioni del festival veneziano, sono soltanto sei le registe ad aver ottenuto il Leone d’oro (prima di Diwan, Margarethe von Trotta, Agnès Varda, Mira Nair, Sofia Coppola e Chloé Zhao). Non vi sembra quantomeno strano? Davvero in quasi ottanta edizioni ci sono state così poche cineaste meritevoli? E se davvero sono state così poche, come mai è successo? C’entrano forse la difficoltà per le professioniste di arrivare a un livello così alto di competizione, per tutti i motivi che già sappiamo intralciare il percorso delle donne (soprattutto quando parliamo di mestieri storicamente considerati “maschili”)?. 

Al di là delle polemiche finali sulla vittoria, quella del 2021 è stata un’edizione della Mostra molto interessante per i film presentati, per i temi affrontati, per i grandi vip che sono arrivati al Lido. La nostra Giulia P. ha trascorso quei giorni proprio lì e, tra un appostamento per rubare una foto dei Bennifer e l’altro, è riuscita anche a entrare in sala. 

Quindi, per darvi il bentornato dopo la pausa estiva, vi lasciamo qualche riflessione su cinque film visti a Venezia, che speriamo arrivino presto in tutti i cinema o sulle piattaforme di streaming. Non sono tutte pellicole firmate da registe, ma al centro ci sono personaggi, grandi attrici o temi che abbiamo ritenuto interessanti. Come ormai sapete, siamo grandi fan della cultura pop in generale, per cui insieme a pellicole più impegnate troverete anche filmoni hollywoodiani e piccole chicche più divertenti. 

Buona lettura e buona visione!


Una scena del film L’événement


L'événement di Audrey Diwan

Un film che nasce dal libro L’evento di Annie Ernaux (edito da L’Orma) in cui la scrittrice francese, che siamo sicure in molti di voi ameranno, racconta la propria esperienza biografica di quando, nel 1963, decise di compiere un’interruzione di gravidanza in un’epoca in cui l’aborto era ancora illegale in Francia. Il cui rischio, per chi lo subiva, praticava e aiutava, era quello di finire in carcere. Nel film di Diwan, vincitore del Leone d’ora a Venezia, la protagonista si ritrova a ripercorrere gli stessi passi di Ernaux: Anne (interpretata da Annamaria Vartolomei) è rimasta incinta, ma non vuole portare a termine la gravidanza perché desidera finire gli studi e non perdere l’occasione di costruire il suo futuro liberamente e soprattutto lontano dal passato proletario della sua famiglia. La protagonista decide quindi di affrontare la legge e la società che condannano la sua scelta portandoci con lei attraverso le sofferenze fisiche e psicologiche: quello che vediamo, oltre alle questioni pratiche, alle descrizioni precise di ciò che l’attende, è anche il microcosmo intorno a lei, fatto di persone che la giudicano e che per questo si allontaneranno. Le amiche, i coetanei, i ginecologi, la famiglia, i professori. Dall’altra parte lei che con forza e coraggio va avanti. 

Sarà distribuito con il titolo 12 settimane a ottobre 2021.

Spencer di Pablo Larraín

Dopo l’amatissimo Jackie, Larraín prosegue nel suo viaggio attraverso le protagoniste femminili. Questa volta è il turno di Diana Spencer (interpretata da Kristen Stewart), una donna che ha non ha bisogno di presentazioni. Se l’ultima stagione di The Crown ce l’ha fatta conoscere come la ragazzina (un po’ viziata) che vuole diventare principessa, nel film presentato in Concorso a Venezia vediamo invece una Lady D adulta e ormai disincantata: è il 1991, sono i giorni di Natale e il suo matrimonio con il principe Carlo è irrimediabilmente in crisi. La famiglia reale, come da tradizione, si trasferisce nel castello di Sandringham per tre giorni di festeggiamenti. Ma l’etichetta da rispettare è quanto di più lontano da una felice rimpatriata: il primo e l’ultimo giorno di permanenza bisogna pesarsi per dimostrare di essere ingrassati e quindi aver trascorso delle belle giornate; le stanze del castello non vengono riscaldate; il dress code è preciso e immodificabile. 

Il film di Larraín è intenso e claustrofobico: i personaggi intorno a Diana rimangono sempre sullo sfondo, l’unica protagonista reale è lei, di cui seguiamo le arrabbiature, i pensieri, i vaneggiamenti. Al centro c’è la sua fragilità e la sua ricerca di una via di uscita da una vita che ha scelto, forse senza sapere bene a cosa sarebbe andata incontro.

Nelle sale statunitensi uscirà il 5 novembre 2021

Les Choses Humaines di Yvan Attal

La dimensione e l’analisi della violenza di genere è stato un tema su cui i film della Mostra del cinema di Venezia hanno indagato in più modi. Il regista Yvan Attal ha deciso di portare in scena quello dell’indagine e del processo attraverso la storia di Alexandre e Mila. Tratto dall’omonimo romanzo di Karine Tuil, il film di Attal diventa anche un vero e proprio affare di famiglia: il regista è infatti il padre di Ben Attal e marito di Charlotte Gainsbourg, rispettivamente il protagonista e sua madre. 

Alexandre ha 22 anni, è figlio di un giornalista televisivo e di una intellettuale conservatrice, studia negli Stati Uniti. È un ragazzo arrogante e narciso, ignorato dal padre e sofferente per la separazione dei suoi genitori. A casa del nuovo compagno della madre, ne conosce la figlia, Mila, di diciassette anni e la porta a una festa. Il giorno dopo la giovane donna denuncerà Alexandre per stupro e da lì comincerà una parte di film dolorosa e complessa: uno processo, come molti di cui sentiamo parlare, quello in cui la vita delle donne viene scandagliata nei minimi dettagli, in cui la loro parola non viene creduta, in cui anche un tweet di anni prima può metterne in cattiva luce la reputazione. Ma mostra anche quanto il concetto di consenso sia difficile da trattare in un’aula di tribunale: se non ho detto esplicitamente di no, se non ho urlato, se non ho cercato di fuggire, se mi sono bloccata per la paura e ho aspettato che tutto passasse, l’uomo che ha abusato di me può aver pensato che fossi consenziente? Non è facile rispondere a queste domande e il film di Attal in qualche modo cerca di approfondire questa zona grigia e non senza momenti dolorosi. Le arringhe finali degli avvocati sono pezzi di letteratura magistrali. E alla fine il vero imputato della storia è la cultura dello stupro, machista e sessista, in cui non esiste educazione sentimentale, in cui la mascolinità tossica prevale, in cui per le donne è ancora pericoloso esprimere i propri desideri. 

Dal 24 novembre al cinema.

Mona Lisa and the Blood Moon di Ana Lily Amirpour

In una notte di luna piena le cose possono prendere una piega decisamente strana. Una giovane donna dai poteri telepatici, Mona Lisa, fugge da un manicomio e scappa per le vie di New Orleans. L’unica cosa che la giovane, interpretata da Jeon Jong-seo, desidera è la libertà e per ottenerla è disposta anche a fare del male a chi la intralcerà. Nel suo cammino notturno la giovane incontra una spogliarellista (Kate Hudson) pronta ad aiutarla ma solo per il suo tornaconto; il figlio di lei (Evan Whitten), un outsider come Mona Lisa, con cui tenteranno una fuga; un poliziotto dalle buone intenzioni (per i fan di The Office è Darryl, Craig Robinson); e un tamarro dal cuore d’oro (Ed Skrein). 

A cinque anni da The Bad Batch, la regista si presenta sul red carpet insieme al suo cagnolino e ci regala un film dalle atmosfere anni ‘80 e una colonna sonora di tutto rispetto. La promessa finale con cui poi si chiude la pellicola è «Ci vediamo nel sequel», come Amirpour fa dire a uno dei suoi personaggi. 

La ragazza ha volato di Wilma Labate

Ha debuttato in Orizzonti Extra e anche questo è un film che ha al centro un abuso: La ragazza ha volato racconta la storia di Nadia, sedici anni, un’adolescente che vive a Trieste senza riuscire a creare dei veri legami con i suoi coetanei. Nella città del vento infatti Nadia, interpretata da Alma Noce, vive la sua solitudine, fino all’incontro traumatico con Brando (Luka Zunic). La storia, scritta dai fratelli D’Innocenzo e dalla stessa regista, potrebbe sembrare inizialmente romantica. Ma ben presto le cose cambiano e per Nadia, Brando diventa l’aguzzino che abusa di lei. Chiusa ancora di più nel silenzio di cui si circonda la giovane dopo la violenza, Nadia si trova ad affrontare le conseguenze di ciò che le è accaduto, al punto da trincerarsi ancora di più nell’aggressività. Ma non sarà presto più sola. Una storia dura, raccontata con intensità ed emotività in cui non troviamo un vero happing ending, la città rimane grigia come lo era sempre stata, ma forse più sopportabile. 


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Cose belle che abbiamo letto in giro

Se non siete riusciti a esserci, vi segnaliamo tre incontri di Festivaletteratura che è possibile recuperare online: la lectio magistralis di Rebecca Solnit e le interviste a Alice Walker e Bernardine Evaristo.

Una lunga intervista a Sally Rooney in occasione dell’uscita in Inghilterra del suo ultimo libro, Beautiful World, Where Are You.

La storia di RAWA, il gruppo afghano più importante per la difesa dei diritti delle donne.

Il ruolo del femminismo bianco nell’invasione dell’Afghanistan.

Uno scoop del Wall Street Journal ha dichiarato che ricercatori interni a Facebook hanno raccolto dati allarmanti sugli effetti di Instagram sulla salute mentale dei suoi giovani utenti, soprattutto delle ragazze.

Si sa ancora molto poco dei possibili effetti collaterali del vaccino da Covid-19 sul ciclo mestruale, ma si stanno iniziando a raccogliere i primi dati. Qui potete partecipare a un questionario da Kate Clancy, professoressa associata della University of Illinois.

Cosa hanno rappresentato le ultime Olimpiadi in termini di inclusività, lotta al razzismo, parità di genere e salute mentale. 

Quest’estate siamo andate alla scoperta di una vecchia rubrica della Paris Review: Feminize your canon, che faceva scoprire autrici poco conosciute e poco lette. Ci sono delle storie molto interessanti, potete recuperarle qui.

Cos’è la “Red Zone”, ovvero il periodo più drammatico dell’anno per le violenze sessuali nei campus americani.

Perché la coda nei bagni delle donne è (anche) una questione di sessismo.

Il vero vestito politico del Met Gala, secondo The Atlantic.

Un libro uscito da poco (perfetto anche per la nostra challenge #nonununicastoria): Ladra di parole di Abi Daré, edito da Nord.

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Prendete nota

#14/21

Anche noi abbiamo le nostre tradizioni: una di queste è che l’ultima newsletter prima delle vacanze estive sia dedicata ai consigli di lettura, visione e quant’altro.

Lo scorso 2 giugno, come saprete, abbiamo festeggiato i 5 anni di Senza rossetto e, a partire da questo spunto, abbiamo deciso per questa newsletter di coinvolgere 5 amici che nel tempo hanno collaborato con noi: sono nomi che, se ci seguite da un po’ di tempo, sicuramente avrete già sentito.

Insieme a loro speriamo di lasciarvi qualche spunto per la vostra estate (ce n’è per tutti i gusti!), in attesa di rivederci a settembre. Noi approfitteremo di questa pausa per lavorare su alcuni progetti di cui vi parleremo presto e, se ci riusciamo, cercheremo anche di riposarci.

Grazie, come sempre, per l’entusiasmo e l’affetto con cui ci accompagnate.

Buona estate!


Illustrazione di Giulia Lineette per Senza rossetto


5 (+2) consigli per l’estate!

1. Alessandro Bianchi consiglia la serie tv It’s a sin

Cosa succede quando una pandemia colpisce l’intera popolazione mondiale lo abbiamo vissuto anche troppo bene. Una tragedia da milioni di morti, per la quale si sono attivate così tante organizzazioni da riuscire a trovare un vaccino in un anno soltanto. Ma se un virus si diffonde principalmente tra i membri di una comunità marginalizzata, ci sarà lo stesso interesse a sconfiggerlo, o il resto del mondo starà a guardare? La risposta la troviamo in It’s a Sin, miniserie in cinque episodi che dallo scorso primo giugno è disponibile anche in Italia sulla piattaforma di streaming Starz Play. A scriverla è stato un maestro della televisione: Russell T Davies, già autore di capolavori come Queer as Folk, Cucumber e Years & Years, e noto soprattutto per aver rilanciato con grande successo Doctor Who nel 2005. It’s a Sin parla dell’arrivo in Inghilterra del virus dell’HIV, in un periodo, gli anni Ottanta, in cui le informazioni, specialmente in Europa, erano ancora troppo poche, e l’AIDS era considerato il cancro dei gay. Il racconto ruota intorno alle avventure e ai sogni di un gruppo di ventenni che si trovano a vivere nella stessa casa londinese, da loro ribattezzata Pink Palace. Ben presto, e nonostante la loro riluttanza nell’accettare la dura realtà, i cinque amici saranno direttamente coinvolti nella lotta contro il virus, nello stigma sociale che ne deriva (e che per anni, e ancora oggi, marchia come sporche tutte le persone sieropositive) e nell’indifferenza agghiacciante che il resto della popolazione riserverà loro. Ormai esistono diverse produzioni intorno a questo tema, ma It’s a Sin fa un passo in più: non parla dell’HIV come punizione per aver esplorato la propria sessualità, e assume il punto di vista di chi fa parte della comunità che ha vissuto sulla propria pelle quegli anni particolarmente bui. Nel 2021 ricorre il quarantesimo anniversario del primo rapporto sull’epidemia di AIDS: questa serie è un racconto bellissimo e commovente che restituisce giustizia alle storie di chi non è mai stato protagonista.

E noi vi consigliamo il suo blog www.zuccherosintattico.it. Qui, invece, potete rileggere la nostra newsletter da lui curata.

2. Maria Laura Ramello consiglia la mostra Terrasacra

Che rapporto abbiamo con le opere d’arte e come cambiano queste, e noi con esse, sulla base del luogo in cui solo collocate, della Terra che toccano? Il 28 ottobre del 2016 inaugurò alla Mole Vanvitelliana di Ancona - mia città natale, che amo profondamente - la mostra Ecce Homo. Quella notte si registrarono 100 scosse di terremoto. E mentre assistevamo impotenti ai crolli e al dolore, ci si rendeva conto che “quella ferita della terra era anche una ferita della comunità, delle persone, dei beni, del patrimonio culturale.” È iniziato lì il pensiero, il lavoro, che ha portato a Terrasacra. In partenza ad Ottobre ai Magazzini Tabacchi de La Mole, la mostra, a cura di Flavio Arensi, si pone come una riflessione aperta sul ruolo e sulla potenza simbolica delle opere d’arte, per la definizione dell’identità e dei caratteri tipici di un territorio che diventa luogo della vita. Tante le opere che rimarranno esposte per sei mesi, più due piccoli festival-nella-mostra, indipendenti ma ad essa strettamente collegati. Una serie di incontri con fumettisti noti e una serie di visioni introdotte da registe che sul rapporto con la Terra hanno scritto e diretto le loro opere. Vi aspetto lì.

Noi vi consigliamo il suo profilo Instagram @lhadirettounafemmina e la sua newsletter, dedicata agli Oscar 2021.

3. Elisa Cuter consiglia il libro Sex Work is Work di Giulia Zollino

Il fenomeno della prostituzione genera sempre molti dibattiti, ed è spesso difficile da inquadrare da una prospettiva femminista. Eppure si tratta di un caso nel quale è più che mai vero che “il personale è politico”: ci costringe a osservare quanto due ambiti che ci illudiamo distinti (la sfera socioeconomica del lavoro, e quella “privata” della sessualità) possano essere invece profondamente intrecciati, sollevando una serie di problemi che vanno dall’asimmetria dei rapporti tra i generi alla messa in crisi di quei valori morali che tendiamo a considerare incrollabili. Il saggio Sex Work is Work di Giulia Zollino riesce nell’impresa di offrire un’introduzione accessibile al tema, e allo stesso tempo una prospettiva schierata dalla parte dei lavoratori e delle lavoratrici sessuali, ricordandoci che su temi divisivi è importante che esista un conflitto. Per chi volesse approfondire e integrare consiglio anche Uomini che pagano le donne di Giorgia Serughetti, che indaga la domanda di lavoro sessuale e, per converso, le trasformazioni recenti del maschile.

Ripartire dal desiderio è il suo primo libro, e questa è la newsletter che aveva scritto per noi.

4. Clara Ramazzotti consiglia il film Una donna promettente

Cassandra si mette in croce sui divanetti rossi in finta pelle per liberare tutte noi dalla paura di bere troppo, truccarsi troppo, uscire troppo, scopare troppo e sorridere troppo poco. È la profetessa inascoltata perché conosce giusto e sbagliato, col potere di non annacquarli scagionando la natura del maschio in base alla situazione. Alcune cose sono bianche o nere, senza grigi, anche se ci dicono il contrario. Il trauma della protagonista viene coperto dai colori pastello purissimi, dai makeup tutorial per una bocca da fellatio perfetta e da Stars Are Blind di Paris Hilton in mezzo alle tinte unicorno. La musica è bella, la fotografia è deliziosa, le trecce di Carey Mulligan fanno sognare: perché è così che si pensa certe volte alla femminilità, a un cesto pieno di cose carine la cui rabbia si può esprimere entro certi limiti. D’altronde se ti metti in una condizione di vulnerabilità cosa possono fare i maschi se non approfittare di te, se non guidarti verso ciò che meriti? La bro-culture della deresponsabilizzazione e il victim shaming che quotidianamente troviamo nei contesti più svariati sono riassunte da Emerald Fennell, regista e autrice del film, che ci dice che le colpe sono di chiunque non sappia analizzare il problema dentro di sé, o non vuole prendere una posizione. In questo modo, la colpa è collettiva, lascia una scia di benzina che prende fuoco. Affinché molte persone si liberino dell’idea che lo stupro dipenda dalle circostanze e che bisogna credere prima di tutto all’accusato, oggi serve ancora un sacrificio (femminile). È ciò che troverete di più vero e devastante in questo lavoro, la necessità, ancora una volta, di un Cristo che ci consapevolizzi.

Clara fa troppe cose per consigliarvene solo una, seguitela su Instagram @clararamazzotti! Questa la sua newsletter.

5. Flavio Nuccitelli consiglia il romanzo Una vita come tante di Hanya Yanagihara

Ho comprato il libro di Yanagihara poco dopo la sua uscita italiana, nel 2016, ma l’ho letto solo adesso. Mi dicevo che non avevo mai tempo per leggere un libro così lungo (mentre rivedevo i 73 episodi di Game of Thrones); poi le persone che lo leggevano me ne parlavano come di un libro bellissimo, ma mettendomi sempre in guardia da quanto fosse duro e allora non mi sembrava mai il momento giusto. Poi mi sono ricordato di una regola fondamentale: I MATTONI SI LEGGONO IN VACANZA. A metà maggio sono andato al mare per dieci giorni (lo so cosa state pensando) e mi sono detto: “ora o mai più”. Il libro si apre raccontando di quattro amici appena laureati, che si ritrovano a New York per iniziare la loro vita adulta. Abbiamo già capito dove andrà a parare: sarà il grande racconto di una vita, anzi quattro, sullo sfondo di una grande città impietosa. Lo è, in parte, finché non viene introdotto l’ultimo personaggio: Jude, quello dal passato misterioso, che parla poco; allora il libro cambia, il dolore aumenta pagina dopo pagina, si fa straziante, arriva all’autolesionismo, agli abusi. Il romanzo diventa una storia sulla difficoltà di guarire, su quello che resta di una persona quando gli altri si portano via tutto, sulla possibilità di accettare che non tutto andrà male per sempre, nonostante le cicatrici, sull’amicizia che salva sempre (questa è la parte più commovente del libro). Vi immaginate a leggere 1091 pagine così a novembre, quando alle quattro è già buio, magari piove e non potete neanche uscire di casa per riprendere fiato? Eppure Una vita come tante è davvero un libro che vale la pena di leggere, per questo è il libro perfetto per le vostre vacanze.

Flavio ha appena pubblicato il suo primo romanzo, Frenesia, che vi consigliamo. Qui, invece, la sua newsletter per noi.

Bonus 1 - Giulia C. consiglia Le rose di Versailles di Riyoko Ikeda

J-Pop ha da poco pubblicato in Italia l’edizione definitiva di uno dei manga più famosi di sempre: Le rose di Versailles di Riyoko Ikeda. Forse non lo sapete, ma si tratta di quello che poi è diventato l’anime Lady Oscar. Le rose di Versailles del titolo, infatti, sono Maria Antonietta d’Asburgo Lorena e Oscar François de Jarjayes, le cui vicende si intrecciano alla corte di Francia negli anni immediatamente precedenti alla Rivoluzione. La storia immagino la sappiate, anche se il fumetto si discosta un po’ dal cartone animato, soprattutto dalla versione censurata ed edulcorata che è arrivata in Italia. L’autrice, una delle mangaka più famose di sempre, ha una storia interessante: oltre che fumettista, è anche scrittrice, saggista e soprattutto cantante lirica. Con Lady Oscar, la cui serializzazione è iniziata su un settimanale giapponese nel 1972, ha rivoluzionato il modo di scrivere e disegnare per le giovani lettrici, soprattutto per l’indagine approfondita dedicata alla psicologia dei suoi personaggi. L’edizione di J-Pop è strepitosa, se vi piace il genere: cinque volumi con diverse tavole a colori e un’appendice che raccoglie i frontespizi originali dei singoli episodi pubblicati sul settimanale Margaret durante la prima serializzazione del fumetto. C’è anche un piccolo cartonato di Oscar che potete tenere sulla scrivania! Il tutto in un cofanetto che si apre come il cancello di Versailles. Volo.

Bonus 2 - Giulia P. consiglia le quattro stagioni di The Handmaid’s Tale

Immagino che molti e molte di voi abbiamo letto e amato Il Racconto dell’Ancella come l’ho amato io. Un libro che è stato riscoperto trent’anni dopo la sua pubblicazione (nel 1985) grazie al dibattito mondiale che ha seguito il #MeToo, ma soprattutto per una serie TV che è andata oltre il libro di Margaret Atwood, attualizzandolo. La storia la conoscerete: in un mondo distopico in cui il tasso di fertilità è crollato drammaticamente, negli Stati Uniti si instaura un regime in cui le donne hanno perso ogni diritto, al punto da essere sottoposte a violenze e stupri rituali. Nel 2017 mi ero fermata alla prima stagione della serie con protagonista Elisabeth Moss, quella più aderente al libro di Atwood, ma negli ultimi mesi, ho recuperato anche le successive. Devo dire che è stata una bella scoperta: la storia prosegue in modi che difficilmente avremmo potuto prevedere. Non c’è speranza (la violenza e il dramma non ci abbandonano mai) ma tanta umanità. Ed è molto interessante come, soprattutto nella quarta stagione, si capisca meglio l’assetto del Nord America e del mondo fuori Gilead. Ma anche come i traumi vissuti dalle donne siano devastanti e profondi, al punto che anche chi riesce a fuggire non sa comunque come trovare pace: per le ancelle il perdono è escluso, quindi rimane solo la vendetta.


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Buona estate, e a presto!


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Scienza, una cosa da femmine

#13/2021

Un articolo di qualche mese fa, pubblicato su Internazionale, racconta di quale sia stato il contributo delle donne agli albori dell’informatica. Fino agli anni ‘80, infatti, erano state molte le programmatrici perché per questa professione si cercavano soprattutto persone meticolose e in qualche modo lo stereotipo della lavoratrice che si occupa di compiti di precisione (come la tessitura e la maglia) riconosceva nelle donne la giusta attitudine anche per questa attività. 

Dopo il 1984 però, con l’avvento del personal computer nelle case delle persone e dei percorsi di studio dedicati all’informatica all’università, la tendenza si invertì premiando gli uomini. A differenza delle loro compagne di classe, incoraggiate a perseguire carriere umanistiche, matrimonio e figli, i ragazzi venivano spronati fin da bambini ad avvicinarsi alle materie scientifiche e all’uso del computer. Da questo imprinting culturale dipendono anche molti degli stereotipi che ancora oggi accompagnano studenti e studentesse: per esempio, il fatto che la matematica e l’ingegneria non siano considerate cose da femmine.

Lo scorso 23 giugno si è celebrata la Giornata Internazionale delle Donne in Ingegneria e, quindi, per questa newsletter abbiamo deciso di parlare di materie STEM, di come stiano le cose, di quali siano le difficoltà incontrate dalle ragazze durante il percorso di studi o nel mondo del lavoro, e di quali invece le opportunità esistano. Ne abbiamo discusso con sei scienziate italiane, giovani donne che, ognuna nel suo ambito, stanno lottando per crearsi uno spazio in un ambiente ancora fortemente misogino.


Illustrazione di Silvia Bettini per Senza rossetto


Le ragazze delle STEM

Intervista a sei scienziate italiane


STEM, forse ormai lo saprete, è l’acronimo inglese che indica le materie scientifiche e i corsi di ingegneria e matematica. A livello mondiale si stima che le donne laureate in queste materie siano 4 ogni 10 studenti e in Italia il divario di genere nelle università scientifiche non è da meno: nell’anno accademico 2018/2019 per esempio, AlmaLaurea ha rilevato che, anche se le donne sono complessivamente il 58,7% degli iscritti all’università, queste scelgono soprattutto corsi di studio umanistici. Solo il 18% di loro sceglie corsi STEM.

«Il primo anno di università su 60 iscritti eravamo due donne», ci racconta Asja, ingegnera elettrica laureata a Roma. Dopo un Erasmus e il dottorato a Losanna, oggi vive ad Aarau e lavora per la società di fornitura di energia elettrica in Svizzera. 

«A Ingegneria Ambientale, invece c’era più equilibrio. Saremo stati un 40% donne e un 60% uomini. In Olanda forse addirittura raggiungevamo un 50% e 50%» ci dice Elena. Laureata a Brescia, ha fatto Erasmus e dottorato a Delft, in Olanda. Ora invece lavora all’Università di Cagliari. 

Asja e Elena sono due delle sei scienziate con cui abbiamo avuto occasione di parlare per conoscere un po’ più da vicino l’ambiente delle STEM, in Italia e all’estero. Insieme a loro ci sono anche Chiara, ingegnera meccanica in postdoc a Oxford, e Silvia, laureata in biotecnologie al San Raffaele che dopo un dottorato nel Dipartimento di Biochimica a Oxford da qualche mese sta frequentando il postdoc a Copenaghen. E poi Caterina, laureata in Ingegneria Matematica al Politecnico di Milano, addottorata all’EPFL di Losanna, oggi lavora per una start-up nell’ambito dell’intelligenza artificiale. E infine Enrica, ingegnera energetica che si è formata tra Bologna, San Diego e Copenaghen e, dopo il dottorato in Svizzera, ha trovato lavoro a Zurigo in un'azienda del settore energetico in cui si occupa di analisi dei dati.

Come noterete, sono tutte scienziate che si sono formate in Italia, ma che hanno poi scelto percorsi di alta formazione all’estero, dove sono rimaste in quasi tutti i casi anche per proseguire le loro carriere lavorative. Sei esperienze molto diverse, in ambiti e contesti distinti, che ci danno uno spaccato di cosa voglia dire essere una donna nella Scienza.

«Non ho ricevuto la chiamata della biotecnologia fino al liceo. Infatti, ho fatto il liceo Classico», dice Silvia. «La mia materia preferita era Biologia, e lì ho capito di volerla studiare anche all’università. Mai nessuno mi ha sconsigliato la carriera da biologa, anche perché tra gli studenti e i dottorandi ci sono tante ragazze. Ma un po’ di soggezione l’ho subita, soprattutto agli inizi, perché c’era una grande competizione sull’avere bei voti, sul capire le cose al volo e fare domande intelligenti. Tutte caratteristiche che i maschi sono molto più abituati a coltivare fin da piccoli».

Come ci raccontano Caterina e Enrica, che ora sono le uniche donne nei loro team di lavoro (addirittura Enrica è l’unica su 50 colleghi!), i maschi sono spesso considerati quelli con maggiore intuito e con migliori capacità di problem solving, ma questo deriva molto dal tipo di educazione che ricevono e, lavorando a stretto contatto tutti i giorni, ci si rende conto che si tratta solo di pregiudizi. «Gli uomini sparano a zero e si impongono e quindi vengono percepiti come più veloci e più svegli. Questo non è un problema dell’ambiente scolastico o accademico dove parlano i risultati, ma nel mondo del lavoro vince il più forte e questa attitudine a essere più riflessive ci svantaggia», dice Enrica.

Il gender gap che si può vedere già all’università, infatti, non fa altro che acuirsi quando parliamo di alti gradi della carriera accademica e di mondo del lavoro. Qualche dato? Nel mondo le ricercatrici sono solo il 30% del totale, e se guardiamo nello specifico ai settori tecnologici questa disparità diventa enorme: gli uomini sono l’83%. Come ci raccontano le ragazze, è normale entrare in un laboratorio di un qualsiasi istituto di ricerca - in Italia ma anche all’estero - e vedere che i capi sono tutti uomini, anche quando (a volte capita) i membri del team sono a maggioranza donne.

«Nell’azienda dove lavoro adesso stanno facendo degli studi per capire perché non ci sono donne ai livelli apicali: in tutta l’azienda saremo circa un 25% di donne, ma per esempio ai livelli manageriali puramente tecnici questa percentuale scende drasticamente, intorno al 4,5%», ci racconta Asja.

E questo ovviamente si riflette anche nei salari. In Europa si stima che il gender pay gap (ovvero il divario retributivo tra uomini e donne) si attesti in generale intorno al 16% e, al di fuori delle carriere universitarie pubbliche dove il salario è stabilito dall’assegnazione di borse di studio, questa percentuale si conferma anche negli ambiti STEM, soprattutto privati e soprattutto ad alti livelli.

Datori di lavoro? Tutti uomini. Professori? Tutti uomini. Colleghi? Tutti uomini. Come dice Chiara, «per andare avanti nelle scienze ed essere una donna in un mondo di uomini devi essere ancora più convinta delle tue capacità di quanto dovresti essere normalmente. Le dinamiche che si instaurano in questi ambienti spesso ti forzano a uniformarti al modello che vedi funzionare, quindi vuoi essere anche tu tosta, cattiva, stronza come gli altri». Ma la sindrome dell’impostora è sempre in agguato. 

«Una volta un compagno di studi mi ha chiesto “Ma questo lavoro te l’hanno dato perché sei donna? Perché mi pare che la prof con cui ti sei interfacciata sia un po’ femminista”. Forse la battuta più sessista che mi abbiano mai fatto. Ma io ho fatto sette colloqui per ottenere quel posto!» ci dice Caterina. A queste condizioni non cedere a dubbi e insicurezze è sicuramente difficile. E poi c’è il sessismo quotidiano, quello che subisci a lavoro come all’università: parlando insieme è risultato che le esperienze sono molto diverse, ma di media almeno una battuta sul loro essere donna prima o poi l’hanno ricevuta tutte. Poi c’è chi ha subito domande poco professionali o commenti non richiesti, soprattutto in Italia, ma questo non significa che all’estero gli ambienti siano meno sessisti

«Un inglese non ti dice nemmeno che ti ama, figurati se ti fa una battuta sessista», scherza Chiara. «All’estero queste cose non capitano - conferma Silvia - ma non solo non capitano: se capitano sai esattamente a chi rivolgerti per segnalarli. A Oxford per esempio ci sono almeno tre uffici preposti per arginare episodi di sessismo o di molestie». Ma in queste società, genericamente più educate e riservate, il sessismo può essere anche più subdolo, meno palese e quindi ancora più difficile da smascherare. Enrica ci dice che secondo lei «ovunque, anche all’estero, si percepisce la difficoltà ad accettare che una donna possa avere un’opinione forte da esprimere, o addirittura un potere da esercitare».

E poi c’è il sessismo esercitato dalle altre donne. «Per esempio, durante la seconda settimana di dottorato la mia supervisor mi ha detto “Sì, i fidanzati sono concessi… ma in questi quattro anni, mi raccomando, niente figli!”. Come battuta, ridendo e scherzando, però me l’ha detto!», dichiara Elena.

Un argomento su tutti che mette in disaccordo le stesse donne è quello delle quote rosa. Proviamo a chiedere alle ragazze se si siano mai sentite tali nel loro ambiente e se questo gli abbia mai dato fastidio. Essere una quota di genere è giusto, ma può essere anche molto difficile. Ci risponde Asja: «Io non mi sono mai sentita una quota rosa, però penso che non ci sia niente di male ad assumere un ruolo solo perché si è donna; è una transizione necessaria che dobbiamo assolutamente fare. Quando abbiamo dei dubbi, dobbiamo sempre chiederci perché il nostro curriculum è inferiore rispetto a quello di una persona che ha la nostra formazione, la nostra età ed è uomo. La risposta è che quell’uomo probabilmente è sempre stato invogliato a fare un certo tipo di scelte, a quell’uomo è stato insegnato a vincere fin dalla nascita. Se la nostra formazione ci permette di avere accesso a una posizione (e quindi intendo chiaramente avere i requisiti richiesti per quel ruolo) secondo me non c’è niente di male a occuparla. Non sarò la più brava in assoluto? L’importante è che io sia brava abbastanza. Vorrà dire che per qualche anno, per qualche decennio, non assumeremo le eccellenze. Ma poi cos’è l’eccellenza, se non abbiamo avuto gli stessi strumenti? In questo momento l’eccellenza è per lo più rappresentata dalla fortuna di essere nati nella parte giusta del mondo, dalla classe sociale di provenienza, dall’appartenenza di genere… Dobbiamo smettere di seguire il principio capitalista per cui i posti di lavoro li occupano le persone più brave, soprattutto quando parliamo del settore della ricerca in cui vengono investiti soldi pubblici. I soldi pubblici non devono seguire il capitale e il profitto; devono perseguire l’inclusione e la giustizia sociale!». 

Un quadro non troppo incoraggiante, forse, ma in realtà queste scienziate hanno un sacco di consigli per le ragazze che vogliono percorrere una carriera nelle materie STEM. Il primo tra tutti arriva da Chiara: «Ragazze, fate scienza perché servono le donne per dare un carattere più universale e più flessibile alla ricerca!». Un altro consiglio che arriva da più parti è quello di imparare a gestire le discriminazioni, a non rimanerci male e a non farsi abbattere, ma anche di imparare a contrastarle. Come dice Caterina, «se sei una dalla battuta pronta, usala. Come dicono all’estero Make it awkward. Se ci sono situazioni discriminatorie, fallo notare e rendilo imbarazzante. Vedrai che chi ha fatto quella battuta sessista non la farà più!». E poi, conclude Silvia: «Siate tenaci. La scienza può essere molto frustrante, non solo per l’ambiente di lavoro. Se hai una giornata storta chiudi i libri, esci dal laboratorio e riprova il giorno dopo. Ma non perdere la passione».


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Un film da vedere: Shiva Baby. Ma è anche arrivato (finalmente) al cinema Una donna promettente.

Quattro coppie raccontano come hanno raggiunto la parità nel dividersi le incombenze domestiche.

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Trentaquattro donne hanno fatto causa a Pornhub per aver diffuso, senza il loro consenso, dei video in cui comparivano.

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La pubblicità sta finalmente abbandonando l’idea di perfezione?

Un settore in cui fino a questo momento erano poche le donne: quello della birra artigianale. Ma le cose stanno cambiando.

Un progetto artistico che è anche una denuncia dell'oppressione delle donne marocchine - non solo - e una lezione di educazione sessuale. E sempre sul tema c’è anche un altro libro appena uscito che affronta, in modo ironico, il desiderio femminile.

L’eterno ritorno dell’isteria.

Riscrivere il mito greco dal punto di vista femminile.


A presto,


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